Il naufragio del 2013 a Lampedusa, identificate altre tre vittime. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Eventi.
Cosa sta succedendo
Dopo 12 anni tre vittime del maxi naufragio del 3 ottobre 2013, in cui morirono 368 migranti davanti a Lampedusa, sono state riconosciute e identificate. E’ il primo risultato della missione del comitato 3 ottobre e dei medici del Labanof dell’Università di Milano a Utrecht, nei Paesi Bassi. A rendere possibile l’iniziativa sono stati due giovani fratelli eritrei, uno residente in Germania e l’altro a Utrecht, che hanno rintracciato connazionali residenti nei Paesi Bassi e perso familiari nella tragedia.
Nell’appartamento messo a disposizione dai due sono stati raccolti campioni salivari per il tracciamento del Dna, che sarà confrontato con quello dei corpi recuperati. All’appuntamento, organizzato tramite social e Whatsapp, si sono presentati dodici familiari, due in più rispetto ai dieci previsti, tutti legati a persone scomparse nel naufragio del peschereccio affondato davanti all’isola dei Conigli. In quell’occasione si salvarono 155 migranti.
Sono scoppiati a piangere quando hanno riconosciuto i propri cari fra le decine di fotografie dell’album delle vittime del naufragio del 3 ottobre del 2013 a Lampedusa. Tra gli scatti mostrati dai medici del Lubanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’università di Milano, c’erano i volti di un ragazzo di 16 anni, del sacerdote ortodosso Derar Gaim Gebremedhin e di Yohans Fishaion, studente di vent’anni, tutti eritrei. A riconoscerli sono stati il padre del minorenne e i fratelli del prete e del ragazzo, che assieme ad altri nove congiunti alla ricerca dei
propri dispersi si sono presentati per l’esame in un appartamento al quarto piano di una palazzina popolare, a Utrecht in Olanda.
«Mio figlio aveva circa 15 anni quando è partito dall’Eritrea – ha detto il padre che vive a Rotterdam – L’ultima volta che l’ho visto era il 2007 perché all’epoca fui reclutato come militare. Aveva lasciato l’Eritrea con alcuni amici per andare in Etiopia, sono stati loro a dirmi che mio figlio si trovava su quella barca». Quando ha visto il volto del figlio nell’album delle persone morte nel naufragio l’uomo si è portato le mani sul viso ed è scoppiato a piangere.
Il tampone salivare, da dove verrà prelevato il suo Dna, verrà incrociato subito con quello della vittima indicata come il figlio. Dall’esito scientifico l’uomo potrà sapere dove è stato sepolto il ragazzo. Stesso iter che seguiranno gli altri due casi di identificazione fotografica. «L’ultima volta che ho visto mio fratello era il 2010, era andato via dall’Eritrea nel 2012, voleva raggiungere l’Europa – racconta il fratello del prete ortodosso – Non so quando sia partito, ci hanno comunicato che era morto assieme a tante persone. Vedere le foto dei cadaveri è stata dura, ma sono stato fortunato, almeno avremo una tomba su cui piangere».
Yohans Fishaion, invece, voleva raggiungere l’Europa per cominciare una nuova vita. «Non aveva idea di un Paese preciso, voleva solo arrivare in Europa», ha detto il fratello, giunto a Utrecht con la figlia e la nipotina Celine di pochi mesi.
Fonte: gds.it
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