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Agrigento – AICA: il passo indietro va chiesto in assemblea, non al CdA

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Agrigento – AICA: il passo indietro va chiesto in assemblea, non al CdA. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.

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Il movimento che sostiene il sindaco Sodano chiede ai vertici dell’Azienda Idrica di «valutare un passo indietro». Lo statuto dice che quella decisione non spetta al CdA: spetta all’assemblea dei Comuni soci, dove Agrigento pesa più di chiunque altro.

Che cosa ha chiesto ControCorrente

Il 20 agosto 2026 il movimento ControCorrente Agrigento — di cui fa parte il sindaco Michele Sodano — ha diffuso una nota durissima sulla gestione del servizio idrico. Il testo parte da un paradosso reale: gli invasi sono pieni, i rubinetti restano a secco. Contesta i turni «assurdi, irregolari e comunicati senza chiarezza», il ricorso strutturale alle autobotti, l’opacità delle graduatorie per l’assegnazione dei mezzi (con segnalazioni di richieste passate «dal 37esimo al 72esimo posto» nel giro di poche ore), il quadro finanziario con «oltre 23 milioni di euro di fatture pregresse nei confronti del fornitore sovrambito», i conti pignorati, l’intervento regionale da 20 milioni.

Da qui una serie di richieste — ripristino temporaneo del vecchio sistema di distribuzione con operatori privati, liberalizzazione controllata, turni verificabili in tempo reale, pubblicazione dei criteri per le autobotti, dei volumi immessi e distribuiti, dei bilanci, dei debiti, degli appalti — e una conclusione politica: «Mantenere in carica lo stesso Cda significherebbe negare l’evidenza e sottrarsi a ogni responsabilità».

Il movimento chiede dunque al Consiglio di amministrazione di AICA di «valutare un passo indietro».

La nota di ControCorrente contiene, va detto subito, una definizione giuridicamente esatta: «AICA non è una normale società privata, ma un’azienda speciale consortile interamente pubblica, costituita e controllata dai Comuni aderenti». È vero. Ed è precisamente questa premessa a rendere problematica la conclusione.

Primo equivoco: il Comune non siede nel CdA. Siede nell’organo che lo nomina e lo revoca

Conviene partire dallo statuto, scaricabile dal portale «Società Trasparente» della stessa AICA.

L’articolo 1 definisce AICA «Azienda Speciale Consortile», ente strumentale del consorzio degli enti locali. L’articolo 2 la inquadra ai sensi degli articoli 31 e 114 del Testo unico degli enti locali. Non è una società per azioni: non ci sono azioni né azionisti, ma Comuni consorziati con quote di partecipazione.

L’articolo 6 elenca gli organi: Assemblea degli enti consorziati, Consiglio di amministrazione, Presidente del CdA, Direttore, Collegio dei revisori.

Il Comune di Agrigento non fa parte del Consiglio di amministrazione, e non potrebbe farne parte. L’articolo 16 stabilisce che il CdA si compone di tre membri nominati dall’Assemblea; l’articolo 17 esclude espressamente dalla carica chi ricopra il ruolo di consigliere comunale. Il CdA in carica — Danila Nobile presidente, Franco Puma e Giovanni Borsellino consiglieri, quest’ultimo vicepresidente — è composto da professionisti selezionati tramite manifestazione d’interesse, non da amministratori locali.

Il Comune di Agrigento siede invece nell’Assemblea degli enti consorziati, che l’articolo 7 definisce «organo di indirizzo, di controllo politico-amministrativo e di raccordo con i Comuni» e che è «composta dai Sindaci di ciascun Comune o da loro delegati».

E qui la lettura dell’articolo 8 diventa dirimente. Fra le competenze dell’Assemblea figurano: la nomina dei membri del CdA (lettera b), la nomina del Presidente del CdA (lettera d), lo scioglimento del Consiglio di amministrazione e la revoca dei singoli membri (lettera e), la definizione degli indirizzi strategici cui il CdA deve attenersi (lettera h).

L’articolo 17, comma 4, è ancora più esplicito: presidente e componenti «possono essere revocati dall’Assemblea, anche disgiuntamente», anche «per il venir meno del rapporto fiduciario, in conseguenza dei comportamenti assunti», e la revoca è espressamente sottratta al diritto al risarcimento previsto dall’articolo 2383, terzo comma, del codice civile.

Tradotto: la domanda posta da ControCorrente — un passo indietro del CdA — non ha bisogno di essere chiesta come favore. Esiste un procedimento. E l’organo competente a esercitarlo è quello in cui siede, di diritto, il sindaco di Agrigento.

Secondo equivoco: il sindaco non convoca l’assemblea da solo. Ma con quattro colleghi sì

Su questo punto va corretta anche una convinzione diffusa, e va corretta in senso restrittivo.

L’articolo 10, comma 1, riserva la convocazione dell’Assemblea al suo Presidente — attualmente Salvatore Di Bennardo, sindaco di San Biagio Platani, eletto all’unanimità nel luglio 2025. Il sindaco di Agrigento non ha il potere di convocare l’organo di sua iniziativa. Il comma 5 dello stesso articolo attribuisce la convocazione al rappresentante del Comune più popoloso, ma soltanto per la prima adunanza costitutiva: è una norma esaurita nel 2021.

Esiste però l’articolo 9, comma 2: l’Assemblea può riunirsi «in ogni momento, in sessione straordinaria, su iniziativa del suo Presidente o su richiesta del Consiglio di Amministrazione o quando ne sia fatta domanda da cinque o più componenti», indicando tassativamente gli argomenti da trattare.

Cinque firme su trentatré. È la soglia più bassa dell’intero impianto statutario. E c’è un dettaglio aritmetico che rende quella soglia non solo raggiungibile ma potenzialmente risolutiva, come vedremo fra poco.

C’è di più. L’articolo 18, comma 1, lettera a) prevede che la convocazione del Consiglio di amministrazione sia «obbligatoria e senza indugio» quando ne facciano richiesta scritta e motivata un terzo dei Sindaci: undici su trentatré. I sindaci soci, dunque, dispongono anche di una leva diretta sull’organo che ControCorrente interpella.

Nessuno di questi due strumenti risulta, allo stato della documentazione pubblica disponibile, essere stato attivato dal Comune di Agrigento.

Quanto pesa Agrigento: il 15,4% delle quote, il primo fra trentatré

L’articolo 12 stabilisce che le quote di partecipazione sono determinate in rapporto alla popolazione residente e che le deliberazioni sono valide se approvate «dalla maggioranza dei presenti calcolata secondo le quote di partecipazione».

L’elenco pubblicato da AICA nella pagina «Cariche sociali e organismi» consente di quantificare quel peso. Su un totale di 19.564,40 euro di quote ripartite fra 33 Comuni, Agrigento ne detiene 3.008,40: il 15,38%. Seguono Sciacca (10,48%), Licata (9,48%), Canicattì (9,26%), Favara (8,45%).

Due conseguenze, entrambe importanti e di segno opposto.

La prima: Agrigento è il primo socio, ma non ha la maggioranza. Da sola non impone nulla. Chi scrive che il capoluogo «controlla» AICA dice una cosa non vera.

La seconda: i primi cinque Comuni per quota sommano il 53,05%. Sono esattamente cinque. E cinque è il numero di componenti che l’articolo 9 richiede per convocare l’Assemblea in sessione straordinaria. Le stesse firme che aprirebbero la porta porterebbero con sé, in aula, la maggioranza dei voti ponderati. Non è una teoria: è la lettura combinata di due articoli dello statuto.

Vale la pena registrare, per contrasto, che la presidenza dell’Assemblea è oggi in capo al sindaco di un Comune la cui quota vale lo 0,81% del totale. Non è un rilievo sulla persona: è un dato sulla geografia del potere dentro AICA.

L’assemblea sbagliata: ATI non è AICA

C’è un passaggio, nella cronaca delle ultime settimane, che il dibattito pubblico agrigentino ha trattato con eccessiva disinvoltura.

L’8 agosto 2026, annunciando il «prestito» dell’autobotte comunale e rilanciando la diffida formale al gestore, il sindaco Sodano ha dichiarato di avere «richiesto la convocazione dell’Assemblea dei Sindaci dell’ATI, per valutare insieme agli altri Comuni tutte le ipotesi possibili».

L’ATI — Assemblea Territoriale Idrica — è l’ente di governo dell’ambito: pianifica, regola, affida il servizio. Non nomina il Consiglio di amministrazione di AICA. Non lo revoca. Non ne definisce gli indirizzi gestionali interni.

L’organo che fa tutte queste cose è l’Assemblea degli enti consorziati di AICA. Sono due tavoli distinti, con due elenchi di competenze distinti, benché occupati in larga parte dalle stesse persone fisiche. Confonderli non è un dettaglio lessicale: significa chiedere una cosa a un soggetto che non ha il potere di darla.

Il sindaco ha bussato alla porta accanto.

Il precedente che nessuno cita: febbraio 2026

Il tema della sfiducia al CdA non nasce oggi, e questo va detto anche a difesa dell’attuale amministrazione agrigentina.

Nel febbraio 2026 l’Assemblea dei sindaci dei Comuni soci si riunì proprio a seguito di notizie di stampa relative a «presunte iniziative politiche volte a richiedere una mozione di sfiducia nei confronti dell’attuale Consiglio di Amministrazione». L’esito fu una piena e dichiarata fiducia nell’operato della presidente Nobile.

Nel maggio 2026 il sindaco di Canicattì, Vincenzo Corbo, chiese pubblicamente le dimissioni immediate della presidente, contestando proprio le nuove modalità del servizio autobotti entrate in vigore il 9 maggio. AICA replicò che si trattava dell’applicazione di norme e principi di legalità, non di scelte discrezionali. La richiesta è stata reiterata nel luglio 2026.

Va precisato con nettezza, per correttezza: nel febbraio 2026 il sindaco di Agrigento non era Michele Sodano, insediatosi a giugno. Nessuna contraddizione personale, dunque. Ma il punto resta, ed è più solido proprio perché non è personale: la sede in cui quella discussione si è già svolta due volte è l’Assemblea dei soci, e il Comune capoluogo vi partecipa con la quota più alta.

Il boomerang: i numeri che ControCorrente porta contro AICA sono anche i numeri dei soci

Qui si arriva al nodo che il movimento non affronta.

ControCorrente elenca, correttamente, la fragilità finanziaria del gestore. Ma nell’architettura dell’azienda speciale consortile quella fragilità non è esterna ai Comuni: è loro.

Il 15 maggio 2025 Siciliacque notificò un atto di pignoramento presso terzi per 18.218.457,90 euro. I terzi pignorati erano tutti i 33 Comuni soci, chiamati in causa per le rispettive quote di partecipazione. Agrigento compreso, con la quota più alta.

L’articolo 45, comma 4, dello statuto stabilisce che «le modalità di versamento di un eventuale contributo a copertura di perdite sono stabilite dall’Assemblea». Le perdite di AICA, in ultima istanza, tornano ai Comuni.

Il fondo di rotazione regionale da 20 milioni annunciato dal governo Schifani — 10 milioni nel 2026 e 10 nel 2027 — è un’anticipazione, non un contributo a fondo perduto: va restituita in rate annuali fino al 2038 e al 2039. Quando ControCorrente scrive che i cittadini «rischiano di pagare tre volte», descrive con esattezza un meccanismo di cui i Comuni soci sono, per statuto, i garanti di ultima istanza.

C’è poi l’appalto. La ristrutturazione e automazione della rete idrica agrigentina — un’opera intorno ai 37-40 milioni di euro — vede AICA come stazione appaltante, e nel luglio 2026 la Procura di Agrigento ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a ventiquattro persone e otto società nell’ambito di un’inchiesta su un presunto sistema di controllo illecito di appalti pubblici e finanziamenti regionali. Tutti gli indagati sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva, e la nota di ControCorrente lo riconosce correttamente. Ma quella stazione appaltante è un’azienda dei Comuni: la vigilanza sulle sue procedure è, sempre per statuto, una funzione dei soci.

L’articolo 48, comma 4, arriva a prevedere un ufficio di controllo composto da personale di almeno dieci Comuni soci e costituito «presso i Comuni di Agrigento, Sciacca, Canicattì e Licata». Il capoluogo è nominato per esteso nella norma sul controllo.

Le richieste di trasparenza che il socio può già esigere

L’ultima incongruenza è la più concreta, e riguarda il merito delle domande poste dal movimento.

ControCorrente chiede ad AICA di rendere pubblici i volumi disponibili, immessi e distribuiti, i criteri di assegnazione delle autobotti, lo storico delle graduatorie, i bilanci, i debiti, gli appalti.

L’articolo 48, comma 2, dello statuto prevede che «con cadenza semestrale, l’Azienda sottopone ai Comuni una relazione sul livello dei servizi erogati e sulla gestione complessiva dell’azienda». L’articolo 8, lettera h), attribuisce all’Assemblea il potere di definire gli indirizzi strategici cui il CdA «dovrà attenersi». L’articolo 47 stabilisce che sono i Consigli comunali consorziati, attraverso la partecipazione dei propri sindaci in Assemblea, a esprimere gli indirizzi cui l’Azienda si attiene.

Il Comune di Agrigento, cioè, non deve chiedere quei dati come un utente allo sportello: ha titolo per riceverli, per pretenderli e per trasformarli in atto di indirizzo vincolante. Il consiglio comunale del capoluogo — dove peraltro l’amministrazione Sodano è in minoranza numerica, il che rende la strada politicamente stretta ma non giuridicamente preclusa — può deliberare indirizzi da portare in Assemblea.

Un movimento che sostiene il sindaco chiede al gestore ciò che il proprio sindaco ha il potere di ordinare come socio. È la definizione tecnica di boomerang.

Che cosa resta in piedi delle critiche di ControCorrente

Non tutto crolla, e sarebbe disonesto sostenerlo.

Le criticità di merito — turni non rispettati, comunicazione carente, opacità delle graduatorie autobotti, situazione di Maddalusa — sono documentate da esposti, diffide, servizi giornalistici nazionali e dalla stessa dialettica fra Comune e gestore. Il fatto che chi le denuncia sia anche socio non le rende false. Un socio ha titolo, anzi dovere, di denunciare la cattiva gestione della propria azienda.

Ed è vero che AICA non è una società privata: proprio per questo, come scrive il movimento, «i suoi amministratori hanno una responsabilità ancora maggiore verso la collettività».

Il problema è un altro, ed è di igiene istituzionale: la denuncia è formulata nel registro dell’utente danneggiato anziché in quello del proprietario che risponde. E l’atto richiesto — un passo indietro volontario — è l’unico che non richiede né firme né assunzione di responsabilità politica da parte di chi lo invoca.

Va aggiunto un rilievo di merito su una richiesta specifica. Il «ripristino eccezionale e temporaneo del precedente sistema di distribuzione», con accesso diretto dei cittadini agli operatori privati, chiede di riaprire proprio la modalità che AICA ha sostituito dal 9 maggio 2026 invocando tracciabilità e legalità, e in un contesto in cui il procuratore capo di Agrigento ha pubblicamente sollecitato «chiarezza su autobotti». Una richiesta di liberalizzazione, ancorché «controllata», convive con difficoltà con una richiesta di tracciabilità totale formulata nello stesso documento.

Le domande aperte

Restano sul tavolo, e meritano risposta pubblica:

  1. Il Comune di Agrigento ha mai chiesto formalmente, ai sensi dell’articolo 9 comma 2 dello statuto, la convocazione in sessione straordinaria dell’Assemblea degli enti consorziati di AICA? Con quali altri Comuni?
  2. Ha mai chiesto, con undici colleghi, la convocazione del CdA ai sensi dell’articolo 18?
  3. Chi rappresenta il Comune di Agrigento in Assemblea: il sindaco in proprio o un delegato?
  4. Le relazioni semestrali previste dall’articolo 48 comma 2 sono pervenute al Comune? Sono consultabili?
  5. L’ufficio di controllo previsto dall’articolo 48 comma 4, da costituirsi anche presso il Comune di Agrigento, è mai stato istituito e reso operativo?
  6. ControCorrente intende trasformare la propria richiesta in un atto di indirizzo del consiglio comunale, oppure resta un comunicato?

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Fonte: Report Sicilia

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

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