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Agrigento – GAETANO ARONICA: «IL TEATRO NON DEVE CREARE ILLUSIONI, MA COSCIENZE»

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Agrigento – GAETANO ARONICA: «IL TEATRO NON DEVE CREARE ILLUSIONI, MA COSCIENZE». Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.

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Dall’esperienza al Teatro Pirandello ai nuovi progetti al Palacongressi, l’attore e direttore artistico racconta la sua scommessa sui giovani, il rapporto con Sciascia e Pirandello e un’idea di cultura che intreccia arte, giustizia e impegno civile. «I talenti devono germogliare. La sfida più bella è farli sbocciare dalle nostre parti».

di Luigi Mula

AGRIGENTO – Ci sono artisti che attraversano il teatro come un mestiere e altri che finiscono per considerarlo una responsabilità. Gaetano Aronica appartiene a questa seconda categoria. Attore, regista e direttore artistico, con una formazione maturata tra gli studi in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo all’Università di Bologna, dove si è laureato con lode, e la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, ha costruito negli anni un percorso che attraversa il cinema, la televisione e il palcoscenico.

Nel suo curriculum figurano film come Malèna e Baarìa, entrambi diretti da Giuseppe Tornatore, e produzioni televisive come Il capo dei capi, Squadra antimafia – Palermo oggi e la serie Netflix Barbari. Ma oggi, accanto al lavoro di attore, c’è soprattutto la sfida di costruire progetti culturali capaci di lasciare un segno nel territorio.

Già presidente del Teatro Pirandello di Agrigento e direttore artistico dei teatri comunali di Racalmuto e Licata, Aronica guarda alla cultura come a uno strumento di crescita collettiva. Un’idea nella quale si incontrano le sue passioni letterarie, da Leonardo Sciascia a Luigi Pirandello, e una convinzione che torna spesso nelle sue parole: il talento, da solo, non basta. Occorrono studio, disciplina, impegno e la capacità di coltivare le coscienze.

Aronica, la nuova stagione del Palacongressi si presenta ricca di novità. Qual è l’idea che la sostiene?

«È tutto frutto di un’estate di lavoro. Con il direttore del Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi di Agrigento, Roberto Sciarratta, e con tutto lo staff abbiamo deciso di fare un passo più lungo, offrendo al pubblico cose nuove, diverse, originali, anche meno conosciute. Speriamo che il pubblico si fidi delle nostre scelte. Ogni tanto si può anche sbagliare, ma si può crescere insieme. Invece di offrire un programma prevedibile, già confezionato, abbiamo costruito una stagione che ho definito pirotecnica, piena di sorprese. Ci saranno i Black Blues Brothers, la Family Floz di Berlino, il musical Gloria, Francesco Montanari, Luca Bizzarri, Violante Placido con Marilyn, Giuseppe Pambieri con I Promessi sposi e Franco Branciaroli con Non si sa come di Pirandello. E poi spettacoli per le famiglie, come La bella e la bestia, e il teatro legato al nostro territorio, con Marco Savatteri. Vogliamo parlare a pubblici diversi, dai giovani agli spettatori più maturi, senza rinunciare alla qualità».

Tra le novità annunciate, c’è un progetto che sembra avere per lei un significato particolare: i laboratori teatrali legati alla giustizia.

«È la cosa che in questo momento mi entusiasma di più. Ho parlato con diversi magistrati siciliani che hanno gestito e presieduto processi importanti. Verranno a incontrare i ragazzi dei nostri corsi di teatro. Non si tratta soltanto di una formazione artistica. Vorrei che fosse anche una formazione etica, civile e umana. È bello leggere gli atti di processi reali e poi confrontarli con pagine di Sciascia, Bufalino, Consolo e dello stesso Pirandello. I ragazzi lavoreranno su un’idea di verità e di giustizia, anche attraverso il corpo e la recitazione. Il teatro può diventare un movimento di idee. Non è soltanto imparare a stare su un palcoscenico: significa crescere, interrogarsi, comprendere la complessità della realtà».

È qui che il percorso artistico di Aronica incontra la sua passione per la letteratura civile. Sciascia, in particolare, rappresenta un riferimento naturale per chi intende esplorare il rapporto tra verità, potere, coscienza individuale e giustizia. E Il giorno della civetta, opera che Aronica ha portato a lungo in scena, diventa oggi anche un’occasione per riflettere sul modo in cui le nuove generazioni percepiscono il bene e il male.

Il rapporto con i giovani è una costante del suo lavoro. Che cosa le hanno insegnato?

«Io ci credo molto. Il punto di vista dei ragazzi è sempre stato illuminante per me. Hanno una capacità di sintesi, un’ironia e una leggerezza che spesso noi adulti perdiamo. E anche i loro problemi, che a noi possono sembrare piccoli, per loro sono i più grandi del mondo. Dobbiamo ricordarci che siamo stati ragazzi anche noi. L’anno scorso, al Palacongressi, abbiamo accolto circa 15 mila studenti. È un lavoro cominciato anni fa, andando nelle scuole di tutta la provincia. Molti ragazzi non erano mai entrati in un teatro. Scoprire quel luogo, lasciarsi sorprendere e trovare nuove idee è stata per loro un’esperienza importante. Ho sempre pensato che ai giovani dovessero essere proposti spettacoli di prima fascia, mai spettacoli di ripiego. Non sono meno esigenti degli adulti, anzi. Per un teatro vivo, la produzione e il rapporto con i giovani sono due aspetti fondamentali».

«I ragazzi non esaltano più i cattivi»

C’è un episodio della sua esperienza teatrale che le fa guardare con fiducia al futuro?

«Mi è capitato di osservare un cambiamento nel pubblico dei ragazzi durante le rappresentazioni de Il giorno della civetta. Quindici anni fa, quando entrava in scena Zicchinetta, l’assassino, molti giovani facevano il tifo per lui. Era il personaggio spaccone, violento, quello che sembrava vincente perché non rispettava la legge. Col passare degli anni, invece, ho visto i ragazzi ammutolirsi durante gli scontri con i personaggi negativi. Non esaltavano più il cattivo: lo guardavano in modo diverso, riflettevano su quello che rappresentava. Forse è un segnale importante. I giovani vogliono credere in un mondo più giusto, nel quale i cattivi siano riconosciuti come tali e non diventino modelli da imitare. Naturalmente, ce lo auguriamo. Ma è qualcosa che ho osservato personalmente».

In un tempo segnato da guerre, contrapposizioni e notizie spesso drammatiche, dove si può cercare la speranza?

«Credere nella speranza è un dovere, soprattutto se si crede nel futuro e si lavora per costruirlo. Quando le madri vengono a ringraziarti perché i loro figli hanno scoperto qualcosa attraverso il teatro, capisci che una speranza c’è. Se ti affidano i loro figli, significa che credono in quello che fai. Mi ha colpito molto anche la reazione al film su Fratel Biagio. In un sistema dell’informazione nel quale spesso le notizie negative attirano maggiormente l’attenzione, una storia che parla di bontà può sorprendere. Eppure ha suscitato grande entusiasmo, proprio perché abbiamo bisogno di esempi positivi. Di Fratel Biagio mi ha colpito la forza, la tenacia, la capacità di non mollare. Andare fino in fondo per un ideale è ciò che accomuna tante figure che ammiriamo, anche grandi magistrati ed eroi civili. È facile sognare di farlo; molto più difficile è realizzarlo».

La sua formazione universitaria e teatrale quanto ha inciso sul percorso che sta portando avanti oggi?

«Moltissimo. Ho studiato tanto, anche grazie all’insistenza di mio padre, che ci teneva moltissimo alla mia laurea. All’epoca, frequentando l’Accademia, non era semplice riuscire a portare avanti entrambe le cose. Ho fatto fatica, ma oggi devo ringraziarlo. Quella formazione mi è servita soprattutto nella mia attività organizzativa e dirigenziale, che è complementare al lavoro dell’attore. Mi ha insegnato il valore dello studio e della disciplina. Spesso perdiamo di vista i piccoli gesti, quelli che possono cambiare la vita più dei grandi gesti. La disciplina è fondamentale: i talenti vanno coltivati, non sotterrati. Devono germogliare, crescere e riempirsi dell’umore della terra prima di sbocciare. La scommessa più bella è riuscire a farli sbocciare dalle nostre parti».

E proprio dalle nostre parti lei vorrebbe costruire qualcosa che duri nel tempo. Il sogno di un’accademia teatrale nell’Agrigentino è ancora vivo?

«Assolutamente sì. Dobbiamo avere dei sogni. Lo dico anche ai miei due figli Tito e Viola: alla mia età continuo ad averne. Uno dei miei desideri è rimanere qui, riprendere il filo con le mie radici. Vengo da una famiglia legata alla scuola e alla giustizia: mio padre e mia madre erano insegnanti, mia sorella è giudice. In un certo senso, quello che sto facendo oggi tiene insieme queste tradizioni. Da due anni porto avanti corsi di teatro al Palacongressi e anche a Licata c’è interesse. Ma una scuola di teatro è una grande responsabilità. Non significa soltanto insegnare a recitare: significa contribuire a formare giovani e coscienze. Il teatro può toccare corde emotive profonde, e bisogna esserne consapevoli. Io questa responsabilità vorrei prendermela, e sto cercando di farlo».

Accanto al lavoro al Palacongressi, come dicevamo in premessa,  Aronica è anche impegnato nella costruzione di altri progetti teatrali a Licata e Racalmuto. Per quest’ultima città, legata indissolubilmente alla memoria di Leonardo Sciascia, il riferimento alla giustizia e ai grandi autori assume un valore particolare, fortemente voluto dal sindaco Calogero Bongiorno. A Licata, inoltre, la nuova stagione si lega alla figura di Rosa Balistreri, nel centenario della nascita, celebrandone non soltanto il valore artistico, ma anche il significato umano e sociale.

Che cosa rappresenta oggi Rosa Balistreri?

«Non soltanto una grande cantante. È anche il simbolo di una donna che ha subito ingiustizie, violenze di genere e violenze sociali. La sua storia ha una forza che va oltre la Sicilia. È una figura che può parlare al mondo intero. Abbiamo l’onore, grazie al sindaco Angelo Balsamo, di lavorare in un teatro legato al suo nome e alla sua memoria. Anche a Licata vogliamo costruire una stagione organica, capace di valorizzare questo patrimonio».

Il suo lavoro, però, non si esaurisce nei teatri. C’è anche la televisione, con nuovi progetti importanti.

«È vero. Ho partecipato al film su Fratel Biagio, interpretando il cardinale Pappalardo, e sono coinvolto anche nella serie televisiva “ Il Giudice e i suoi assassini”, di Michele Placido sul Beato Rosario Angelo Livatino, con un personaggio circoscritto ma significativo. Inoltre, sono entrato nel cast della seconda stagione di Libera – Il caso Elena Palma, con Lunetta Savino, regia di Gianluca Mazzella, nella quale interpreto il padre della protagonista, su RAI Uno a partire dal prossimo 25 ottobre. La televisione mi assorbe, ma in questo momento la cosa che mi preme maggiormente resta il lavoro con i ragazzi e la costruzione dei progetti culturali».

Se dovesse indicare il filo che unisce il suo percorso di attore, direttore artistico e formatore, quale sarebbe?

«Credo nella possibilità di costruire qualcosa attraverso lo studio, l’impegno e la cultura. Il talento deve essere accompagnato dalla disciplina, e la formazione artistica deve camminare insieme a quella umana. Per questo mi piace lavorare con i giovani. Sono imprevedibili, e questa è la loro bellezza. A volte le idee migliori arrivano proprio dai figli, perché hanno uno sguardo fresco e immediato sulle cose. Il teatro deve essere un luogo vivo, capace di far nascere domande, di mettere in discussione le certezze e di aiutare le persone a crescere».

È forse questa la scommessa più importante di Gaetano Aronica: non limitarsi a portare spettacoli sui palcoscenici, ma fare del teatro un luogo nel quale una comunità possa riconoscersi, discutere e immaginare il proprio futuro. Con Pirandello e Sciascia sullo sfondo, la giustizia come orizzonte e i giovani come interlocutori privilegiati, la cultura diventa così molto più di una stagione teatrale. Diventa una promessa affidata al territorio: quella di continuare a coltivare talenti, costruire coscienze e tenere accesa la speranza.

Luigi Mula, esclusiva per scrivolibero.it

In copertina foto di Calogero “Lilluccio” Conte

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Fonte: Scrivo Libero

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