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Agrigento, Palazzo Rizzo e il documento riservato: Sessant’anni dopo torna il nodo della legalità, e Di Rosa sfida La Vardera

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Agrigento, Palazzo Rizzo e il documento riservato: Sessant’anni dopo torna il nodo della legalità, e Di Rosa sfida La Vardera. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.

Cosa sta succedendo

⏱️Tempo di lettura: 13 min

Dopo l’inchiesta di Report Sicilia sui sessant’anni di cemento, abusi e silenzi, emerge un documento storico, allora riservato, che ricostruisce il caso Palazzo Rizzo: limiti superati, pareri contrari, richiesta di demolizione delle opere ritenute abusive, ordine ministeriale di sospendere i lavori e perfino l’ipotesi di piantonare il cantiere con la forza pubblica. Poi la Regione autorizzò 47,60 metri parlando di una “nuova cornice alla Valle dei Templi”. Sessant’anni dopo, mentre tutta l’attenzione politica si concentra su Maddalusa, Giuseppe Di Rosa ricorda una cosa: Di Mauro, Gallo e le altre vecchie logiche della politica agrigentina le combatte da quindici anni lui, non chi oggi arriva a fare il sindaco o chi scopre Agrigento soltanto adesso.

AGRIGENTO – Avevamo promesso di aprire gli armadi.

Adesso cominciamo davvero a farlo.

Dopo il nostro articolo “Agrigento, sessant’anni di cemento, abusi e silenzi: dai ‘Tolli’ a Maddalusa, perché la legalità esplode proprio adesso?”, Report Sicilia entra ancora più a fondo nella storia urbanistica della città.

E questa volta partiamo da un documento storico, all’epoca riservato.

Un documento che ricostruisce alcuni dei casi ritenuti più significativi dell’urbanistica agrigentina e che dedica un intero capitolo alla vicenda di Palazzo Rizzo, in via Esseneto.

Quattro pagine che raccontano una storia impressionante.

Una storia fatta di pareri contrari, deroghe, lavori contestati, interventi della Soprintendenza, della Regione, del Ministero e della Prefettura.

E soprattutto una storia che oggi, mentre tutta l’attenzione politica si concentra su Maddalusa, dovrebbe essere riletta parola per parola.

Il documento parla di un particolare “clima”

Il documento introduce i casi selezionati parlando espressamente di un particolare “clima” che avrebbe talvolta condizionato anche l’azione di autorità diverse da quelle comunali, pur precisando che tali autorità, in generale, disapprovavano il comportamento del Comune.

È una parola pesante.

Clima.

Non la usa Report Sicilia nel 2026.

La usa il documento storico.

Ed è dentro quel “clima” che si sviluppa la vicenda di Palazzo Rizzo.

1962: un progetto da 39,10 metri dove il limite era 20

La vicenda comincia il 16 dicembre 1962.

Viene presentata la domanda per la costruzione di un fabbricato ad uso civile abitazione in via Esseneto.

Il progetto prevede un’altezza di 39 metri e 10 centimetri e undici piani oltre il piano terra.

L’11 gennaio 1963 l’Ufficio tecnico comunale rileva numerose incompatibilità rispetto alle norme.

Il dato più evidente riguarda l’altezza:

39,10 metri contro i 20 regolamentari.

Ma non solo.

I piani erano undici invece di cinque e venivano rilevate anche criticità su distanze e rapporti tra superficie coperta e scoperta. Gli uffici evidenziavano inoltre la necessità di intervenire sull’allineamento del fabbricato per consentire l’allargamento della strada.

Quindi il problema è scritto fin dall’inizio.

Il progetto viene modificato e arriva a 47,60 metri

Dopo le osservazioni tecniche il progetto viene rielaborato.

E invece di ridimensionarsi, cresce.

La lunghezza passa da 63,75 a 64,70 metri.

I piani diventano 13.

L’altezza arriva a 47,60 metri su via Esseneto e 46 metri su via Crispi.

Da una parte, quindi, il limite dei 20 metri.

Dall’altra, 47 metri e 60 centimetri.

Più del doppio.

Il Comune inizialmente resta fermo sui 20 metri

Il 6 giugno 1963 il sindaco Foti rilascia la licenza edilizia fino all’altezza massima di 20 metri.

Anche nei passaggi successivi gli organi comunali continuano a muoversi inizialmente su quella soglia, mentre la Soprintendenza esprime limiti e osservazioni.

Poi arriva la richiesta di deroga.

La Giunta dice no

Il 25 giugno 1964, con deliberazione n. 418, la Giunta comunale esprime parere contrario alla concessione della deroga.

Quindi non è soltanto la Soprintendenza a frenare.

In quella fase anche il Comune dice no.

30 giugno 1964: la Soprintendenza chiede la demolizione

Cinque giorni dopo arriva uno dei passaggi più pesanti di tutta la vicenda.

Il 30 giugno 1964, la Soprintendenza ai Monumenti constata che il fabbricato aveva già superato l’altezza dell’edificio retrostante.

Invia un telegramma al sindaco e chiede di diffidare la ditta dal proseguire i lavori.

Ma chiede anche qualcosa di ancora più grave:

demolire le opere abusivamente eseguite.

Non è una nostra interpretazione.

È scritto nel documento.

Palazzo Rizzo, quindi, non fu semplicemente oggetto di una discussione urbanistica.

A un certo punto la Soprintendenza arrivò a chiedere formalmente la demolizione di opere che definiva abusive.

La richiesta scende a 41,10 metri

Sempre il 30 giugno 1964 viene rinnovata la richiesta di deroga.

Ma l’altezza viene ridotta da 47,60 a 41,10 metri.

Ed è importante ricordarlo.

Perché pochi mesi dopo vedremo qualcosa di paradossale.

La Giunta cambia posizione

Il 7 agosto 1964 la Giunta torna sulla questione.

Questa volta, con cinque voti favorevoli e due contrari, esprime parere favorevole alla deroga fino a 41,10 metri.

Contestualmente viene accettata anche una proposta di donazione formulata dalla ditta.

La Commissione provinciale di controllo annulla però la deliberazione perché non preceduta dal necessario parere della Commissione edilizia.

La questione viene successivamente riproposta.

Anche il Comitato tecnico dice no

Il 12 novembre 1964 arriva un altro parere negativo.

Il Comitato tecnico amministrativo del Provveditorato alle Opere pubbliche di Palermo si pronuncia contro la deroga.

Il documento spiega che le disposizioni ministeriali ammettevano deroghe per edifici pubblici o destinati ad attività di pubblico interesse.

Palazzo Rizzo era invece un edificio per civile abitazione.

Altro no.

La Soprintendenza ribadisce il problema panoramico

Il 23 novembre 1964 la Soprintendenza esprime nuovamente parere contrario.

E indica esattamente il problema.

L’area era ritenuta di interesse panoramico perché collocata tra la Valle dei Templi e il Belvedere della città di Agrigento.

Valle dei Templi.

Tutela panoramica.

Vincoli.

Sono esattamente i temi che oggi tornano al centro del dibattito su Maddalusa.

Ma questa volta siamo nel 1964.

Il ministro ordina di fermare il cantiere

Poi arriva il 18 dicembre 1964.

Il Ministro della Pubblica Istruzione interviene direttamente.

Invita il Prefetto a notificare alla ditta Rizzo l’ordine di immediata sospensione dei lavori, ritenuti pregiudizievoli per le bellezze naturali della località.

E aggiunge che, se necessario, si sarebbe dovuto procedere al:

“piantonamento del cantiere a mezzo della forza pubblica”.

La forza pubblica.

Per fermare il cantiere.

E subito dopo il documento annota:

“Dal fascicolo non risulta nessun provvedimento del Prefetto”.

Una frase che, da sola, meriterebbe un’inchiesta.

Poi la Regione autorizza 47,60 metri

Passano circa sei mesi.

Arriviamo al 25 giugno 1965.

L’Assessorato regionale allo Sviluppo economico concede la deroga.

E attenzione all’altezza.

Non 20 metri.

Non 41,10.

Ma:

47 metri e 60 centimetri.

Il massimo previsto dal progetto.

Nonostante la richiesta ridimensionata.

Nonostante i pareri contrari.

Nonostante la Soprintendenza.

Nonostante il Ministero.

La “nuova cornice alla Valle dei Templi”

Ed è proprio nel provvedimento regionale che compare quella frase destinata a rimanere nella storia urbanistica agrigentina.

L’edificio, raggiungendo l’altezza degli stabili vicini, avrebbe contribuito a creare:

“una nuova cornice alla Valle dei Templi”.

Una frase che sessant’anni dopo sembra quasi impossibile.

Eppure è lì.

Il Comune poi rilascia 40,20 metri

Il 10 agosto 1965 viene rilasciata la licenza in deroga n. 555.

Ma questa volta l’altezza è 40,20 metri.

Quindi nel fascicolo troviamo almeno quattro quote diverse:

20 metri;

41,10 metri;

47,60 metri;

40,20 metri.

E nasce una domanda semplicissima:

quanto è alto realmente Palazzo Rizzo?

Basterebbe misurarlo.

Anche i cittadini chiedevano lo stop

Nel settembre 1965 la Prefettura chiede informazioni al Comune dopo un esposto di cittadini che domandavano la sospensione dei lavori perché il fabbricato, secondo loro, “insidia il paesaggio”.

La vicenda, quindi, non era confinata negli uffici.

La città vedeva quel palazzo crescere.

E una parte degli agrigentini chiedeva che fosse fermato.

Il Comune: la Regione aveva autorizzato 47,60 metri

Nell’ultima parte del documento il Comune precisa che la Regione aveva autorizzato 47,60 metri, ma che Palazzo dei Giganti aveva invitato l’interessato a rinunciare a parte della deroga, rilasciando poi la licenza limitatamente a 40,20 metri.

Nel gennaio 1966 una risposta analoga viene inviata alla Presidenza della Regione.

Poi arriva luglio.

La frana.

E Agrigento entra nella storia nazionale del sacco edilizio.

Sessant’anni dopo, una coincidenza politica

Ed eccoci al 2026.

Report Sicilia ha effettuato ulteriori verifiche.

E oggi all’interno di Palazzo Rizzo risulta presente la famiglia di un noto esponente politico agrigentino, protagonista dell’attuale stagione politico-amministrativa della città.

Non faremo nomi.

Non pubblicheremo fotografie di citofoni.

Non indicheremo appartamenti.

E soprattutto diciamo una cosa senza possibilità di equivoci:

nessun familiare può essere ritenuto responsabile di ciò che accadde urbanisticamente sessant’anni fa.

Abitare oggi in quell’edificio non costituisce alcuna colpa.

Ma la coincidenza merita una riflessione politica.

Perché oggi Agrigento discute nuovamente di Valle dei Templi, vincoli, abusivismo e Maddalusa.

E proprio uno dei protagonisti della nuova stagione politica cittadina ha la propria famiglia dentro uno dei palazzi simbolo della storia urbanistica che stiamo raccontando.

Non è un’accusa.

È una coincidenza.

Ma suggerisce una parola che oggi dovrebbe valere più di tutte:

coerenza.

E adesso una precisazione personale

A questo punto chi firma questo articolo ritiene necessario dire una cosa in prima persona.

Mi chiamo Giuseppe Di Rosa.

Da circa quindici anni combatto pubblicamente le battaglie politiche e civiche di Agrigento.

Non sono arrivato ieri.

Non ho scoperto Agrigento quando qualcuno ha acceso una telecamera su Maddalusa.

E soprattutto non ho bisogno che qualcuno arrivi da fuori per spiegarmi chi siano i protagonisti delle vecchie logiche politiche di questa città.

Di Mauro lo combatto io da quindici anni.

Gallo lo combatto io da quindici anni.

Così come ho contestato, quando l’ho ritenuto necessario, amministratori, deputati, dirigenti, maggioranze e opposizioni.

Con nomi e cognomi.

Mettendoci sempre la faccia.

Presentando esposti.

Chiedendo atti.

Scontrandomi pubblicamente con sistemi politici molto più forti di me.

Non mi sono mai chiesto quale fosse il colore politico di chi avevo davanti.

Mi sono chiesto se quello che stava accadendo fosse giusto o sbagliato per Agrigento.

3.546 agrigentini hanno scelto quel percorso

Alle ultime elezioni amministrative mi sono candidato a sindaco di Agrigento.

Ho ottenuto 3.546 voti.

Gli agrigentini hanno scelto un altro sindaco.

È la democrazia e quella scelta va rispettata.

Ma quei 3.546 voti rappresentano qualcosa che nessuno può cancellare.

Sono il riconoscimento di un percorso costruito in questa città negli anni.

Non in campagna elettorale.

Non negli ultimi due mesi.

Negli anni.

Con battaglie spesso solitarie, prima che diventassero improvvisamente temi di moda per altri.

Non è il sindaco di oggi ad aver combattuto le vecchie logiche

Ed è proprio questo il punto che oggi qualcuno sembra voler riscrivere.

Le vecchie logiche politiche agrigentine non vengono scoperte nel 2026.

Non è l’attuale sindaco ad averle combattute per quindici anni.

Non è chi oggi governa Palazzo dei Giganti ad aver fatto per anni opposizione a Di Mauro, Gallo e agli altri protagonisti del sistema politico locale.

Quella battaglia l’ho fatta io.

Prima come cittadino.

Poi attraverso associazioni e movimenti.

Poi politicamente.

E oggi anche attraverso Report Sicilia.

È facile arrivare dopo e raccontarsi come “il nuovo”.

Molto più difficile è stare quindici anni sul territorio a contestare chi governa, chi comanda, chi dispone delle maggioranze e chi può politicamente isolarti.

Poi arriva La Vardera

E oggi arriva Ismaele La Vardera.

Ha tutto il diritto di occuparsi di Agrigento.

È un deputato regionale.

Può venire a Maddalusa.

Può fare ispezioni.

Può fare battaglie.

Ma non può pretendere che chi conosce questa città, la sua politica e i suoi equilibri da quindici anni resti in silenzio.

Perché Agrigento non comincia quando arriva La Vardera.

E certamente non comincia nel 2026.

E chi oggi gli si presenta accanto come simbolo del “nuovo” deve fare i conti con un dato storico semplicissimo:

a combattere le vecchie logiche politiche agrigentine per quindici anni non è stato lui.

Sono stato io.

Il nuovo non si misura con l’età di una faccia

Questa è un’altra questione che Agrigento dovrebbe finalmente comprendere.

Il “nuovo” non è una fotografia.

Non è un’età anagrafica.

Non è una diretta Facebook.

Non è un deputato che arriva da Palermo e si presenta con qualcuno che Agrigento la conosce poco e che oggi prova a rappresentare il cambiamento.

Il nuovo si misura sulle scelte.

Sulle alleanze.

Sulle rotture vere con i vecchi sistemi.

Sulla capacità di dire no a Di Mauro quando Di Mauro è forte.

Di dire no a Gallo quando Gallo è forte.

Di dire no ai poteri quando non conviene farlo.

Quello è il nuovo.

Tutto il resto rischia di essere soltanto una confezione nuova attorno a logiche vecchie.

Palazzo Rizzo non assolve Maddalusa

Mettiamo comunque in chiaro il punto centrale.

La storia di Palazzo Rizzo non assolve un solo abuso a Maddalusa.

Se un immobile è abusivo, deve essere valutato secondo la legge.

Ma proprio per questo chiediamo che la stessa legalità venga applicata ovunque.

Perché è troppo facile concentrare oggi tutta l’attenzione su Maddalusa dimenticando sessant’anni di storia.

Palazzo Rizzo.

I “Tolli”.

Le costruzioni Gellia.

I palazzi Crea e la questione dei 150 metri dalla cava.

Cannatello.

La palazzina di San Leone.

Villa del Sole.

Tutto.

E allora sfidiamo La Vardera

Onorevole La Vardera, facciamo una cosa semplice.

Venga con noi.

Niente slogan.

Niente passerelle.

Niente guerre social.

Documenti.

Partiamo da Palazzo Rizzo.

Leggiamo insieme l’ordine ministeriale.

Leggiamo la richiesta della Soprintendenza di demolire le opere definite abusive.

Leggiamo il passaggio sul piantonamento del cantiere con la forza pubblica e quella frase:

“Dal fascicolo non risulta nessun provvedimento del Prefetto”.

Poi guardiamo come si arrivò ai 47,60 metri e alla “nuova cornice alla Valle dei Templi”.

Poi andiamo ai palazzi Crea.

Poi alla Gellia.

Poi a San Leone.

Poi a Villa del Sole.

E infine torniamo a Maddalusa.

Io questa città la conosco. Da quindici anni ci metto la faccia

Non ho bisogno di presentarmi come l’uomo nuovo.

Agrigento sa chi sono.

Sa quali battaglie ho fatto.

Sa con chi mi sono scontrato.

Sa che ho denunciato quando governava il centrodestra.

Sa che ho denunciato quando governava il centrosinistra.

Sa che ho denunciato quando politicamente sarebbe stato molto più conveniente stare zitto.

E sa anche che alle ultime elezioni 3.546 persone hanno scelto di affidarmi il proprio voto per la carica di sindaco.

Non è sufficiente per governare.

Ma è più che sufficiente per rivendicare una cosa:

nessuno può venire oggi a spiegarmi quali siano le vecchie logiche della politica agrigentina.

Le conosco.

Le combatto da quindici anni.

La sfida finale

Quindi la sfida è molto semplice.

Onorevole La Vardera, se vuole davvero combattere l’abusivismo e le vecchie logiche di Agrigento, venga con noi.

Ma venga senza scegliere prima il bersaglio.

Palazzo Rizzo.

“Tolli”.

Gellia.

Palazzi Crea.

San Leone.

Villa del Sole.

Maddalusa.

Tutto.

E se qualcuno oggi prova a presentarsi come il nuovo mentre si muove dentro vecchi schemi e vecchie convenienze, noi continueremo a raccontarlo.

Perché il nuovo non si proclama.

Si dimostra.

Io, Giuseppe Di Rosa, non devo dimostrare oggi da che parte sono stato in questi quindici anni.

Gli atti, gli esposti, le battaglie pubbliche e i 3.546 voti parlano già.

Adesso tocca agli altri.

La Vardera accetta la sfida?

E chi oggi governa Agrigento è davvero disposto ad aprire tutti gli armadi, anche quelli che potrebbero raccontare una storia molto meno comoda di quella che oggi viene raccontata soltanto a Maddalusa?

Report Sicilia è pronto.

Giuseppe Di Rosa anche.

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Fonte: Report Sicilia

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

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