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Prima conoscere, poi costruire: l’agenda che la scienza suggerirebbe ad Agrigento

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Se attorno a un tavolo sedessero un geologo, un ingegnere idraulico, un urbanista, un medico di sanità pubblica e un economista, e si chiedesse loro quale debba essere la prima voce dell’agenda di Agrigento, probabilmente nessuno indicherebbe un’opera. Direbbero, con parole diverse, la stessa cosa: una città che non conosce se stessa non può scegliere che cosa fare prima. Conviene partire da qui, perché è proprio questa la debolezza che le ultime settimane hanno reso evidente.

Il nubifragio del 19 settembre, oltre 150 millimetri di pioggia in circa due ore, ha fatto cedere il piano stradale di piazza Marconi e messo in crisi la città. L’ingegnere idraulico osserverebbe che una pioggia simile è quasi il doppio di quella che le statistiche attribuiscono a un evento centenario, e che nessuna rete l’avrebbe smaltita senza danni. Ma aggiungerebbe che il problema non è solo l’eccezionalità dell’evento: della rete delle acque bianche non risulta un rilievo digitale affidabile, la città non ha pluviometri propri con soglie di allerta locali, una mappa ufficiale dei punti critici non c’è. Si interviene dopo, a danno avvenuto, perché prima non si sa dove guardare.

Il geologo allargherebbe il discorso. Sessant’anni fa, il 19 luglio 1966, la frana dell’Addolorata, del Rabato e di Santa Croce mostrò che cosa accade quando si costruisce e si scarica acqua ignorando com’è fatto il suolo: una piastra di calcarenite fratturata poggiata su argille che, imbevute, cedono. Le commissioni nominate allora dal ministero dei Lavori pubblici lo scrissero con chiarezza; quella lezione, però, non è mai diventata metodo. Oggi gli strumenti per sorvegliare i versanti esistono, e alcuni sono gratuiti, come le misure satellitari degli spostamenti del terreno. Usarli con continuità, affiancandoli a piezometri nei punti sensibili, costerebbe una frazione di un solo intervento d’urgenza.

L’urbanista legherebbe queste diagnosi a una terza. I quartieri svuotati dopo la frana sono in parte ancora abbandonati, e la proposta dell’Ordine degli Architetti di un concorso internazionale per il loro recupero merita attenzione: non come vetrina, ma come occasione per riportare abitanti nel centro storico, cioè presidio, manutenzione quotidiana, occhi sulla città. Un centro che si svuota si degrada più in fretta di qualunque piano di tutela.

Il medico ricorderebbe che la prima infrastruttura sanitaria di una città è l’acqua. Finché ad Agrigento l’acqua arriva a turni e si disperde lungo condotte vecchie, ogni altra politica, turistica, culturale o sociale, poggia su fondamenta incerte. Ridurre le perdite di rete non è una questione per addetti ai lavori: è igiene, è dignità, è la condizione per trattenere chi vorrebbe restare.

L’economista chiuderebbe il cerchio con una domanda scomoda: quanto costa non fare? Le somme spese ogni anno per rincorrere le emergenze, tamponare allagamenti, rifare strade e portare acqua con le autobotti sono denaro che non lascia nulla dietro di sé. Spostarle, anche gradualmente, verso la conoscenza e la manutenzione programmata è la scelta con il rendimento più alto che un’amministrazione possa fare, benché la meno fotogenica. Protocolli sul clima e missioni all’estero possono avere un senso, ma solo se poggiano su una città capace di misurare i propri problemi.

Il consiglio comune, dunque, non riguarda l’elenco delle opere ma l’ordine con cui sceglierle: prima misurare, poi mantenere, infine costruire. Rilevare le reti, installare sensori, pubblicare i dati, programmare la manutenzione, e solo allora decidere le grandi opere con cognizione di causa. Per cominciare non servono risorse straordinarie: servono continuità, competenze stabili negli uffici tecnici e la disponibilità a rendere conto con i numeri. È un’agenda meno spettacolare di un taglio del nastro. Ma è l’unica che, fra dieci anni, permetterebbe di dire che la pioggia di settembre è servita a qualcosa.

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Fonte: Report Sicilia

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