Agrigento – Palumbo pronto alla ricandidatura, mentre il centrodestra riflette su cosa fare da grande. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo
C’è una strana aria che si respira nei corridoi della politica favarese. Con la scadenza naturale del mandato del sindaco fissata nell’autunno del 2026 e il successivo prolungamento tecnico che accompagnerà la città alle urne nella primavera del 2027, il quadro politico locale restituisce un’immagine che oscilla tra il paradosso e una certa rassegnazione strategica.
Il fulcro del dibattito è, inevitabilmente, il sindaco Antonio Palumbo. Eletto nel 2021 alla guida di una coalizione di centrosinistra e civica, il primo cittadino si appresta ad affrontare la fase conclusiva del proprio mandato dopo cinque anni certamente non semplici. Un’amministrazione che, nel corso del tempo, ha trovato anche forme di collaborazione e sostegno esterno in settori dell’area moderata, secondo una logica spesso sintetizzata nel richiamo al «bene della città».
Oggi, inoltre, la stessa giunta registra la presenza di assessori riconducibili a consiglieri che gravitano nell’area del centrodestra. Una scelta che l’amministrazione ha interpretato come un’assunzione di responsabilità e come uno strumento per evitare l’immobilismo, ma che non manca di generare interrogativi e malumori in una parte del centrosinistra, preoccupata di vedere progressivamente sfumare l’identità originaria del progetto politico del 2021.
Ma il vero interrogativo riguarda soprattutto il campo avversario. Le indiscrezioni su una possibile convergenza di parte dei consiglieri che frequentano l’area politica del centrodestra sul nome di Palumbo per la prossima competizione elettorale raccontano, infatti, qualcosa di più complesso di un semplice cambio di schieramento.
Non sarebbe il sindaco ad aver cambiato campo. Sarebbe, piuttosto, una parte del centrodestra a valutare l’ipotesi di non costruire un’alternativa a Palumbo, finendo per riconoscere proprio nell’attuale primo cittadino il possibile punto di equilibrio della prossima competizione elettorale.
Ed è qui che nasce la domanda più importante: il centrodestra favarese vuole davvero costruire una coalizione capace di proporsi come alternativa e competere per vincere, oppure ha già scelto di rinunciare alla partita?
Fino a pochi mesi fa, nell’area moderata sembrava prendere forma l’ipotesi di schierare un candidato forte, un vero e proprio recordman di preferenze, capace di aggregare consenso e rimescolare le carte. Quell’ipotesi, almeno per il momento, sembra essersi raffreddata.
I principali protagonisti dell’area, infatti, appaiono maggiormente concentrati sulle prossime scadenze regionali e sugli equilibri politici di più ampio respiro. Una scelta legittima, naturalmente, ma che rischia di lasciare Favara senza una vera strategia politica per il 2027.
Ed è forse questo il dato più curioso. I due principali partiti del centrodestra hanno ai propri vertici provinciali due esponenti faveresi: Antonietta Vita, per la Democrazia Cristiana, e Adriano Barba, per Fratelli d’Italia. Due figure che guidano, a livello provinciale, importanti realtà politiche e che proprio nella propria città sembrano però incontrare difficoltà nel tradurre questa forza territoriale in una proposta politica unitaria.
A ciò si aggiunge il posizionamento degli autonomisti, intenzionati a evitare gli errori del passato e, soprattutto, candidature capaci di dividere anziché aggregare, mentre da Forza Italia continua a prevalere una prudente attesa.
«Il paradosso, dunque, è evidente. Non è Palumbo ad essere cambiato. È il centrodestra che sembra non aver ancora deciso cosa fare di fronte a Palumbo. Eppure, il 2027 potrebbe rappresentare per Favara l’inizio di una nuova era.»
Invece di costruire una candidatura alternativa, definire una piattaforma programmatica e spiegare ai cittadini quale idea di Favara intenda proporre per i prossimi cinque anni, una parte dello schieramento sembra guardare con interesse proprio a chi la città l’ha amministrata dal 2021.
È una strategia? È tattica politica? Oppure è semplicemente l’assenza di una strategia? La risposta spetterà ai partiti.
Ma il tempo per rinviare le decisioni comincia a ridursi. Il rischio, infatti, è che la politica favarese si trasformi in una partita con il risultato già scritto, nella quale i grandi equilibri provinciali finiscono per prevalere sulla necessità di costruire un progetto credibile per la città.
Perché, mentre i “generali” della politica provinciale guardano alle prossime battaglie regionali e agli equilibri futuri, il rischio è che dimentichino di presidiare il proprio territorio.
Se il centrodestra intende davvero proporsi come alternativa di governo, è arrivato il momento di rompere gli indugi: individuare un progetto, una squadra, un candidato e soprattutto una visione di città. Continuare a riflettere su “cosa fare da grandi”, mentre il treno del 2027 è già sui binari, rischia di assomigliare sempre più a una resa anticipata.
E Favara, alle prese con problemi economici, sociali e amministrativi che attendono risposte concrete, non può permettersi una politica che giochi semplicemente a non perdere. Deve esserci qualcuno disposto a giocare per vincere.
Ma al di là degli equilibri politici e delle strategie elettorali, resta una domanda che prima o poi dovrà essere posta ai cittadini: quanto è realmente migliorata Favara in questi cinque anni?
Perché, al netto degli annunci e delle dichiarazioni di principio, la percezione di una parte sempre più ampia della cittadinanza è quella di una città che continua a fare i conti con le proprie vecchie emergenze. Favara resta sporca, il degrado è ancora evidente, molte strade versano in condizioni difficili e i servizi pubblici vengono percepiti come insufficienti e poco efficienti. Nel frattempo, la pressione fiscale è aumentata e, agli occhi di molti cittadini, all’aumento dei costi non è corrisposto un adeguato miglioramento della qualità dei servizi.
Il problema, forse ancora più grave, è che gli elettori sembrano essere diventati assuefatti alla normalità del degrado. Anno dopo anno, emergenza dopo emergenza, una parte della comunità appare ormai stanca, sfiduciata e sempre meno disposta a credere alle promesse della politica.
Ed è proprio questa rassegnazione il dato sul quale la politica dovrebbe interrogarsi maggiormente. Una città non può limitarsi a sopravvivere alle proprie emergenze: deve avere l’ambizione di cambiare. E se dopo cinque anni il cittadino continua a confrontarsi quotidianamente con strade dissestate, sporcizia, servizi inefficienti e una crescente pressione fiscale, allora è legittimo chiedersi se il modello amministrativo adottato abbia realmente prodotto quel cambiamento che Favara attende da tempo.
“In fondo siamo all’inizio di una nuova era!”
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Fonte: Sicilia On Press
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