La Vardera spiegata dal “teorema Mondello”: la lettera di Brucculeri

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La Vardera spiegata dal “teorema Mondello”: la lettera di Brucculeri. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.

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La firma alla lettera pervenutaci in redazione è di Raimondo Brucculeri, Consigliere Comunale di Sciacca, a suo dire “uscito in tempo utile dal movimento Controcorrente”. Ecco il testo integrale di quella che lo stesso Brucculeri definisce un”‘analisi politica”, dal titolo “Il teorema Mondello”. “C’è una scena che, più di ogni comunicato stampa, racconta cos’è oggi la politica-spettacolo in Sicilia: un ex inviato de Le Iene che si tuffa in mare davanti alle telecamere per celebrare la fine di una concessione balneare. Applauso, titoli sui giornali, sensazione diffusa che qualcosa sia cambiato. Non è cambiato niente. Ma questo lo si scopre solo dopo, quando le telecamere se ne sono già andate altrove. Ed è proprio in quell’intervallo — tra l’annuncio e la realtà — che si nasconde tutto quello che serve sapere sul metodo politico di Ismaele La Vardera. Chiamiamolo, con la dovuta ironia, il Teorema di Mondello: l’intensità della messa in scena è inversamente proporzionale alla capacità di gestire ciò che viene dopo.  La rivoluzione che rientra dalla finestra. Il caso della spiaggia di Mondello meriterebbe un posto d’onore in un manuale di comunicazione politica, alla voce «come vincere la battaglia e perdere la guerra nel giro di poche settimane».

I fatti, spogliati della loro coreografia

“La concessione storica alla società Italo Belga viene revocata con grande clamore mediatico. • Nessuno, nell’euforia dell’annuncio, si occupa del “giorno dopo”: chi pulisce la spiaggia, chi monta le passerelle, chi garantisce i bagnini. • Di fronte al vuoto gestionale, l’Italo Belga — cacciata dalla porta tra gli applausi — viene richiamata dalla finestra, in silenzio, per tamponare l’emergenza. • Ciliegina sul paradosso: la concessione sarebbe comunque scaduta nel 2027 per effetto della direttiva Bolkestein, senza possibilità di proroga. Non c’era nessuna urgenza da eroe, se non quella di arrivare prima sui social. Il risultato pratico è che un atto che poteva essere gestito con ordinaria amministrazione è stato trasformato in un evento mediatico, e l’evento mediatico — privo di un piano B — ha prodotto l’esatto opposto di ciò che prometteva: il ritorno, sotto sotto, di chi era stato cacciato in pompa magna. È la differenza, fondamentale in politica, tra annunciare una rivoluzione e amministrarne le conseguenze. La Vardera ha sempre scelto, con costanza ammirevole, la prima opzione. Il «campo largo» e i suoi frutti stupefacenti. Il consenso raccolto a colpi di blitz mediatici ha permesso a Controcorrente di espandersi, trovando terreno fertile ad Agrigento con l’appoggio alla candidatura a sindaco di Michele Sodano.  Un identikit rapido: Sodano, ex deputato Movimento 5 Stelle, viene espulso per non aver votato la fiducia al governo Draghi e finisce nel Gruppo Misto. Il suo lascito parlamentare più noto è un disegno di legge per la liberalizzazione della cannabis. Con il sostegno del neonato campo largo progressista, Sodano viene eletto sindaco. La lezione che se ne trae non è tanto sulla persona, quanto sul metodo: la linea politica di La Vardera — un cocktail di ambientalismo di superficie, comunicazione pop e alleanze onnivore — funziona nelle urne. E quando un metodo funziona, si replica. Su scala più grande.

 

Lo sgarbo istituzionale, ovvero l’arte di rubare l’argenteria mentre l’alleato è in bagno.

“Se Mondello è il prologo e Agrigento il primo atto, l’Assemblea Regionale Siciliana è dove il «Teorema» raggiunge la sua forma più compiuta. Forte del vento a favore, La Vardera trasforma Controcorrente in una scialuppa di salvataggio per chiunque, all’ARS, senta puzza di bruciato nel proprio partito d’origine — con l’obiettivo dichiarato di candidarsi a leader del campo largo per la Presidenza della Regione. Il gruppo si arricchisce di tre deputati regionali: • Jose Marano, ex Movimento 5 Stelle • Carlo Gilistro, ex Movimento 5 Stelle • Alessandro De Leo, ex Forza Italia Un trio in cui l’ortodossia grillina più intransigente si ritrova fianco a fianco con l’eredità berlusconiana, tutti convertiti sulla stessa via — che stranamente non è quella di Damasco, ma quella di Mondello. Qui va fatta una precisazione giuridica, per onestà intellettuale: l’articolo 67 della Costituzione sancisce il divieto di vincolo di mandato, e ogni parlamentare — regionale o nazionale — ha il pieno diritto di cambiare gruppo. Non è, tecnicamente, un illecito. Ma tra ciò che è lecito e ciò che è corretto tra alleati corre una distanza che la cronaca politica chiama, da sempre, con il suo nome: sottrarre eletti ai propri alleati di coalizione per costruirsi un gruppo autonomo non è un reato, è una scorrettezza sistemica. È l’equivalente istituzionale di farsi invitare a cena da un alleato e, appena questo si allontana per un momento, portarsi via l’argenteria per arredare casa propria. Non è furto in senso penale. È qualcosa di più sottile e, a suo modo, di più duraturo: è cannibalismo politico travestito da libertà di coscienza.

Chi entra e chi esce: il paradosso che tradisce il metodo

“C’è un dettaglio, apparentemente minore, che in realtà vale più di mille comunicati stampa: mentre all’ARS il movimento si allarga accogliendo deputati regionali in cerca di nuova casacca, a livello comunale si registra il movimento opposto. Consiglieri comunali che escono da Controcorrente, non per calcolo, ma — per la sensazione di sentire odore di bruciato. È un segnale che merita più attenzione di quanta gliene sia stata dedicata. Perché, in termini di puro calcolo elettorale, uscire da un movimento che continua a «tirare consenso a prescindere» — che vinca o perda le singole battaglie, che la spiaggia di Mondello finisca bene o male, La Vardera resta comunque un moltiplicatore di voti — equivale quasi a un suicidio politico. Chi esce in queste condizioni non lo fa per convenienza: lo fa nonostante la convenienza. Ed è proprio questo controsenso apparente a renderlo un indizio serio. Il sospetto che matura in chi lascia non è generico malcontento, ma qualcosa di più preciso: il timore di essersi ritrovato, senza accorgersene, dentro un inganno nei confronti degli elettori — quello di un movimento che promette rottura e pratica, nei fatti, accumulo trasversale di consenso, a prescindere da coerenza e provenienza politica dei nuovi arrivati. È il rischio, insomma, di scoprirsi comparse in una operazione di gattopardismo, dove il cambiamento annunciato è, alla prova dei fatti, la forma più raffinata per lasciare tutto com’era. Non c’è formula più esatta, per questo fenomeno, di quella pronunciata da Tancredi Falconeri ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa — diventata il simbolo stesso del trasformismo italiano: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» È la frase perfetta per fotografare l’operazione politica di Controcorrente: si cambiano le casacche, si cambiano gli alleati, si cambiano perfino i simboli — ma la sostanza, quella struttura di potere fondata sull’accumulo trasversale di voti più che su un progetto coerente, resta intatta. Anzi, si rafforza a ogni cambio di casacca. Ed è proprio qui che il parallelo con l’aristocrazia gattopardesca diventa impietoso: i deputati regionali che entrano assomigliano ai nuovi arrivati del romanzo, pronti a indossare i titoli del potere che cambia forma pur di non perderne la sostanza. I consiglieri comunali che escono, invece, sono più vicini a chi — pochi, nel romanzo come nella realtà — si accorge del meccanismo e sceglie di non prestarsi alla scena, anche a costo di restare fuori dai riflettori. 

Il video che smaschera tutto: la conversione di Jose Marano

“Se il «Teorema di Mondello» ha bisogno di una prova provata, eccola: il filmato in cui una Jose Marano ancora fedele al Movimento 5 Stelle, dall’abitacolo della propria auto, tuona contro chi cambia casacca con parole che oggi meriterebbero di essere incorniciate e appese nell’aula dell’ARS, proprio di fronte al suo nuovo scranno: «Se una persona, un eletto all’interno del Movimento 5 Stelle, andava in Parlamento e poi cambiava idea… se ne deve andare a casa! […] Ve ne dovete andare a casa perché noi i cambi di casacca non li accettiamo! […] Abbiate il coraggio di dimettervi… siate coerenti e soprattutto meno ipocriti, per favore!» Non serve aggiungere commento: il video commenta se stesso ogni volta che viene rivisto oggi. Resta solo da annotare la morale, che è la stessa da Aristofane in poi: l’indignazione ha spesso una data di scadenza, e coincide sempre con il giorno in cui arriva un’offerta migliore. Il Bignami ironico: manuale in tre mosse della «Politica Magnetica del Riciclo» Se si volesse condensare il metodo in un vero e proprio prontuario, suonerebbe più o meno così: 1. Si individua una telecamera. Meglio se il contesto è visivamente forte: una spiaggia, un tuffo, un’aula consiliare in fermento. 2. Ci si lancia nel blitz mediatico, gridando alla legalità tradita, senza necessariamente avere un piano per il giorno successivo. 3. Si aprono le porte del movimento con un cartello immaginario ma perfettamente leggibile: “Si accettano turnisti della politica, ex berlusconiani delusi, ex grillini pentiti. Non si richiede coerenza — solo un buon pacchetto di voti.”

“Il paradosso finale, quello vero, è nel nome stesso del movimento: Controcorrente che si muove, in realtà, esattamente nella direzione della corrente più antica e più prevedibile della politica italiana — quella che porta, dritta e senza troppe deviazioni ideologiche, alla poltrona. Chiosa siciliana C’è una tradizione, in questa terra, di guardare al potere con lucidità impietosa — quella di Sciascia, che sapeva riconoscere il trasformismo anche quando indossava l’abito della novità. La vicenda di Ismaele La Vardera non è un’anomalia: è un capitolo aggiornato di un romanzo che la Sicilia conosce a memoria, riscritto con gli strumenti del 2026 — telecamere verticali, dirette social, tuffi coreografati — ma con la trama di sempre. La domanda che dovrebbe restare, oltre l’ironia, è una sola: quanti altri «sgarbi istituzionali» si potranno permettere, prima che l’elettorato — più lento dei social ma non per questo meno attento — presenti il conto?”. Così parlò Brucculeri, in fuga da un movimento nel quale non si rivede. 

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Fonte: Report Sicilia

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