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Ranucci, tra libertà di stampa e vittimismo: ad Agrigento il confine è diventato sottile

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C’è una domanda che, dopo la serata di Agrigento, sarebbe opportuno porsi senza tifoserie: dove finisce la legittima difesa di un giornalista e dove comincia la costruzione del proprio personaggio pubblico?

Il “Diario di un trapezista” di Sigfrido Ranucci è andato in scena al Teatro dell’Efebo davanti a un pubblico caloroso. Un successo di partecipazione che nessuno può mettere in discussione. Ma proprio per questo vale la pena andare oltre gli applausi e guardare alla vicenda per quella che è: una storia molto più complessa di quella che può essere raccontata semplicemente contrapponendo il giornalista coraggioso ai suoi nemici.

Nel giro di poche ore, infatti, il quadro è ulteriormente cambiato. La Rai ha annunciato che Ranucci non sarà più alla conduzione di Report, affidando il programma a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Il giornalista ha reagito parlando di una decisione che considera ingiusta e annunciando battaglia legale. I suoi avvocati hanno formalmente contestato la legittimità dell’avvicendamento, riservandosi ogni iniziativa anche cautelare. E qui comincia il vero problema: perché una cosa è sostenere che la Rai abbia assunto una decisione discutibile, un’altra è considerare automaticamente quella decisione come la prova di un complotto contro il giornalismo d’inchiesta. Sono due piani diversi. E sarebbe bene non confonderli.

La vicenda dell’attentato a Ranucci, del resto, è ancora oggetto di accertamenti giudiziari. Gli sviluppi sull’arresto di Valter Lavitola hanno aggiunto elementi inquietanti, ma anche interrogativi che non possono essere cancellati con una narrazione precostituita. Lavitola avrebbe sostenuto di avere commissionato un’azione contro Ranucci; gli sviluppi giudiziari hanno portato all’arresto di presunti esecutori, mentre la difesa degli arrestati contesta diversi aspetti dell’impianto accusatorio e, in particolare, l’aggravante mafiosa.

È proprio qui che serve prudenza.

Ranucci è, allo stato delle informazioni disponibili, la persona che avrebbe subito un attentato. Non è l’indagato di quell’attentato. E questo va detto con chiarezza. Ma altrettanto chiaramente va detto che il rapporto con Lavitola e le dichiarazioni emerse nell’inchiesta sono elementi che meritano di essere analizzati, non semplicemente archiviati come “fango” ogni volta che qualcuno pone una domanda. Il giornalismo d’inchiesta, dopotutto, funziona proprio così: si fanno domande anche quando le risposte sono scomode. Ed è questa la parte che rischia di perdersi nella narrazione di queste settimane.

Ranucci ha costruito gran parte della propria identità professionale sulla capacità di mettere sotto pressione il potere, di non accontentarsi delle versioni ufficiali, di cercare ciò che si nasconde dietro una storia. È un metodo che merita rispetto. Ma un metodo giornalistico non può essere applicato soltanto agli avversari. Se vale il principio secondo cui ogni versione deve essere verificata, allora deve valere per tutti. Anche per Ranucci. Anche per Lavitola. Anche per la Rai. Anche per la politica.

E soprattutto non è corretto utilizzare automaticamente la parola “libertà di stampa” come una sorta di scudo contro qualsiasi critica. La libertà di stampa è una cosa seria. Talmente seria che non dovrebbe diventare una parola d’ordine da agitare ogni volta che un giornalista viene contestato, sostituito o sottoposto a critiche. Altrimenti si corre il rischio di svuotarla del suo significato.

La Rai, dal canto suo, dovrà spiegare con chiarezza le ragioni della scelta. Se si tratta davvero di un normale avvicendamento professionale, dovrà essere in grado di dimostrarlo con trasparenza. Se invece esistessero pressioni politiche, condizionamenti o interferenze editoriali, sarebbe altrettanto grave e andrebbero denunciati senza esitazioni. Ma la verità non può essere decisa in anticipo.

Ad Agrigento, intanto, la polemica ha assunto persino una dimensione locale. Fratelli d’Italia aveva contestato l’opportunità di utilizzare uno spazio pubblico per ospitare Ranucci dopo avere affermato che se potesse sarebbe andato a cena con Totò Riina. Il presidente provinciale Adriano Barba aveva espresso pubblicamente le proprie perplessità sull’iniziativa.

Il pubblico, però, ha risposto andando al Teatro dell’Efebo. Ranucci può essere applaudito. Può essere criticato. Può essere difeso. Può essere contestato. Ma deve poter essere giudicato per ciò che dice e per ciò che fa, senza santificazioni e senza demonizzazioni. Lo stesso vale per chi lo critica.

Il rischio, oggi, è che la vicenda Ranucci venga ridotta a una guerra di tifoserie: da una parte chi grida alla censura e all’attacco alla libertà di stampa, dall’altra chi considera ogni sua posizione una prova di malafede.

La realtà, come spesso accade, è molto più complicata. E forse il vero “trapezista”, questa volta, non è soltanto Ranucci. È l’informazione italiana che cammina sul filo sottile tra giornalismo, politica, potere, consenso e spettacolarizzazione. Quel filo va attraversato senza cadere da nessuna delle due parti. Perché difendere il diritto di Ranucci a fare giornalismo non significa necessariamente condividere ogni sua ricostruzione. E criticare Ranucci non significa necessariamente voler colpire la libertà di stampa.

In mezzo c’è una parola antica, ma oggi più necessaria che mai: responsabilità.

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Fonte: Scrivo Libero

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