La memoria prende vita nel nuovo libro di Costa e Piscopo “La figlia di Don Fofò. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo
Pochi romanzi riescono, fin dalle prime righe, a restituire al lettore non solo una storia, ma anche un suono, un ritmo, un respiro. “La figlia di Don Fofò” appartiene a questa seconda categoria: ha un ritmo interno, un respiro musicale, una voce che accompagna il lettore dentro un mondo narrativo denso di immagini, suoni, ricordi e sentimenti. “La figlia di Don Fofò” di Giuseppe Maurizio Piscopo e Adelaide Costa, pubblicato da Navarra Editore, è un romanzo che conquista per più ragioni insieme: per la capacità di raccontare una Sicilia che profuma di memoria e di futuro, per la leggerezza intelligente con cui alterna ironia e riflessione, per la qualità quasi musicale della scrittura e per la forza simbolica del mandolino, che attraversa l’intera opera come un richiamo identitario, affettivo e culturale. È un testo che non si limita a narrare una storia, ma costruisce un universo, lo rende visibile, sonoro, tattile, consegnando al lettore un’esperienza immersiva che ha il sapore del racconto orale e della letteratura.
Fin dalle prime pagine si comprende che non siamo davanti a una semplice narrazione di ambientazione siciliana. Siamo dentro un mondo che custodisce e rilancia una testimonianza collettiva. Il paese immaginario di Zabara diventa subito molto più di uno sfondo: è un microcosmo umano, sociale, simbolico, in cui prendono forma desideri, malinconie, ironie, fatiche e slanci di un dopoguerra osservato con partecipazione e finezza. In questa cornice si muovono personaggi che sembrano uscire da una galleria di affetti, di voci, di odori, di sguardi. Barbieri, sarti, preti, poeti, anziani, sognatori, donne forti e uomini contraddittori compongono un affresco corale capace di restituire una Sicilia rurale ancora legata alla terra, ma attraversata dall’aspirazione al cambiamento, al riscatto, all’emancipazione.
Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è proprio il modo in cui racconta un passaggio storico e culturale delicato: quello tra un mondo ancora segnato da assetti patriarcali e una nuova sensibilità femminile che comincia a cercare voce, spazio, autonomia. In questo senso Catena non è soltanto una protagonista ben costruita, ma una figura che incarna una frattura gentile e insieme determinata. Il libro si apre con una frase che è già dichiarazione di poetica: “Si parti pi piaciri, pi duluri e pi amuri”, tradotto subito dopo in “Si parte per piacere, per dolore e per amore”. In questa apertura risiede già l’anima del testo: il viaggio come destino, come ferita, come desiderio, come necessità. E non è un caso che il primo capitolo si apra in una stazione, con un annuncio che imprime alla scena un tono cinematografico: “Il Trans Europe Express Milano-Ginevra delle ore 20:00 partirà con trenta minuti di ritardo dal binario 10 anziché dal binario 3”. Da qui prende avvio la vicenda di Don Fofò, figura centrale, personaggio dal tratto quasi epico e insieme profondamente umano, che attraversa il racconto con il peso dei sentimenti, della dignità, della memoria.
Notevole è la costruzione narrativa di Don Fofò, al secolo Alfonso Nobile, descritto con una cura che restituisce il piacere antico del ritratto letterario: “era un bell’uomo, alto e snello, con occhi castani e capelli neri, sempre pettinati”.
Attorno a lui si organizza una costellazione di segni identitari: i baffi, l’eleganza, il pettine nel taschino, il roschisi, quell’orologio da tasca ereditato dal nonno garibaldino, oggetto concreto e simbolico allo stesso tempo. Proprio il rapporto con il nonno Giuseppe, e con quella fotografia strappata a metà, offre al libro uno dei suoi nuclei più suggestivi: la memoria come frammento, come ricerca, come enigma familiare e storico. Piscopo e Costa lavorano con delicatezza su questi dettagli, trasformandoli in dispositivi narrativi di grande efficacia.
Straordinaria, poi, è la capacità dell’opera di legare la dimensione privata a quella sociale. Non si racconta soltanto una vicenda individuale, ma una comunità, un modo di vivere, una civiltà minuta fatta di rituali, linguaggi, proverbi, piazze, ombre cercate sotto i ficus, partite a carte, voci che si intrecciano al frullare dei piccioni. Basta leggere pagine come quelle dedicate alla piazza, al busto del nonno, agli anziani che si danno appuntamento nel tardo pomeriggio, per avvertire come la scrittura sappia trasformare il paesaggio umano in teatro dell’anima. In questo senso il romanzo ha una forza visiva notevole: mentre si legge, si vedono le scene, si ascoltano i rumori, si entra nei vicoli, si sente il caldo, si percepisce il respiro di Zabara.
Ma “La figlia di Don Fofò” non è solo il racconto nostalgico di una Sicilia che fu. È anche una riflessione delicata e mai didascalica sui cambiamenti sociali. I temi affrontati sono numerosi: l’emancipazione femminile, il rispetto per gli anziani, l’attenzione verso i più fragili, il valore dell’infanzia, la sensibilità verso gli animali, l’emigrazione, il denaro, il desiderio, la moda, perfino il sogno di Parigi come altrove immaginato e desiderato. In questo senso, Catena diventa il simbolo di un cambiamento importante. Il suo rapporto con la musica, e in particolare con il mandolino, non rappresenta un semplice dettaglio, ma una scelta culturale e persino politica. Il mandolino, come ricorda Carlo Aonzo nella prefazione, è “strumento fatto per le dame”, ma nella narrazione diventa molto di più: voce di libertà, segno di autodeterminazione, possibilità di espressione e di distinzione. Il rifiuto del pianoforte e la scelta del mandolino assumono allora un significato tutt’altro che secondario: diventano il segno di una presa di distanza da un modello di educazione femminile rigido e convenzionale, e insieme l’affermazione di una soggettività capace di scegliere la propria voce. In questa prospettiva, Catena si fa emblema di una ribellione misurata, non gridata, ma non per questo meno incisiva.
Questo è uno degli aspetti più affascinanti del libro. Il mandolino non è qui un oggetto decorativo, ma un intermediario di significato. Attraverso di esso passano identità, genere, appartenenza, mobilità sociale, desiderio di riscatto. La Sicilia raccontata da Piscopo e Costa non è mai una cartolina immobile: è una terra attraversata da tensioni, da contrasti, da mutamenti spesso silenziosi. Il romanzo mostra bene come la cultura popolare non sia un residuo folklorico, ma un archivio vivente attraverso cui una comunità pensa sé stessa. Anche la lingua, con l’uso del siciliano, svolge una funzione decisiva: non colore locale, ma sostanza profonda del racconto. Espressioni come “L’omu chi fuma nta la pipa lu megliu malandrinu ci l’annaca” o “Lu trenu parti d’un paisi nicu nicu e arriva ntra un paisi ranni ranni” non impreziosiscono soltanto il testo: lo radicano, gli danno corpo, ne fanno risuonare l’essenza più vera.
Il lavoro a quattro mani dei due autori merita un elogio particolare. Giuseppe Maurizio Piscopo porta nel romanzo la sua conoscenza profonda della Sicilia, delle sue tradizioni, delle sue sonorità, dei suoi valori. Adelaide Costa entra nel testo con sensibilità narrativa, intelligenza descrittiva, misura emotiva, arricchendo soprattutto la dimensione femminile dei personaggi e rendendo più sfumata e viva l’intera architettura del libro. Questa scrittura condivisa mostra una totale armonia. Si avverte una felice fusione di registri e di sguardi.
A rendere ancora più originale il volume contribuisce la presenza dei QR code che permettono di ascoltare i brani musicali. È una scelta intelligente, moderna, culturalmente forte. In particolare, “La ballata dei tulipani” accompagna il lettore con una grazia rara, amplifica l’atmosfera, immerge ancora di più nelle parole e nei sentimenti della narrazione. Anche le illustrazioni dei pittori di Calapanama impreziosiscono l’opera, dialogando con il testo e rafforzandone il potere evocativo.
Molto bella, infine, la dedica: “Il libro è dedicato a tutte le donne che rappresentano il firmamento e come i fiori colorano l’universo”. Dentro questa frase si ritrova il cuore del romanzo: la bellezza femminile come energia generativa, la donna come luce, come visione, come principio di trasformazione.
“La figlia di Don Fofò” è, in definitiva, un romanzo riuscito, generoso, colto e popolare insieme. Un libro che diverte, commuove, fa pensare, e che restituisce dignità narrativa a una Sicilia complessa, poetica, ironica, struggente. Piscopo e Costa hanno realizzato un lavoro davvero unico, capace di parlare a lettori diversi, di età differenti, con una lingua che accarezza e insieme trattiene. Merita di essere letto, discusso, amato. E merita soprattutto di essere apprezzato, perché custodisce un’eredità che non deve andare perduta e la restituisce attraverso una scrittura vibrante e preziosa.
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Fonte: Scrivo Libero
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