Agrigento – Canicattì: solo curando le radici, si può tornare Città. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo
di Mauro Fontana*
Stiamo attraversando un periodo di grande fermento politico a Canicattì. Forse questo fermento c’è sempre stato, ma viverlo oggi, attivamente e in prima persona, è un’esperienza bellissima. È bello vedere persone diverse che, da prospettive differenti, affrontano i medesimi temi. È stimolante assistere al risveglio di diversi movimenti giovanili, così come è importante ascoltare chi la politica l’ha sempre fatta e continua a ribadire quanto sia fondamentale impegnarsi per la nostra comunità. Ed è persino sano e costruttivo osservare chi, sui social network, critica – in modo più o meno aspro – perché anche il dissenso fa parte di un dialogo politico vivo e necessario.
Eppure, dentro questo contesto, ci sono questioni che non vanno. Quello che sta ancora mancando, nel dibattito pubblico, sono i temi. Non i temi intesi come constatazione quotidiana di ciò che non funziona, perché la politica non può ridursi a una bacheca di foto e video di perdite d’acqua, buche nelle strade e sporcizia, o a un semplice scontro istituzionale.
Ci servono i temi che facciano ritornare Canicattì a sognare. Dobbiamo ricordarci di essere una Città – titolo che ci onoriamo di avere dal 1934 – perché altrimenti ci rassegneremo a essere solo un paese.
Dobbiamo affrontare gli argomenti con lucida complessità, guardandoli per quello che sono, e cioè il risultato di decenni di disinteresse (politico, istituzionale e talvolta comunicativo) sfociati in una rassegnata indifferenza. Non possiamo banalizzare il nostro futuro riducendolo a posizioni dicotomiche da perenne scontro tra tifoserie, come – a titolo puramente di esempio – “stadio nuovo sì, stadio nuovo no”, “recinto alla villa sì, recinto alla villa no”, “inclusione dei migranti sì, inclusione dei migranti no”, “pedonalizzazioni sì, pedonalizzazioni no”.
Queste divisioni ci fanno perdere di vista il problema reale. Come ricorda il sociologo Filippo Barbera riflettendo su “Le piazze vuote” (Laterza, 2024), il rischio più grande per i nostri territori non è solo il degrado fisico, ma la perdita delle infrastrutture sociali, l’abbandono dei luoghi fisici dell’incontro e del confronto. Il dibattito sulla villa comunale o sulle strutture sportive non dovrebbe essere una rissa sui social network, ma il punto di partenza per capire come ricostruire spazi vitali e plurali capaci di farci tornare a essere, fisicamente e socialmente, una comunità.
Canicattì deve tornare a progettare quella che l’urbanista Elena Granata definisce “La città di tutti” (Einaudi, 2026). Significa smettere di pensare alla città solo come a un’emergenza burocratica da gestire (rifiuti, buche, manutenzione ordinaria) e ricominciare a pensarla come a uno spazio plurale e accogliente, capace di generare relazioni. Ci serve una visione urbana che unisca.
Per compiere questo salto, non possiamo usare i vecchi metodi. Come scriveva Audre Lorde, da una prospettiva diversa:
“Perché gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone. Ci possono permettere di batterlo temporaneamente al suo stesso gioco, ma non ci metteranno mai in condizione di attuare un vero cambiamento.”
Se vogliamo un vero cambiamento, dobbiamo cambiare l’approccio, le dinamiche e i volti. Non possiamo accontentarci del quieto vivere o della pace apparente costruita sui compromessi al ribasso. Ce lo ricorda Brigitte Vassallo, anche lei da una prospettiva diversa:
“Gli accordi si fanno tra persone, tra circostanze, tra esperienze concrete, per far sì che quelle idee siano, appunto, vivibili. Le idee non scendono a compromessi ma si alimentano, si arricchiscono, si contraddicono, si innamorano, si contaminano. Si può concordare su come rendere le idee concrete sul campo, su come combinarle, su come incrociarle, su come renderle possibili. Ma le idee non possono nascere dalla quiete della concordia. Sogniamoci intensamente qui, adesso. Scomodiamoci. Andiamo a vedere fino a che punto siamo capaci di pensarci radicalmente.”
Scomodiamoci, dunque. Pensiamoci radicalmente.
La domanda che dobbiamo farci, oggi, è semplice: che futuro merita Canicattì? A chi vogliamo affidare la costruzione di questo domani? Possiamo illuderci che i soliti nomi e i soliti metodi funzionino, ma sappiamo bene che gli “strumenti del padrone” non costruiranno mai una casa diversa. Oppure possiamo scegliere il coraggio.
Sarà un cammino da costruire insieme nei prossimi mesi, confrontandoci strada per strada, quartiere per quartiere. Ma se guardiamo con onestà alle sfide che ci attendono, sappiamo già di cosa abbiamo bisogno: alla nostra città serve un’energia nuova, giovane e competente. Serve una figura che sappia tessere reti lunghe – connessioni solide che portino la voce di Canicattì sui tavoli della Regione, dello Stato, dell’Europa – ma che abbia al contempo lo sguardo, l’umiltà e l’amore viscerale per ripartire dalle piccole cose. Qualcuno capace di pensare in grande, ma pronto a sporcarsi le mani. Perché è solo curando le radici e ripartendo dalle fondamenta che potremo ricostruire la nostra Città.
*PhD in Urban and Regional Development
L’articolo Canicattì: solo curando le radici, si può tornare Città proviene da Sicilia ON Press.
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Fonte: Sicilia On Press
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