Ad Agrigento, solo il 20% delle famiglie ricorre al tribunale per i diritti dei bambini. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Assistenza ASACOM Agrigento, il dato che pesa sulle famiglie
Meno del 20% delle famiglie dei bambini che avrebbero diritto alle ore complete di assistenza all’autonomia e alla comunicazione decide di rivolgersi al Tribunale. Il dato, fornito dall’associazione L.U.C.E. di Agrigento e rilanciato dalla presidente Simona Zarcone, non è soltanto una percentuale. È la fotografia di una resa silenziosa, consumata dentro le case, spesso lontano dai riflettori, tra stanchezza, paura delle spese, sfiducia nella giustizia e assenza di una rete solidale capace di sostenere davvero i genitori.
Il punto è questo: molte famiglie non rinunciano perché ritengano giusto il taglio delle ore. Rinunciano perché sono sole. Perché affrontare un ricorso significa trovare un avvocato, raccogliere documenti, esporsi, aspettare, sopportare altri mesi di incertezza. E quando si ha un figlio con disabilità grave, ogni settimana persa non è una pratica amministrativa sospesa: è scuola negata, autonomia compromessa, inclusione indebolita.
La sentenza del Tribunale e il nodo della discriminazione
La recente sentenza del Tribunale di Agrigento del 13 maggio, pronunciata dalla giudice Alessandra Di Cataldo, ha condannato il Comune per condotta discriminatoria indiretta nei confronti di una minore con handicap grave. Alla bambina erano state ridotte le ore di assistenza ASACOM rispetto a quelle previste dal Piano Educativo Individualizzato. Il giudice ha riconosciuto il danno non patrimoniale e ha condannato l’ente anche al pagamento delle spese legali.
La decisione conferma un principio elementare: il PEI non è un suggerimento, non è un parere facoltativo, non è una voce di bilancio da comprimere quando mancano risorse. È l’atto che individua i bisogni educativi dell’alunno e le misure necessarie per garantire il diritto allo studio.
Famiglie sole, diritti compressi e sfiducia nella giustizia
Il dato denunciato da L.U.C.E. va letto senza ipocrisie. Se meno di una famiglia su cinque ricorre, il problema non è la mancanza di ragioni giuridiche. Il problema è la solitudine sociale. Troppi genitori vivono il diritto del figlio come una battaglia privata, invece che come una responsabilità pubblica.
In una comunità civile, una famiglia non dovrebbe essere costretta a trasformarsi in ufficio legale permanente per ottenere ore già riconosciute dagli organismi competenti. Non dovrebbe scegliere tra rassegnazione e tribunale. Non dovrebbe sentirsi dire, direttamente o indirettamente, che il diritto del figlio dipende dalla capienza del bilancio.
L’amministrazione non può scaricare il peso sui genitori
La questione politica e amministrativa è netta. L’ente competente non dovrebbe attendere il ricorso per ripristinare ciò che è dovuto. Se una sentenza riconosce l’illegittimità della riduzione delle ore, l’amministrazione ha il dovere di rivedere l’intero sistema, non soltanto il caso della famiglia che ha avuto la forza di andare davanti al giudice.
Costringere i genitori al contenzioso significa creare una disparità ulteriore: chi ricorre ottiene tutela, chi non ce la fa resta indietro. È una selezione ingiusta, quasi darwiniana, applicata ai diritti dei bambini più fragili. Una pubblica amministrazione degna di questo nome dovrebbe fare l’opposto: prevenire il contenzioso, rispettare i PEI, programmare le risorse, garantire uniformità di trattamento.
Il silenzio delle famiglie non va scambiato per consenso. Spesso è solo stanchezza. E quando la stanchezza diventa criterio implicito di governo, il diritto allo studio smette di essere universale e diventa privilegio di chi riesce a resistere.
In questa campagna elettorale i partiti e i candidati si sono pubblicamente impegnati a dare soluzione a questi problemi. Noi di report Sicilia vigileremo, insieme a voi, come abbiamo fatto sinora.
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Fonte: Report Sicilia
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