Al momento stai visualizzando Ultimo saluto a Gabriele Vaccaro: Favara si stringe in silenzio e commozione

Ultimo saluto a Gabriele Vaccaro: Favara si stringe in silenzio e commozione

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Sport
  • Commenti dell'articolo:0 commenti

Ultimo saluto a Gabriele Vaccaro: Favara si stringe in silenzio e commozione. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.

Cosa sta succedendo

⏱️Tempo di lettura: 9 min

Una chiesa gremita in ogni ordine di posto, un silenzio irreale, quasi sospeso. Un silenzio che non era assenza di suono, ma presenza piena di dolore. Così Favara ha salutato oggi Gabriele Vaccaro, il giovane ucciso nei giorni scorsi con una violenza che lascia sgomenti, che lacera, che non trova spiegazione.

Fin dalle prime ore del pomeriggio , la gente ha iniziato ad affluire. A ondate. Come se nessuno potesse restare a casa. Come se ognuno avesse il bisogno urgente di esserci, di vedere, di condividere, di non lasciare sola quella famiglia distrutta. In tanti non sono riusciti a entrare: sono rimasti fuori, stretti l’uno all’altro, con gli occhi bassi, qualcuno in lacrime, qualcuno immobile, incapace persino di parlare. Anche da fuori, si percepiva tutto: il peso, il vuoto, l’ingiustizia. La piazza antistante, gremita anch’essa, ha seguito la celebrazione attraverso altoparlanti, in un silenzio attonito.

Amici, compagni di scuola, parenti, insegnanti, volti segnati. Ma anche persone che Gabriele non lo conoscevano, e che oggi hanno sentito comunque di aver perso qualcosa. Un ragazzo. Un pezzo di futuro.

Presenti anche le autorità civili e militari: il Questore di Agrigento, dott. Tommaso Palumbo, il Comandante provinciale dei Carabinieri, col. Vittorio Stingo, il Comandante provinciale della Guardia di Finanza, col. Nicola Leone, il Presidente del Libero Consorzio Comunale di Agrigento, dott. Giuseppe Pendolino. Presenti anche numerosi sindaci della provincia, tra tutti, però, spiccava il primo cittadino di Pavia, Mario Fabrizio Fracassi.

Una presenza istituzionale che ha accompagnato quella, immensa e spontanea, di un’intera città ferita. Favara oggi non è solo addolorata: è spezzata. Perché la morte di Gabriele non è stata solo una morte. È stata una violenza feroce, improvvisa, inaccettabile. Una violenza che non lascia spazio alla comprensione, ma solo a una rabbia muta, che brucia dentro.

Ad officiare la celebrazione è stato l’arcivescovo di Agrigento, mons. Alessandro Damiano, che ha provato a dare voce a ciò che voce non ha. Ha parlato di dolore innocente, di vite spezzate senza perché, di una comunità chiamata a interrogarsi. Ma anche le parole, oggi, sembravano insufficienti.

Dentro la chiesa, ogni parola sembrava pesare il doppio. Il feretro, al centro, era attorniato dagli amici più stretti, tutti con indosso una maglietta con la foto di Gabriele e il numero che portava quando giocava a calcio.

Particolarmente toccante la preghiera dei fedeli, letta e scritta dagli amici: parole semplici, spezzate da una voce rotta dal dolore e dalla commozione.

Subito prima dell’uscita del feretro la lettera della fidanzata, la più straziante:

“I nostri cuori continueranno a battere anche oltre le nuvole”. Una frase rimasta sospesa nell’aria, tra le lacrime di tutti. A seguire,le parole del primo cittadino di Favara hanno attraversato la chiesa, cariche di dolore e responsabilità.

OMELIA del Vescovo Mons. Damiano (trascrizione integrale):

“Resta con noi, perché si fa sera. A Gesù risolto che ancora stentano a riconoscere, i suoi discepoli non riescono a dire altro. Gerusalemme da cui provengono, ed Emmaus, dove sono diretti,non sono che un punto di partenza, e il punto di arrivo di un comune itinerario madescrivono una lacerazione profonda, che si è creata alla morte, una voragine di delusione, giunta alle soglie della disperazione , un insostenibile senso di smarrimento di fronte al dramma di una morte assurda, alla paura di doverci fare conti e alla fatica di dover andare avanti. E non riescono a dire altro.

Resta con noi, perché si fa sera. Anche noi non riusciamo a dire altro di fronte alla vicenda di Gabriele. Ma non possiamo non dirlo, e sentiamo tutto il bisogno di gridarlo.

Resta con noi, perché si fa sera. Si fa sera quando la vita ancora tutta da vivere, e un giovane, diventa il pezzo di una bravata finita in tragedia. Si fa sera quando la sua famiglia, che ha già dovuto sostenere il peso della sua lontananza, si ritrova costretta a rinunciarci per sempre.

Si fa sera quando un’intera città, la nostra, già duramente provata da altre tragedie, deve confrontarsi con l’ennesima morte che si poteva evitare. Si fa sera quando un’altra città, che accoglie i figli di altre terre per aiutarli a inseguire i loro sogni, diventa scenario di inammissibili guerre tra fratelli, i quali all’improvviso smettono di esserlo e diventano alcuni prede e altri predatori. Si fa sera quando insieme al fratello che provoca il fratello a ucciderlo, senza neppure a rendersi conto della sua irrazionalità delle sue pretese e della gravità dei suoi atti, e l’umanità stessa a morire e a dover dichiarare un’altra inutile sconfitta.

In questa nostra sera, come in quella dei due discepoli del Vangelo, sentiamo ancora il bisogno di gridare al Signore: resta con noi. E Lui, il Risolto, ci sta già precedendo e accompagnando, anche se nostri occhi, come loro, forse sono ancora impediti a riconoscerlo. Ci sta precedendo e accompagnando, venendo con noi nella nostra etnos.

Quel villaggio, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, al tempo in cui si sono svolti i fatti narrati nel Vangelo, non esisteva neppure. Ma non è un errore di localizzazione o una svista dell’evangelista. Probabilmente il tentativo di collocare concretamente i due discepoli e noi con loro, davanti a un rischio che può avere diverse sfaccettature e molteplici conseguenze.

E che tutti corriamo, il rischio di fuggire dalla realtà, ritenendola scomoda e pensando di potersi dirigere altrove. Se Gerusalemme è il luogo della responsabilità e del coraggio dove si arriva per compiere il proprio cammino e adempiere la propria missione fino al punto di dare la vita, un ipotetico villaggio distante da Gerusalemme può rappresentare innanzitutto la pretesa di poterla conservare la vita o addirittura di poterla prendere fino al punto di toglierla. Può rappresentare l’utopia di una realtà alternativa, costruita a propria misura, dove si pensa solo a se stessi e dove a poco a poco si diventa sempre più autoreferenziali, egoisti e e narcisisti , fino a sminuire e calpestare il valore degli altri.

Non è un’accusa la mia, ma una preoccupazione seria e sofferta, la stessa che Monsignor Corrado Sanguinenti, vescovo di Pavia, ha espresso nel suo messaggio per la morte di Gabriele, dichiarando che questo nuovo episodio di violenza, gratuita e assurda, oltre a suscitare dolore e turbamento, resta domanda drammatica sul vuoto che abita il cuore di non pochi adolescenti e giovani, sulla disumana ferocia che esplode , spesso in un contesto di operazioni violente, di possesso, vissute e continuate in un clima di eccitazione e alla ricerca di sempre nuove emozioni, perdendo il senso della realtà e qualsiasi capacità di empatia. Se poi a questo villaggio, distante da Gerusalemme, si dà il nome di Ennos, conoscendo la storia dell’antico Israele, il pensiero va a un luogo in cui si vince senza mente, solo per la presunzione di avere Dio dalla propria parte. E anche in questo caso si può fare una domanda, altrettanto drammatica, se non addirittura più sconcertante, in merito all’arroganza di poter diventare Dio di se stessi e di poter vantare vittorie facili a dato di indifesi.

Ma Emmaus può rappresentare semplicemente il bisogno di fuggire, anche solo verso l’ignoto, pur di sottrarsi a una realtà diventata troppo pesante da affrontare. E il rischio, che forse anche noi stiamo correndo proprio ora, sforzandoci di celebrare fiduciosi la Pasqua del Signore, mentre ci chiediamo solamente il perché di questi e di tante altre tragedie incomprensibili e inaccettabili. Come possiamo continuare a credere nella vita se tutto ci parla di morte? Come possiamo continuare a sperare se ci sentiamo sconfitti e anniettati? Come possiamo continuare a fare spazio alla gioia se siamo affranti dal dolore? In ogni caso Emmaus è un passaggio obbligato per poter tornare a Gerusalemme con una consapevolezza diversa, che ci riconcili con noi stessi, con gli altri e con Dio.

Con le ferite della nostra memoria, le incertezze del nostro futuro, la precarietà del nostro presente. In un modo o nell’altro, gli undici chilometri che separano Gerusalemme da Emmaus sono il tempo che serve e che basta perché si faccia sera e perché ogni sera diventi il preluvio di un giorno nuovo da vivere con una responsabilità più matura, illuminata dal senso della vita, sostenuta dall’audacia della speranza, aperta alla sfida della gioia. E questa è la risurrezione che oggi celebriamo e invochiamo.

E mentre, nella nostra sera, continuiamo a chiedere al Signore di restare con noi, Lui, risorto, ci risponde mettendoci davanti la promessa di un cielo nuovo e una terra nuova e dicendoci ancora una volta, ecco, io faccio allora tutte le cose, professando la nostra fede nella risurrezione. Vogliamo credere che Dio ha già fatto una cosa nuova con Gabriele, donandogli la vita eterna nel momento stesso in cui gli è stata rubata la vita terrena. Vogliamo credere che vuole fare una cosa nuova con ciascuno di noi, liberandoci da una assuefazione che dà la rassegnazione all’odio, alla violenza, alla sete di vendetta e aiutandoci a imparare dagli errori nostri e degli altri per ritrovare la strada del bene, della verità e della giustizia.

Condivido e rilancio, ancora l’esigenze espressa dal vescovo di Pavia, l’esigenza di educazione, l’esigenza di adulti, di famiglie, di comunità che possano offrire proposte di vita e di significato contro il nichilismo e contro l’impressione di una vita irreale che fa perdere il gusto e l’amore vero della vita alle persone, alla realtà, e soprattutto a restare umani e a crescere sempre più in umanità non limitandoci ad aumentare i sistemi di controllo o esasperare l’esemplarità della pena, ma investendo nella formazione e nell’accompagnamento delle coscienze attraverso la testimonianza di vita nuova che il Signore risorto ci comunica, ci mostra mentre si svela il senso delle scritture e spezza il pane per noi faccia diventare il nostro cuore come quello dei discepoli apra i nostri occhi perché possiamo riconoscerlo e ci restituisca la fiducia e la responsabilità per costruire spazi di accoglienza sincera, di fraternità autentica e di pace e duratura.”

All’uscita del feretro, il tempo si è fermato. Poi, improvviso, un applauso lungo, disperato. Non un gesto formale, ma un grido collettivo.

Quando la bara ha lasciato la chiesa, nel cielo è stato lanciato un rosario di palloncini, salito lentamente sopra la città, come un ultimo, silenzioso saluto.

Molti giovani si sono abbracciati, stretti forte, come per proteggersi da qualcosa che improvvisamente fa paura. Perché oggi la morte ha il volto di uno di loro.

Favara oggi si è fermata davvero. Non è stato solo un funerale. È stato un addio che pesa, che resta addosso.

Resta lo smarrimento. Resta una rabbia sorda, impotente. Resta quella domanda che nessuno riesce a pronunciare fino in fondo: perché?

E resta il ricordo di Gabriele. Un ragazzo. Una vita. Spezzata troppo presto.

Leggi anche: Altre notizie su Sport

Fonte: Sicilia24h

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

Lascia un commento