Agrigento: lavoro nero e stipendi miseri, la dura realtà dei dipendenti. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Cronaca.
Cosa sta succedendo

Otto ore pagate come quattro, un secondo lavoro al mare per arrivare a fine mese, tre figli di cui uno con disabilità grave. La testimonianza di una agrigentina sul lavoro del proprio marito raccolta da Fanpage.it ribalta il solito allarme estivo sugli esercenti «che non trovano personale».
Il copione dell’estate
Puntuale come il primo caldo, ogni anno torna lo stesso ritornello: i titolari di bar, ristoranti e pasticcerie che lamentano di non trovare camerieri e baristi. La diagnosi non cambia mai — i ragazzi non avrebbero più voglia di lavorare, di alzarsi all’alba, di reggere i turni. Ma dietro gli appelli contro i «fannulloni» c’è un’altra realtà, fatta di contratti che dichiarano metà delle ore effettive, di quote di stipendio versate fuori busta e di salari che, a conti fatti, non coprono nemmeno le spese di casa.
A raccontare quel rovescio, in un’intervista a Fanpage.it, è Patrizia — nome di fantasia — moglie di un lavoratore agrigentino della ristorazione. Il marito, che chiameremo Paolo, sta dietro ai banconi dei locali della città da oltre trent’anni e oggi lavora in una pasticceria affollata del centro.
Quattro ore sul contratto, otto nella realtà
Il meccanismo descritto dalla donna al giornalista di Fanpage.it è tanto elementare quanto, a suo dire, generalizzato. Sul contratto Paolo risulta part-time; nei fatti svolge una giornata piena, otto ore. Lo stipendio netto si aggira sui 1.300 euro, e solo perché, dopo anni, ha avuto il coraggio di chiedere un ritocco rispetto ai 1.150 di partenza. Di quella cifra, circa 1.150 euro passano dalla busta paga; il resto arriva in contanti, in nero. Per un full time regolare, commisurato all’esperienza e alle mansioni reali, sostiene Patrizia, la paga dovrebbe attestarsi tra i 1.800 e i 2.000 euro.
La loro è una famiglia monoreddito con tre figli a carico, uno dei quali con una disabilità grave. Patrizia spiega a Fanpage.it di non potersi mettere a cercare un impiego: la coppia non ha una rete familiare alle spalle, e le sue giornate sono scandite dagli spostamenti continui per le terapie del figlio. A questo si aggiunge il nodo dei salari femminili, che in città — racconta — difficilmente superano i 500 o 600 euro: cifre con cui non riuscirebbe a conciliare lavoro e gestione dei bambini. L’unica entrata aggiuntiva è l’indennità del figlio, che però finisce interamente nelle terapie del centro che lo segue.
Il secondo lavoro e le ferie che non esistono
Lo stipendio, così, si esaurisce nel giro di pochi giorni. Quando arrivano le bollette, dice Patrizia nell’intervista a Fanpage.it, la famiglia entra in difficoltà. Per questo, finito il turno in pasticceria, Paolo non torna a casa a riposare: prende un secondo impiego, anch’esso completamente in nero, in un chiosco-ristorante sul mare nella zona di Porto Empedocle. Esce dal bancone all’una del pomeriggio, raggiunge il chiosco e rientra in serata, verso le otto o le nove. Compenso: 60 euro a giornata.
In un calendario così, le vacanze sono un’astrazione. Sulla carta gli spettano due settimane di ferie, ma — sempre per far quadrare i conti — il lavoratore se le fa in qualche modo monetizzare. Quando è costretto a fermarsi per almeno una settimana, il massimo che il bilancio concede è una manciata di chilometri fino al mare più vicino.
La tredicesima da ridare in contanti
Davanti a irregolarità così evidenti, la domanda è inevitabile: perché non rivolgersi a un sindacato o all’Ispettorato del Lavoro? La risposta di Patrizia descrive un sistema che tiene i dipendenti in scacco. Chi denuncia, è il ragionamento, smette di lavorare: nel settore del marito, ad Agrigento, una denuncia equivale a doversene andare, perché nessun altro datore lo assumerà più.
In questo silenzio, sostiene, attecchiscono pratiche estorsive. La più diffusa riguarda la tredicesima: nella ricostruzione che viene fatta nell’intervista a Fanpag.it ogni gennaio i titolari la versano regolarmente, salvo poi pretenderne la restituzione in contanti. Chi ha un contratto full time e si vede accreditare in busta, ad esempio, 1.700 euro, a fine mese deve riconsegnare al datore la parte «in eccedenza». Controlli sulle ore effettivamente lavorate, lamenta la donna, non ne arrivano mai.
«Non manca la voglia, manca la paga»
È qui che la vicenda si salda al dibattito sulla disoccupazione. Per Patrizia il problema non è la pigrizia dei giovani, ma la retribuzione. Il figlio maggiore, appena diciottenne, quest’anno avrebbe voluto lavorare durante l’estate: è stato il padre a vietarglielo. Per otto ore al giorno, racconta la madre, a un ragazzo vengono offerti circa 800 euro al mese — una cifra che giudica semplice sfruttamento.
Ed è proprio questo, secondo lei, a spiegare i banconi vuoti. Nella pasticceria del marito la ricerca di personale è continua: molti ragazzi e ragazze si presentano per una prova e dopo tre giorni rinunciano. Ad accettare certe condizioni, osserva, resta solo chi ha una famiglia da mantenere e le mani legate, come Paolo. Chi non ha quel peso sulle spalle capisce di essere sfruttato e si tira indietro. E lei, da madre, dice di farne il tifo: che i più giovani si rifiutino, conclude, è giusto così.
Una lettura che ribalta la narrazione dominante. Se ad Agrigento, come altrove, gli esercenti faticano a comporre gli organici stagionali, il punto non sarebbe la scarsa voglia di lavorare, ma la qualità del lavoro offerto. E la cosiddetta «carenza di personale» andrebbe letta, prima ancora che come un problema di disoccupazione, come il rifiuto di un patto che molti non considerano più accettabile.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

