Agrigento – «E prima dov’eri?»: cari fans, il diritto di lamentarsi non ha scadenza. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Su Facebook c’è chi nega il diritto di protestare a chi taceva prima. Smontiamo l’argomento del «dov’eri prima?».
Il catasto del mugugno
Su Facebook, sotto ogni post di protesta per l’acqua che non arriva o per la strada sventrata, eccoli puntuali: «E prima dov’eri?». Custodiscono, pare, un catasto completo delle lamentele cittadine, con nome, data e oggetto. Chi non risulta iscritto non può protestare: ricorso inammissibile per tardività. Con l’aggravante, gravissima, di non essersi lamentato sotto le amministrazioni precedenti.
Il paradosso del primo lamento
Basta un briciolo di logica per far crollare l’edificio. Se per lamentarsi oggi bisogna essersi lamentati ieri, anche la lamentela di ieri richiedeva un precedente, e così via all’indietro. Risalendo la catena si arriva al primo cittadino che abbia mai protestato: privo di precedenti, non ne aveva il diritto. Dunque nessuno l’ha mai avuto, censori compresi. Un regresso all’infinito, un Comma 22 da tastiera.
C’è poi un vizio antico, che i logici chiamano argomento ad hominem: si processa chi parla invece di ciò che dice. Una condotta rotta resta rotta chiunque la segnali, anche chi se ne accorge soltanto oggi.
Che cosa direbbe la filosofia
La filosofa britannica Miranda Fricker chiama «ingiustizia testimoniale» il meccanismo per cui la parola di qualcuno vale meno a causa di un pregiudizio su chi la pronuncia. Il «dov’eri prima?» ne è la versione casereccia: si svaluta una testimonianza in base a una fedina della lamentela che nessuno ha mai consultato davvero.
Lo storico francese Pierre Rosanvallon ha dato un nome alla «controdemocrazia»: sorveglianza, interdizione e giudizio che i cittadini esercitano sul potere tra un’elezione e l’altra. È una funzione permanente della democrazia, non un abbonamento che decade se non lo rinnovi. E l’economista Albert Hirschman spiegava che la protesta, la «voce» nel suo lessico, è il segnale che permette a un’organizzazione di accorgersi del proprio declino e di correggerlo. Zittirla non protegge un’amministrazione: la rende cieca.
Tifosi, non cittadini
Perché allora questa logica attecchisce? La scienza politica parla di polarizzazione affettiva: l’attaccamento alla propria parte e l’ostilità verso l’altra contano più delle idee. Chi protesta oggi viene letto come un avversario travestito, il suo silenzio di ieri come prova di militanza. Byung-Chul Han, in Nello sciame, descrive la folla digitale che si coagula in ondate d’indignazione senza mai diventare un «noi» capace di agire insieme.
La prova definitiva dell’irrazionalità è la reversibilità: a urne rovesciate, lo stesso argomento serve alla fazione opposta. È un’arma che cambia padrone a ogni elezione e che non ha mai fatto arrivare un litro d’acqua in più in un solo rubinetto.
Nessun contributo da versare
La lamentela non è una pensione: non richiede contributi versati né anzianità di servizio. Si esercita quando il problema c’è, e si può cominciare in qualunque momento. Chi oggi si accorge per la prima volta di un disservizio non è un opportunista: è uno che crede di essere in diritto di segnalare ora il problema, a prescindere da tutto.
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Fonte: Report Sicilia
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