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Cosa sta succedendo
Questo tipo di politica e, in questa circostanza, in piena campagna elettorale, non è spesse volte quella che paga. Anzi, al contrario, suscita negli elettori vogliosi di sapere, di conoscere chi amministrerà la propria città nei prossimi anni, se ha tutte le condizioni per potere imbarcarsi in questa avventura.
Nello stesso video dell’onorevole Manlio Messina, c’è una parte che riguarda il deputato regionale Ismaele La Vardera nella quale viene evidenziato come lo stesso punta il dito ferocemente verso alcuni sindaci eletti nella parte politica opposta. Fa riferimento a parentele, cognomi, nipoti e vicinanza “strane”. Manlio Messina, giustamente, e sottolineiamo giustamente, riferendosi a La Vardera gli ricorda che anche nella lista degli assessori designati di Michelino Sodano ci sono alcuni nomi che, se venisse rispettato il pensiero di La Vardera, dovrebbero dimettersi immediatamente prima del voto. Ma questo, ribadiamo, vale solo per l’ex iena e soprattutto nei confronti degli avversari. Non certo per noi.
C’è una categoria politica che gli italiani conoscono bene e La Vardera è un degno rappresentante. Non governa meglio degli altri. Non amministra meglio degli altri. Non produce risultati necessariamente migliori degli altri. Ma possiede un talento particolare: quello di sentirsi moralmente superiore agli altri. Sono quelli che passano anni a distribuire patenti di purezza, a puntare il dito, a dividere la società tra buoni e cattivi, tra degni e indegni, tra illuminati e impresentabili.
Per loro la politica non è confronto. È un tribunale permanente. Il problema nasce quando i riflettori smettono di illuminare soltanto gli avversari e iniziano a illuminare anche loro. In quel momento la musica cambia.
Le domande che ieri erano considerate legittime diventano attacchi personali. Le richieste di chiarimento diventano fango. Le critiche diventano delegittimazione. Le stesse regole che per anni hanno preteso di applicare agli altri improvvisamente non vanno più bene.
Eppure la credibilità politica si misura proprio lì. Non quando si accusano gli avversari. Non quando si sale sul pulpito. Non quando si recita il copione della superiorità morale. Non quando si accusano gli altri di essere figli di, nipoti di, parenti di.
La credibilità si misura quando qualcuno pone domande scomode e si risponde con fatti, documenti e spiegazioni.
Agrigento sta assistendo all’ennesima rappresentazione di un copione già visto: chi per anni ha costruito consenso attraverso il racconto della propria diversità oggi si trova a dover dimostrare che quella diversità esiste davvero. Perché una cosa deve essere chiara: nessuno deve essere giudicato per il cognome che porta. Nessuno deve essere condannato per errori, vicende o responsabilità che appartengono ad altri.
Ma nessuno può nemmeno pretendere di usare certi argomenti contro gli avversari e poi gridare allo scandalo quando gli stessi criteri vengono applicati alla propria parte politica. Le regole valgono per tutti o non valgono per nessuno. La trasparenza vale per tutti o non vale per nessuno. Il garantismo vale per tutti o non vale per nessuno. Chi ha trasformato la morale in un’arma politica dovrebbe ricordare una semplice verità: le armi politiche, prima o poi, cambiano direzione. E quando accade, non si può chiedere agli elettori di dimenticare anni di prediche, lezioni e scomuniche.
Gli agrigentini non hanno bisogno di santi autoproclamati. Hanno bisogno di amministratori credibili. Non cercano predicatori. Cercano coerenza. E la coerenza, a differenza degli slogan, non si proclama.
Si dimostra.
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Fonte: Sicilia24h
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