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Sigfrido Ranucci ad Agrigento: il “trapezista” dell’inchiesta tra giornalismo, verità e libertà di stampa

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Sigfrido Ranucci ad Agrigento: il “trapezista” dell’inchiesta tra giornalismo, verità e libertà di stampa

Al Teatro dell’Efebo il giornalista e conduttore di Report ha portato in scena “Diario di un trapezista”, ripercorrendo 25 anni di inchieste, pressioni e passaggi cruciali della sua carriera. Al centro il valore del giornalismo d’inchiesta in un tempo dominato da social e algoritmi. Uno spettacolo arrivato ad Agrigento dopo le polemiche politiche sulla concessione dello spazio pubblico del Giardino Botanico.

Il trapezista deve continuare a muoversi. Quando diventa un bersaglio, passa al trapezio successivo, rendendo più difficile a chi vuole colpirlo prevederne le mosse. È questa la metafora attorno alla quale Sigfrido Ranucci ha costruito il suo “Diario di un trapezista”, portato al Teatro dell’Efebo, all’interno del Giardino Botanico di Agrigento.

Uno spettacolo che attraversa un quarto di secolo di giornalismo d’inchiesta, raccontato attraverso esperienze personali, retroscena, immagini e vicende che hanno segnato la carriera del giornalista e conduttore di Report.

«Il trapezista è una figura evocata dal mio vecchio direttore e maestro Roberto Morrione – ha spiegato Ranucci –. Mi insegnava che quando diventi l’obiettivo di qualcuno devi passare al trapezio successivo, perché così è più difficile colpirti. Significa fare un’inchiesta ancora più importante, ancora più forte».

Venticinque anni di inchieste e di “trappole”

Nel racconto trovano spazio anche gli omaggi alle persone che hanno accompagnato il percorso professionale di Ranucci e, soprattutto, ai suoi maestri: Milena Gabanelli e Roberto Morrione.

Ma il “Diario” è anche la storia delle pressioni e delle difficoltà incontrate nel corso degli anni.

Ranucci ricorda il 2000 e il ritrovamento dell’intervista a Paolo Borsellino, nella quale il magistrato parlava di Vittorio Mangano e dei rapporti tra mafia, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Poi le conseguenze dell’inchiesta su Fallujah, fino alle vicende più recenti e alle immagini dell’incontro all’autogrill tra Matteo Renzi e Marco Mancini.

Passaggi diversi di una carriera accomunati, secondo il giornalista, dal tentativo di continuare a fare inchieste nonostante pressioni, contestazioni e richieste di allontanamento.

Ed è proprio da qui che il racconto personale diventa una riflessione più ampia sul ruolo dell’informazione.

«Oggi c’è ancora più bisogno di inchieste»

Per Ranucci il giornalismo d’inchiesta non appartiene al passato. Al contrario, sarebbe diventato ancora più necessario.

«Credo che in questo momento, più che in altri momenti del passato, ci sia bisogno di inchieste e di gente che sappia farle. Con indipendenza e preparazione».

Il punto centrale è il rapporto sempre più complesso tra informazione, social network e verità.

Ranucci richiama gli studi del Reuters Institute di Oxford e il crescente peso delle piattaforme social nell’accesso alle notizie. Un sistema nel quale, secondo il giornalista, il rischio è che l’affidabilità dell’informazione venga progressivamente sostituita dalla capacità di un contenuto di ottenere attenzione.

La sua immagine è particolarmente efficace: informarsi esclusivamente attraverso quel sistema può diventare «come dialogare ogni giorno con un bibliotecario ubriaco».

Perché l’algoritmo, sottolinea Ranucci, non è necessariamente costruito per premiare la verità, ma ciò che genera clic, reazioni e condivisioni.

«Non c’è la certezza della verità. Il meccanismo dell’algoritmo premia la cliccabilità di una notizia. Siamo lontani dal concetto di verità».

Le polemiche prima dello spettacolo

L’arrivo di Ranucci ad Agrigento non è stato accompagnato soltanto dall’interesse per lo spettacolo. Nelle ore precedenti all’evento si è infatti aperto anche un caso politico sulla concessione del Teatro dell’Efebo, spazio pubblico gestito dal Libero Consorzio Comunale di Agrigento e situato all’interno del Giardino Botanico.

A sollevare la questione è stata Fratelli d’Italia, che ha manifestato la propria contrarietà alla concessione dell’area per lo spettacolo del giornalista, aprendo un confronto politico sull’utilizzo dello spazio pubblico.

Una polemica che ha inevitabilmente accompagnato l’appuntamento agrigentino, finendo per intrecciarsi con il tema stesso portato sul palco: la libertà del giornalismo, il diritto di raccontare e il rapporto, spesso difficile, tra informazione e potere.

Ranucci, però, dal palco ha riportato il discorso alla professione e al mestiere dell’inchiesta. Alla necessità di verificare, approfondire e continuare a cercare i fatti anche quando farlo diventa scomodo.

Ed è forse proprio qui che la metafora del trapezista trova il suo significato più immediato: non restare fermo abbastanza a lungo da diventare un bersaglio facile, ma continuare a muoversi verso la prossima inchiesta.

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Fonte: AgrigentoOggi

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