Agrigento – Via Crispi, gli ulivi seccano sotto il balcone da cui ammiriamo i Templi. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

Narra il mito che, quando Atena e Poseidone si contesero il possesso dell’Attica, il dio del mare fece scaturire dalla roccia una sorgente d’acqua salata, mentre la dea dagli occhi glauchi piantò un ulivo. Vinse lei, e con lei quell’albero d’argento che da allora i Greci considerarono dono divino: sacro, benedetto, segno di pace e di sapienza. Con i suoi rami si cingevano il capo i vincitori di Olimpia; il suo olio ungeva gli atleti e alimentava le lampade dei templi. Un albero, insomma, che gli dèi amavano. Ecco: Agrigento è città greca. Si chiamava Akragas, custodisce nella sua Valle i templi dorici più belli d’Occidente insieme ad ulivi saraceni centenari, e su quella eredità costruisce ogni anno il proprio richiamo turistico. Peccato che, proprio l’albero caro ad Atena, lo stia lasciando morire di sete a due passi dal suo salotto buono.
L’albero di Atena lasciato morire di sete
Basta scendere in via Crispi, l’arteria che corre sotto il viale della Vittoria — quel balcone da cui residenti e visitatori si affacciano a contemplare la Valle dei Templi — per assistere allo spettacolo. Gli alberelli di ulivo collocati nei vasi lungo la carreggiata, messi a dimora già nel 2020 per dare un tocco di eleganza a un angolo di città a vocazione turistica, sono oggi scheletri color paglia. Rami spogli, foglie accartocciate e bruciate dal sole, tronchi legati a un tutore che regge ormai soltanto un cadavere vegetale. Nessuna irrigazione, nessuna potatura, nessuna mano che se ne prendesse cura: e nei giorni roventi dell’estate siciliana l’esito era scritto.
La macchia mediterranea ridotta a sterpaglia
Sul marciapiede di fronte non va meglio. Gli arbusti sempreverdi della macchia mediterranea — piante nate per resistere all’arsura, che in natura non chiedono quasi nulla — sono anch’essi ridotti a matasse di sterpi grigi e riarsi dentro i loro grandi vasi. Se persino la macchia mediterranea muore, il messaggio è chiaro: non è questione di clima, è questione di abbandono. Chi doveva occuparsene, semplicemente, non lo ha fatto.
Un biglietto da visita da vergogna
Il risultato è un arredo urbano che, invece di abbellire, umilia. Chi arriva per ammirare i templi trova ad accoglierlo una teoria di vasi con dentro il nulla secco; chi ci vive ogni giorno si rassegna all’ennesima prova di sciatteria. È il segnale, piccolo ma eloquente, di un’amministrazione della cosa pubblica che pianta e poi dimentica, che inaugura e poi non manutiene. E in una città che vende cultura greca ai turisti, lasciar seccare l’ulivo — proprio l’ulivo — suona come una beffa a Empedocle e a tutti gli dèi.
Il sollecito: intervenire finché si può
Chiediamo allora alle autorità competenti di intervenire, e in fretta. Si mandi un agronomo a stabilire cosa sia ancora recuperabile e cosa vada semplicemente sostituito; si irrighi ciò che respira ancora; si reintegri ciò che è perduto. Ma soprattutto — perché non accada di nuovo tra tre anni — si affidi finalmente questo verde a un piano di manutenzione vero, con responsabili e scadenze certe. Almeno l’arredo urbano di Agrigento vogliamo curarlo? La domanda non è retorica. Se la risposta è sì, si cominci da via Crispi. Se è no, si abbia almeno il pudore di togliere i vasi: è più dignitoso il vuoto della morte esibita.
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Fonte: Report Sicilia
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