Agrigento – Daniela Cipolla, dalla Sicilia al Nord: «Sono il connubio tra la solarità siciliana e la professionalità veneta». Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo
Da Aragona (AG) al Nord Italia, passando per gli studi universitari e per un percorso professionale costruito con determinazione e sacrificio. Daniela Cipolla è oggi specialista di e-learning e formatrice digitale. Ha ideato e registrato il Metodo SIMPLE, un modello formativo basato su sei principi: stimolante, interattivo, motivazionale, pratico, lineare ed efficace. Ma dietro la professionista c’è soprattutto una donna che non ha mai reciso il legame con la propria terra:
“E forse è proprio questo il valore più grande dei tanti giovani siciliani che vivono fuori: sono lontani fisicamente, ma possono continuare a essere vicini alla propria terra attraverso le loro competenze, le loro idee e i loro progetti.”
Daniela, partiamo proprio da qui. Come si vive la dimensione di una siciliana che ha scelto di trasferirsi al Nord?
“Oggi la vivo molto bene. Mi piace questa possibilità di stare al Nord, ma di poter tornare, quando voglio e quando posso, qui in Sicilia per respirare, rigenerarmi e ritrovare i miei affetti. La Sicilia per me significa casa, famiglia, relazioni. È il luogo dove ho tutto ciò che mi appartiene dal punto di vista umano. Le vacanze estive, per me, sono quasi una terapia. Il Nord, invece, mi ha dato tanta professionalità, organizzazione e opportunità. Se dovessi definirmi, direi che sono proprio il connubio tra queste due realtà: prendo il meglio dal Veneto e il meglio dalla Sicilia. Il Veneto mi ha dato una grande struttura professionale. Grazie a quell’ambiente ho avuto l’opportunità di iniziare a lavorare in una grande azienda, imparando organizzazione, metodo e serietà. Dalla Sicilia continuo invece a portare con me la positività, la solarità, la capacità di valorizzare le persone. Ed è proprio questo aspetto umano che oggi caratterizza il mio modo di fare formazione. Non amo parlare di chi è migliore e chi è peggiore. Credo invece che si debba prendere il meglio da ogni territorio e metterlo insieme.”
Il tuo percorso universitario è iniziato proprio ad Agrigento. Quanto è stato importante quel primo passo?
“È stato fondamentale. Mi sono laureata ad Agrigento, al Polo Universitario, in Formatore Multimediale. Era un corso di laurea molto innovativo per quei tempi, perché univa la formazione all’utilizzo delle tecnologie. Io ci ho creduto fin dall’inizio. Pensa che, a volte, in aula eravamo soltanto in tre a seguire le lezioni. Probabilmente eravamo tra i pochi a credere davvero in quel percorso. Quell’esperienza mi ha fatto capire che volevo continuare su quella strada e cercare qualcosa di ancora più innovativo. A Palermo avrei potuto proseguire con Scienze Pedagogiche, ma sentivo il bisogno di approfondire proprio il rapporto tra formazione e nuove tecnologie. Così ho iniziato a cercare e ho trovato due percorsi universitari, a Firenze e a Padova, dedicati alle teorie e metodologie dell’e-learning e della media education. Alla fine ho scelto Padova.”
E quella scelta significava anche lasciare Aragona. Non deve essere stato semplice per una ragazza così legata alla propria terra.
“No, infatti. Io ero molto radicata alla mia famiglia. Quando mi ero iscritta all’università ad Agrigento lo avevo fatto proprio perché non volevo andare a Palermo o a Catania. Ero molto legata alla mia terra. Poi ho capito che, se credevo veramente in quel settore, dovevo fare quel passo. Ricordo ancora quando dissi a mio padre: «Papà, mi devi aiutare a comprare un computer e una connessione veloce, perché voglio fare questa strada». Un grande stimolo mi arrivò anche da Rosa Maria Zammito, una mia compaesana con cui avevo frequentato l’università. Era più grande di me e per certi versi la sentivo quasi come una seconda madre. Un giorno mi disse: «Daniela, proprio tu che sei giovane e non hai figli, vai via da questa terra. Vai e falla». Quelle parole mi sono rimaste dentro.”
In questi anni si è discusso molto del ruolo dell’università ad Agrigento. Tu che hai vissuto in prima persona l’esperienza del Polo Universitario, quanto ritieni importante avere un presidio universitario sul territorio?
“Tantissimo. Mi dispiace molto quando sento parlare della possibilità di ridimensionarlo o di eliminarlo. Io sono una dimostrazione concreta delle opportunità che un presidio universitario può creare. Se non avessi avuto la possibilità di studiare ad Agrigento, probabilmente il mio percorso sarebbe stato diverso. Credo che l’università ad Agrigento debba essere considerata un’opportunità strategica, quasi come un aeroporto. Per chi vive al Nord, tornare in Sicilia non è sempre semplice. Io stessa, oggi, riesco a tornare soprattutto in estate. Ed è un peccato, perché qui abbiamo gli affetti, la famiglia, il mare, la natura. Abbiamo tutto ciò che spesso manca a chi vive lontano.”
Una volta arrivata a Padova, hai cominciato a lavorare mentre studiavi. E la tua prima esperienza è stata piuttosto particolare: le carceri.
“Sì, ed è stata un’esperienza straordinaria. Mi sono sempre mantenuta da sola durante gli studi e ho sempre lavorato. A Padova ho avuto l’opportunità di lavorare come tutor per studenti universitari detenuti. Seguivo le loro pratiche burocratiche e universitarie, perché loro non potevano uscire dal carcere. È stata un’esperienza umana fortissima. Ho conosciuto persone con storie completamente diverse: detenuti condannati all’ergastolo, persone che avevano commesso reati gravissimi, ma anche immigrati e persone fragili che si trovavano lì per vicende molto diverse. Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa importante: dietro ogni persona c’è una storia. E spesso la vita che abbiamo alle spalle condiziona profondamente ciò che diventiamo.”
Il lavoro, per te, è stato anche una palestra di vita.
“Assolutamente sì. Ho iniziato a lavorare molto presto. Già a 14 anni facevo piccoli lavori occasionali. I miei genitori mi hanno insegnato una cosa che noi siciliani conosciamo bene: se vuoi qualcosa, devi anche guadagnartela. Ho fatto la hostess, la promoter, il volantinaggio, ho lavorato nei supermercati, nelle fiere, nei teatri. A prima vista possono sembrare lavori molto semplici, ma mi hanno insegnato tantissimo. Fermare una persona, parlarle, attirare la sua attenzione, comunicare con lei: sono tutte esperienze che hanno sviluppato quelle capacità relazionali che oggi utilizzo quotidianamente nel mio lavoro. Quelle esperienze mi sono state utili anche all’università, durante gli esami orali, e successivamente nella mia professione.”
Oggi tutta questa esperienza confluisce nel Metodo SIMPLE, che hai ideato personalmente. Che cos’è?
Il Metodo SIMPLE nasce da un acronimo che racchiude sei principi: Stimolante, Interattivo, Motivazionale, Pratico, Lineare ed Efficace. È un metodo che ho ideato e che è registrato in Italia con marchio ®, quindi è un metodo nato e sviluppato in Italia. Oggi la formazione vive una grande difficoltà: la nostra attenzione è continuamente sollecitata. Scorriamo contenuti, cambiamo stimolo, siamo immersi nelle tecnologie e la nostra capacità di concentrarci tende a diminuire. Per questo il formatore deve riuscire continuamente a coinvolgere le persone, stimolarle, farle interagire e soprattutto offrire esperienze concrete. Per me formazione significa trasformazione. Il Metodo SIMPLE vuole essere proprio una struttura che aiuta chi si occupa di formazione a costruire percorsi capaci di lasciare qualcosa nelle persone e produrre un cambiamento reale.”
Al centro del tuo metodo, però, non ci sono soltanto le tecniche. Ci sono soprattutto le persone.
“La persona è fondamentale. La parola educare deriva dal latino educere, cioè «tirare fuori». Ed è proprio questo che dovrebbe fare un formatore: tirare fuori il meglio che ogni persona possiede. Tutti abbiamo punti di forza e punti di miglioramento. Quando entro in aula, prima ancora dei contenuti, mi interessa conoscere le persone, ascoltare le loro storie. Perché ogni storia è già formazione. Le esperienze della vita ci insegnano competenze che nessun libro può trasmetterci completamente: la resilienza, la capacità di affrontare una perdita, un fallimento, una malattia, un investimento andato male. Sono le esperienze che ci fanno crescere e sviluppare quelle che oggi chiamiamo soft skills.”
Hai un episodio che più di altri rappresenta il senso del tuo lavoro?
“Sì, e lo ricordo con grande emozione. Qualche mese fa è entrato in una mia aula un uomo che si occupava di un percorso di formazione rivolto a persone in cerca di occupazione. Durante il giro di presentazioni, quest’uomo mi disse: «Io non vedo nulla di bello nella vita. Ho tentato il suicidio tre volte». Io gli chiesi di raccontarmi qualcosa di bello, ma lui continuava a dirmi che non riusciva a vedere nulla. Allora ho provato, nel mio piccolo, a fargli vedere ciò che lui in quel momento non riusciva più a vedere. Gli dissi: «Intanto sei in piedi, sei qui. Hai due occhi bellissimi e puoi vedere il mondo. Ti sembra poco?». Il percorso durò soltanto tre giornate. Qualche tempo dopo mi scrisse una mail. Mi disse: «Daniela, grazie a te mi sono sbloccato». Aveva iniziato a scrivere un romanzo e mi raccontò che era arrivato a 70 pagine. Mi disse anche che si era tagliato la barba, perché prima si era completamente lasciato andare. Quella mail mi ha fatto capire ancora una volta che a volte una parola, un incoraggiamento, uno sguardo diverso sulla propria vita possono aprire una porta.”
E nel mondo delle imprese cosa significa per te fare formazione?
“Significa vedere crescere non soltanto le aziende, ma soprattutto le persone che le compongono. Seguendo le organizzazioni per periodi lunghi si vedono trasformazioni importanti. Ci sono conflitti, incomprensioni, persone che litigano. Ma anche il conflitto, se gestito bene, può diventare costruttivo. Il mio obiettivo è aiutare le persone a lavorare meglio insieme, a conoscersi, a valorizzarsi e a trasformare le difficoltà in occasioni di crescita.”
Nella tua vita privata c’è un altro grande progetto: la famiglia…
“Sì. Vivo con Maurizio Cimino, il mio primo amore. Ci conosciamo da quando avevo 17 anni e ormai sono più di vent’anni che condividiamo la nostra vita. Poi è arrivato nostro figlio, Mattias, che è davvero una parte del nostro cuore. Anche il suo nome ha una storia particolare. Sono sempre stata molto legata a Pirandello e mi sono ispirata al Mattia Pascal, cercando però un nome un po’ più raro.”
Proprio Pirandello ci porta a un’altra parola importante: la maschera. Oggi viviamo ancora dietro delle maschere? E come si possono abbattere?
“Con una risposta molto semplice: amandoci di più. Viviamo in una società che corre continuamente, ma nella quale spesso vengono meno le relazioni umane. Se impariamo a stare bene con noi stessi, possiamo stare meglio anche con gli altri. Purtroppo viviamo spesso in una società dell’apparenza più che dell’essenza. Io, nelle mie formazioni, cerco di riportare le persone alla bellezza interiore, che dovrebbe venire prima di quella esteriore.”
C’è qualcuno a cui senti di dovere ciò che hai realizzato?
“Devo molto a tante persone che mi sono state accanto, che mi hanno sostenuto e aiutato. Ma, se devo rispondere sinceramente, una parte importante di ciò che ho costruito la devo a me stessa. Sono cresciuta in un ambiente nel quale spesso si parlava di raccomandazioni. Io invece posso dire, con grande soddisfazione, che il mio percorso è stato costruito con tanto sacrificio. Il coraggio deve partire da noi. Io sono partita da sola. Ho lasciato la mia terra, ho perso le valigie, all’inizio non conoscevo nessuno. Sono persino andata a vivere dalle suore. Ricordo il primo giorno.
Ero sola, piangevo. Vedevo tutta quella gente ridere, parlare, stare insieme. Io ero seduta in un angolino con delle patatine fritte e mi sentivo come un cane abbandonato. Eppure da lì è iniziata la mia nuova vita.”
Oggi viviamo una nuova rivoluzione: quella dell’intelligenza artificiale. Tu che lavori nel mondo della formazione e della tecnologia, come la guardi?
“Con grande interesse e anche con entusiasmo, ma con altrettanta attenzione. Sono favorevole alle nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale, perché possono offrire opportunità straordinarie. Ma dipende sempre dall’uso che ne facciamo. Il rischio è che, utilizzandole in maniera sbagliata, finiamo per perdere qualcosa di fondamentale: il pensiero critico, la capacità di ragionare, di elaborare e di pensare con la nostra testa. La tecnologia deve aiutarci, non sostituire ciò che ci rende umani.”
E allora arriviamo al sogno nel cassetto. Qual è il prossimo obiettivo di Daniela Cipolla?
“Far evolvere sempre di più il Metodo SIMPLE e farlo conoscere. Ma c’è anche un progetto al quale tengo molto e che spero di poterti mostrare fisicamente il prossimo anno. Sto ideando un gioco da tavolo che uscirà nel 2027. Si chiamerà Simple Cards e avrà un obiettivo molto preciso: conoscersi e crescere, rompere il ghiaccio, attivare la mente e costruire relazioni. È il mio prossimo obiettivo.”
Daniela, sei partita da Aragona, hai costruito la tua professionalità a Padova e oggi porti nel tuo lavoro entrambe le tue identità. Se dovessi lasciare un messaggio ai tanti giovani siciliani che stanno pensando di partire, cosa diresti loro?
“Direi di non avere paura di partire. Partire non significa dimenticare la propria terra. Io credo che possiamo andare lontano, studiare, lavorare, costruire il nostro futuro e, nello stesso tempo, continuare a portare dentro di noi le nostre radici. Anzi, proprio quelle radici possono diventare la nostra forza. Io sono grata alla Sicilia per ciò che mi ha dato e al Nord per ciò che mi ha permesso di costruire. Non dobbiamo scegliere tra ciò che siamo stati e ciò che vogliamo diventare. Possiamo portare con noi entrambe le cose. E forse è proprio questo il valore più grande dei tanti giovani siciliani che vivono fuori: sono lontani fisicamente, ma possono continuare a essere vicini alla propria terra attraverso le loro competenze, le loro idee e i loro progetti.”
Gigi Mula, intervista esclusiva per scrivolibero.it
Email concordialm@libero.it
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Fonte: Scrivo Libero
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