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Agrigento, l’appello ai cittadini e la comunità che non c’è

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Entusiasmo, metodo da startup e richieste di volontariato non bastano in una città che il potere ha abituato alla clientela, non alla cittadinanza.

Da quando si è insediata, la nuova amministrazione comunale di Agrigento ha scelto una parola d’ordine: collaborazione. Davanti all’acqua che arriva a singhiozzo, ai rifiuti, alle strade sconnesse, agli uffici svuotati di personale, i giovani amministratori chiedono ai cittadini di dare una mano. La risposta, però, è modesta ed episodica: qualche gruppo volenteroso, qualche marciapiede ripulito, qualche fotografia sui social. Poi il silenzio. Conviene chiedersi perché, senza liquidare la questione con il solito lamento sull’apatia degli agrigentini.

Max Weber distingueva tre fondamenti della legittimità del potere: la tradizione, il carisma, la legalità razionale. Un’amministrazione moderna dovrebbe poggiare sulla terza, cioè su regole impersonali e su un apparato capace di applicarle. Ad Agrigento, per decenni, il potere locale ha funzionato in altro modo: come rete di favori, rapporti personali, scambi. Il clientelismo non ha lasciato soltanto sprechi. Ha prodotto un tipo umano. Il cittadino si è abituato a rivolgersi al potente per ottenere qualcosa per sé, non a cooperare con le istituzioni per ottenere qualcosa per tutti. Alcuni ne hanno tratto vantaggi. La città nel suo insieme no.

Per questo la diffidenza verso il Municipio non è ignoranza né pigrizia: è una forma di memoria. Theodor W. Adorno, nelle conversazioni radiofoniche raccolte in Erziehung zur Mündigkeit (1970), ricordava che una democrazia che voglia funzionare secondo il proprio concetto ha bisogno di persone mündig, cioè capaci di giudizio autonomo. E questa autonomia non nasce per decreto: si forma nel tempo, dentro istituzioni che la rendano possibile. Una comunità a cui per generazioni è stato insegnato a essere cliente non diventa cittadinanza attiva perché un assessore lancia un appello sui social.

C’è poi un secondo nodo, più sottile. Molti dei nuovi amministratori si sono formati lontano da Agrigento, in contesti europei, spesso nel mondo delle startup. Portano competenze reali, energia, onestà di intenzioni. Ma rischiano di portare anche un modo di pensare che Max Horkheimer chiamava «ragione strumentale» (Eclipse of Reason, 1947): una ragione che si occupa soltanto dei mezzi più efficienti per raggiungere un fine, senza interrogare la storia e i rapporti sociali entro cui quel fine si colloca. Nel lessico della startup la città diventa un «problema da risolvere», fatto di obiettivi, scadenze, lavoro quotidiano. Herbert Marcuse, in L’uomo a una dimensione (1964), mostrava come il linguaggio operativo dell’efficienza tenda a cancellare la dimensione storica dei problemi. Agrigento non è un prodotto da lanciare. È una stratificazione di ferite.

Anche la richiesta di collaborazione, se resta generica, contiene un’ambiguità. Weber osservava che il funzionario moderno è separato dai mezzi dell’amministrazione, che appartengono all’apparato. Il cittadino lo è ancora di più. Chi vuole pulire una strada non ha attrezzi, coperture assicurative, coordinamento, luoghi dove conferire ciò che raccoglie. Senza strutture, l’impegno del singolo o del piccolo gruppo produce risultati minimi e, alla lunga, frustrazione. E l’appello rischia di diventare, al di là delle intenzioni, un trasferimento sui cittadini di responsabilità che spettano all’ente.

Nessuno chiede ai giovani amministratori di rinunciare all’entusiasmo. Ma il carisma della novità, insegnava Weber, si consuma in fretta se non si traduce in istituzioni stabili. Servono personale, regole chiare, strumenti come i patti di collaborazione sui beni comuni già sperimentati in molte città italiane, sedi, materiali, referenti riconoscibili. Serve soprattutto ascoltare la città prima di chiederle qualcosa: conoscerne la storia politica, le delusioni, le reti che l’hanno governata.

Nella conferenza Politik als Beruf (1919) Weber scriveva che la politica è un lento e tenace perforare tavole di legno duro, con passione e senso della misura insieme. È una lezione che vale per Agrigento. La comunità collaborante non si evoca: si costruisce, pezzo dopo pezzo, dimostrando che questa volta il potere sta dalla parte della città, ma con i fatti non con gli appelli e selfie. 

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Fonte: Report Sicilia

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