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Agrigento – Da Aragona a Harvard, la lezione di Alfonso Caramazza, premio Città di Aragona 2026

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Il grande neuroscienziato di origini aragonesi torna nella sua terra e racconta la storia della sua famiglia emigrata dalla Sicilia: «Eravamo poveri e non potevamo permettere ai figli di studiare. In America abbiamo dato il nostro contributo». Poi l’appello all’accoglienza: «Quando pensiamo diversamente, impariamo»

«I miei genitori hanno lasciato la Sicilia perché erano poveri e non potevano permettere ai figli di studiare».

Da questa frase, semplice e potentissima, è partita ad Aragona la riflessione di Alfonso Caramazza, uno dei protagonisti della ricerca internazionale nel campo della psicologia e delle neuroscienze cognitive.

Il professore, docente di Psicologia presso la Johns Hopkins University, direttore del Laboratorio di Neuropsicologia cognitiva dell’Università di Harvard e del Centro Interdipartimentale Mente-Cervello dell’Università degli Studi di Trento, è intervenuto lo scorso 11 settembre, a Palazzo Principe Naselli di Aragona, durante la cerimonia della quarta edizione del Premio “Città di Aragona”, organizzato dall’Associazione culturale “Aragonesi nel Mondo”, presieduta dal cav.dott. Vincenzo Di Giacomo e ideato da Giuseppe Lorenzano.

Davanti alla sua comunità d’origine, Caramazza non ha parlato soltanto della propria straordinaria carriera. Ha parlato soprattutto delle radici, dell’emigrazione siciliana e di ciò che accade quando uomini e donne costretti a partire riescono a trasformare una condizione di difficoltà in una risorsa per il Paese che li accoglie.

un momento della manifestazione 

«Noi abbiamo dato un contributo all’America non perché siamo noi, come singole persone, ma perché rappresentiamo quella massa di umanità che normalmente siamo contrari ad accettare quando la consideriamo diversa».

È qui che il racconto personale diventa una riflessione universale.

Chi arriva da lontano può portare qualcosa che ancora non abbiamo. Una lingua, una cultura, una religione, una sensibilità, ma soprattutto idee differenti. E proprio quelle differenze, secondo Caramazza, possono diventare una forza.

tutti i premiati, gli ospiti e la giuria

Il professore ha ricordato la storia degli Stati Uniti e il ruolo avuto dalle diverse comunità di immigrati nella costruzione della società americana.

«L’America, in un periodo particolare, è riuscita con la sua attività di recupero degli emigranti di vari Paesi a creare le strutture di uno Stato tra i più importanti del mondo. Non perché erano americani, ma perché erano arabi, perché erano siciliani, perché erano da qualsiasi parte del mondo, con idee diverse e quindi con critiche alla struttura esistente».

La parola chiave è “critica”. Perché, ha spiegato Caramazza, è proprio dal confronto tra idee differenti che nasce il progresso.

«Gli scienziati sanno benissimo che la scienza non va avanti senza la critica. La dimensione fondamentale è dire: “Ma perché è così? Non è così, ti sbagli”. È da lì che nasce il nuovo esperimento, da lì che nascono le nuove idee».

Una lezione che dalla scienza arriva alla società: non esiste crescita senza confronto e non esiste confronto autentico senza la capacità di accettare la diversità.

Caramazza ha parlato anche dell’accoglienza e del valore umano dell’incontro con l’altro.

«Io non sono religioso – ha detto – però so benissimo che l’accoglienza dell’altro è fondamentale e la stiamo perdendo».

Nel suo intervento ha fatto riferimento anche all’attuale situazione politica americana, precisando di non voler entrare nella polemica politica, ma sottolineando la necessità di non restare in silenzio davanti a decisioni che possono avere conseguenze più ampie.

«Se non parliamo, se non alziamo lo sguardo, se non diciamo che è sbagliato, se non lo facciamo pagheremo un prezzo tutti noi».

Poi il ritorno alle proprie radici.

«Io amo la mia Sicilia, l’ho sempre amata, amo Aragona».

Una dichiarazione affettiva che ha riportato il discorso dal grande scenario internazionale alla piccola comunità dalla quale la sua storia è partita.

Aragona, per Caramazza, non è soltanto il luogo delle origini. È una parte della propria identità, un nome che continua a viaggiare con lui nel mondo e che, come ha ricordato, racconta spesso ai suoi cugini e ai suoi amici.

E proprio alla sua comunità ha affidato il suo auspicio: contribuire a rendere la società «più gentile, più accogliente».

Perché l’incontro con l’altro, nella sua visione, non impoverisce una comunità. La mette alla prova e la costringe a crescere.

«Alla fine dei conti sono loro che vengono ad arricchirci, sono loro che ci forzano a pensare diversamente e quando pensiamo diversamente impariamo».

È forse questa la frase che più di tutte racchiude il significato dell’intervento di Alfonso Caramazza.

Un uomo partito dalla Sicilia di una famiglia povera, diventato protagonista della ricerca accademica internazionale, che torna ad Aragona e parla non di sé, ma di una storia collettiva.

La storia di chi parte. La storia di chi accoglie. E soprattutto la storia di ciò che può nascere quando due mondi diversi si incontrano.

Luigi Roberto Mula – giornalista 

esclusiva scrivolibero.it

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Fonte: Scrivo Libero

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