Agrigento – Ad una settimana dal nubifragio: Il conto della pioggia arriva dopo. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Eventi.
Cosa sta succedendo

Sotto il Colle l’acqua del 19 settembre continua a lavorare.
Sessant’anni dopo la frana del 1966 e otto mesi dopo Niscemi, Agrigento ha poche settimane per guardare i suoi versanti.
Sabato 19 settembre su Agrigento sono caduti circa 153 millimetri di pioggia in due ore. Confrontata con le curve di pioggia regionali su cui si dimensionano fogne e caditoie, è quasi quattro volte la pioggia di due ore attesa ogni cinque anni, e quasi il doppio di quella attesa una volta al secolo. Nessuna rete urbana ordinaria è costruita per reggere un colpo simile.
Il conto visibile lo conosciamo. Il piano stradale ceduto in piazza Marconi, con un’auto inghiottita e un ferito. Lo smottamento sulla statale 640. Gli alberi sradicati, l’invito del Comune a non uscire di casa. È il conto delle ore. Ma ad Agrigento esiste anche un conto delle settimane, ed è quello che nessuno sta guardando.
La città storica poggia su una piastra di calcarenite, una roccia rigida e fratturata che forma il Colle, la Rupe Atenea e la Collina dei Templi. Sotto ci sono le argille azzurre del Pliocene: plastiche, quasi impermeabili. La pioggia che cade sul centro storico entra nelle fratture della calcarenite e scende fino a quando incontra l’argilla. Lì si accumula e fa salire la pressione dell’acqua al contatto fra le due rocce. Ai margini della piastra quella pressione riduce l’attrito che tiene insieme il versante.
Il punto decisivo è il tempo.
La pressione non sale la notte del temporale: si propaga lentamente nella roccia. Nello schema geologico agrigentino il momento più delicato arriva nelle sei-otto settimane successive all’evento. Per il nubifragio del 19 settembre la finestra di attenzione è aperta adesso e resta aperta fino a metà novembre.
La città sa già che cosa accade quando un margine della piastra cede. La mattina del 19 luglio 1966 una frana squarciò l’Addolorata, il Rabato e Santa Croce. Non ci furono vittime solo perché un netturbino, Francesco Farruggia, diede l’allarme alle sette. Migliaia di persone persero la casa. La commissione ministeriale guidata da Michele Martuscelli scrisse che «gli uomini, in Agrigento, hanno errato, fortemente e pervicacemente». Pochi giorni dopo, i docenti dell’Università di Palermo spiegarono al quotidiano L’Ora che quella zona era in dissesto già da anni.
A gennaio lo stesso copione è andato in scena a Niscemi, a circa 75 chilometri da qui. Anche lì l’abitato sorge su una piastra di sabbie poggiata sulle argille. Il 25 gennaio il versante occidentale è scivolato su un fronte di circa quattro chilometri e gli sfollati sono stati oltre 1.600. Non era imprevedibile: lo stesso corpo di frana si era mosso nel 1997 e le carte del Piano di assetto idrogeologico classificavano l’area a pericolosità molto elevata dal 2006. Il rischio era scritto; mancava chi lo leggesse.
Ad Agrigento, per quanto risulta da fonti pubbliche, oggi non lo legge nessuno. Non sono pubbliche letture di piezometri al contatto fra calcarenite e argilla. Non sono pubblici i dati sulle perdite della rete idrica e fognaria del centro storico, che alimentano la stessa falda della pioggia, ogni giorno e non solo quando piove. Eppure dal 2022 il servizio europeo Copernicus pubblica gratuitamente le misure satellitari dei movimenti del suolo, millimetro per millimetro, anche sul Colle. Non risulta che qualcuno, finora, li abbia letti per la città.
Poi c’è una coincidenza che pesa. Santa Croce, uno dei quartieri della frana del 1966, è lo stesso su cui nel 2026 il Comune ha perso 14,9 milioni di euro di rigenerazione urbana: dieci del PNRR definanziati, 4,9 del programma complementare revocati. Sessant’anni dopo, parte di quei luoghi è ancora in abbandono, e l’Ordine degli Architetti chiede un concorso internazionale per recuperarli.
Che cosa fare? Entro metà novembre, sopralluoghi tecnici sui margini del 1966 per cercare fessure nuove, sorgenti comparse dopo le piogge, muri che si aprono, porte che non chiudono più. Un canale semplice per le segnalazioni dei cittadini. Entro l’inverno, la richiesta al gestore dei dati di perdita della rete del centro storico e una convenzione con un’università o con il CNR per leggere i dati satellitari. Poi una rete piezometrica permanente sui versanti.
Costa molto meno di una frana, e dei quattordici milioni perduti. La pioggia del 19 settembre ha già presentato il suo conto delle ore. Il conto delle settimane dipende ancora da noi.

Leggi anche: Altre notizie su Eventi
Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

