Al momento stai visualizzando Agrigento 2025, Di Rosa: «Il rapporto certifica il boomerang che denunciai già nel 2021»

Agrigento 2025, Di Rosa: «Il rapporto certifica il boomerang che denunciai già nel 2021»

  • Autore dell'articolo:
  • Categoria dell'articolo:Sport
  • Commenti dell'articolo:0 commenti

Agrigento 2025, Di Rosa: «Il rapporto certifica il boomerang che denunciai già nel 2021». Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.

Cosa sta succedendo

⏱️Tempo di lettura: 13 min

L’ex responsabile del Codacons attacca politica, organizzatori e informazione: «Milioni distribuiti con il sistema di sempre, mentre quasi tutti tacevano». La relazione commissionata dalla Fondazione rileva 15-16 mesi di ritardo, coerenza critica, efficienza compromessa, comunicazione inadeguata e sostenibilità a rischio. Report Sicilia pubblica in allegato il documento integrale

AGRIGENTO – «So che nessuno degli addetti ai lavori riconoscerà mai ciò che gridavo già due anni prima della proclamazione e negli anni successivi. So che una parte di chi avrebbe dovuto informare, controllare e sollevare domande ha preferito rimanere in silenzio, anche perché direttamente o indirettamente beneficiaria di incarichi, progetti, risorse, pubblicità o rapporti con chi amministrava».

Comincia così la durissima nota di Giuseppe Di Rosa sul “Report di valutazione d’impatto – Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025”, trasmesso dalla Fondazione Agrigento 2025 con protocollo numero 474/U dell’8 settembre 2026. 2026_0000474_260908_Report_Valutazione d’impatto_Agrigento Capitale_Finale.docx

Una relazione di 99 pagine che Report Sicilia pubblica integralmente in allegato affinché ogni cittadino possa leggerla, verificare i dati e valutare direttamente ciò che è accaduto.

Il documento contiene risultati positivi, a cominciare dalla qualità di alcuni progetti e dalla crescita dei flussi internazionali. Ma presenta anche un quadro pesantissimo sul piano organizzativo: 15-16 mesi di ritardo operativo, governance fragile, comunicazione iniziale inefficace, mancato coinvolgimento strutturato della comunità, isolamento dei partner locali, efficienza compromessa e sostenibilità dell’eredità a rischio.

Un quadro che, secondo Di Rosa, confermerebbe gli allarmi lanciati già nel 2021, quando interveniva nella qualità di rappresentante del Codacons.

«Avete trasformato un’occasione irripetibile in uno strumento del Sistema Agrigento»

Nella sua dichiarazione Di Rosa non risparmia nessuno:

«So che difficilmente Agrigento avrà un’altra occasione di questa portata. Ma una domanda devo rivolgerla a tutti: non vi sentite male con voi stessi dopo avere contribuito a distruggere un’opportunità irripetibile, utilizzandola soprattutto per implementare il solito “Sistema Agrigento” attraverso la distribuzione di milioni di euro con i meccanismi e tra gli ambienti di sempre?

Avete compromesso il presente e il futuro della nostra città. So che certa stampa non mi riconoscerà mai il merito di avere lanciato per tempo questi allarmi. Ma questa nota la scrivo lo stesso, perché gli atti, le date e oggi persino il rapporto commissionato dalla Fondazione dimostrano chi aveva visto il pericolo e chi, invece, preferiva tacere».

L’accusa di Di Rosa è innanzitutto politica. Non riguarda soltanto la vecchia amministrazione comunale o i vertici della Fondazione, ma l’intero sistema di relazioni che avrebbe partecipato alla programmazione, all’organizzazione e alla distribuzione dei progetti finanziati.

Gli allarmi del 2021 e il boomerang annunciato nel 2023

Di Rosa ricostruisce la cronologia della vicenda.

Già nell’aprile del 2021, nella qualità di rappresentante del Codacons, sollevò dubbi e chiese chiarezza sul percorso verso la candidatura di Agrigento a Capitale italiana della Cultura 2025.

Non contestava la candidatura. Chiedeva trasparenza, programmazione, partecipazione, controllo dei costi e una struttura organizzativa adeguata alla portata dell’obiettivo.

Quando Agrigento conquistò il titolo il 31 marzo 2023, Di Rosa non criticò la vittoria. Al contrario, invitò tutti a correre, sostenendo che il tempo fosse poco e che, se gestita male, quella straordinaria opportunità avrebbe potuto trasformarsi in un boomerang.

«Oggi – afferma – il rapporto finale ci dice che la fase operativa cominciò con un ritardo stimato tra i 15 e i 16 mesi. Non servono interpretazioni: il boomerang annunciato è tornato indietro».

Nel 2025 arrivarono poi gli undici rilievi della Corte dei conti e la definizione di “carente razionalità organizzativa”. Adesso è la valutazione commissionata dalla stessa Fondazione a ricostruire le difficoltà e le opportunità mancate.

Il rapporto: 15-16 mesi di ritardo con conseguenze su tutto il programma

Uno degli elementi più rilevanti della relazione riguarda il tempo perduto.

Nel capitolo dedicato agli apprendimenti, gli estensori scrivono che Agrigento avrebbe iniziato la fase operativa con un ritardo stimato dai soggetti coinvolti in 15-16 mesi rispetto al calendario atteso.

Il ritardo avrebbe prodotto conseguenze a cascata sulla qualità della comunicazione, sulla costruzione delle reti tra i partner, sulla mobilitazione del volontariato e sulla possibilità dei singoli progetti di sviluppare pienamente le attività previste.

Alcuni programmi concepiti per una durata di 12-18 mesi sarebbero stati compressi in appena tre o quattro mesi. Un soggetto attuatore avrebbe utilizzato soltanto metà del budget disponibile per l’impossibilità di completare tutte le iniziative nei tempi rimasti.

Secondo il rapporto, il ritardo non sarebbe stato soltanto un problema di calendario, ma il sintomo di una fragilità più profonda: incertezze sulla composizione della Fondazione, avvicendamenti nella direzione, negoziazioni tra livelli istituzionali e procedure amministrative particolarmente complesse.

La stessa governance avrebbe riconosciuto, a posteriori, che la Fondazione di partecipazione non si rivelò lo strumento più adatto ai tempi richiesti dall’organizzazione di una Capitale della Cultura.

Il riconoscimento della personalità giuridica, la qualificazione come stazione appaltante e l’attivazione delle procedure avrebbero assorbito mesi preziosi.

Coerenza “critica”, efficienza “compromessa”, sostenibilità “a rischio”

Particolarmente significativi sono i giudizi formulati secondo i criteri di valutazione adottati nel rapporto.

La rilevanza viene giudicata “parziale”. La coerenza “critica”. L’efficacia “differenziata”. L’efficienza “compromessa”. L’impatto “diseguale”. La sostenibilità “a rischio”. La dimensione relativa a diversità, equità e inclusione viene considerata “non valutabile”.

La percezione di una visione strategica unitaria ottiene dai partner intervistati una media di appena 2,2 punti su 5.

I soggetti attuatori non avrebbero percepito un disegno realmente organico, ma una giustapposizione di progetti indipendenti. Sarebbero mancati momenti strutturati di confronto, una piattaforma condivisa e occasioni di coprogettazione tra i partner.

Il coordinamento tra i 44 progetti non avrebbe rappresentato una priorità operativa, perché la Fondazione fu costretta a privilegiare la gestione amministrativa degli affidamenti.

«Non sono parole mie – sottolinea Di Rosa – e non sono valutazioni dell’opposizione. Sono giudizi contenuti in un rapporto commissionato dalla stessa Fondazione. Quello che nel 2021 veniva liquidato come allarmismo oggi è scritto nero su bianco».

I partner locali: isolamento e scarso supporto

La relazione evidenzia anche una frattura tra i soggetti esterni e quelli appartenenti al territorio.

Mentre diversi operatori esterni avrebbero valutato positivamente l’esperienza, alcune associazioni locali avrebbero lamentato isolamento, assenza di coordinamento trasversale e scarsa condivisione di una visione strategica.

La valutazione media sull’allocazione delle risorse si ferma a 2,5 punti su 5, con giudizi fortemente polarizzati.

Le procedure MEPA e le esternalizzazioni avrebbero prodotto colli di bottiglia e difficoltà operative. Un soggetto intervistato avrebbe raccontato che fondi destinati ai propri progetti furono affidati a un soggetto terzo non scelto dal partner, costringendo l’attuatore a inseguire l’organizzazione anche per le spese necessarie.

Criticità che, sebbene in alcuni casi risolte singolarmente, avrebbero consolidato la percezione di un apparato eccessivamente formale e di un supporto istituzionale insufficiente.

Nessun volontariato strutturato e una città rimasta spettatrice

Il rapporto confronta Agrigento con le precedenti Capitali italiane della Cultura.

Pesaro, ad esempio, riuscì a coinvolgere circa 900 volontari. Agrigento, invece, non costruì un corpo di volontariato strutturato.

L’assenza sarebbe stata una conseguenza diretta dei ritardi. Senza un percorso di preparazione avviato con largo anticipo, la comunità locale non avrebbe avuto il tempo di percepire Agrigento 2025 come un progetto proprio.

La partecipazione dei cittadini sarebbe dipesa prevalentemente dalla capacità delle singole associazioni di mobilitare le rispettive reti, in assenza di una regia complessiva.

Per le future Capitali, il rapporto raccomanda di avviare il coinvolgimento civico almeno dodici mesi prima dell’inizio del programma.

Agrigento, però, sarebbe partita con 15-16 mesi di ritardo.

La comunicazione: un vuoto riempito dalle polemiche

Un altro punto rilevante riguarda la comunicazione istituzionale.

Il rapporto parla di una presenza discontinua e di una sostanziale assenza nelle fasi più critiche. Sarebbe mancata una strategia integrata capace di promuovere gli eventi, costruire una narrazione unitaria e gestire le crisi reputazionali.

La separazione tra chi governava il programma e chi disponeva del budget della comunicazione avrebbe inoltre prodotto distorsioni e impedito una gestione coerente dei contenuti.

Questo vuoto venne riempito dalle immagini dei problemi reali della città: crisi idrica, perdite d’acqua, segnaletica sbagliata, tombini coperti dall’asfalto, disservizi e ritardi.

Ma Di Rosa respinge il tentativo di attribuire il danno reputazionale a chi denunciava:

«Non furono le denunce a creare i ritardi. Non furono i giornalisti a provocare le perdite idriche, a coprire i tombini o a determinare le dimissioni dei vertici della Fondazione. Se le immagini della città reale hanno danneggiato la propaganda, il problema non erano le immagini e nemmeno chi le diffondeva. Il problema erano i fatti».

La stilettata alla stampa: «Dov’erano tutti quando ponevo le domande?»

Nella nota Di Rosa rivolge un attacco diretto anche a quella parte dell’informazione locale che, negli anni decisivi, non avrebbe esercitato un controllo adeguato.

«Oggi sarà facile riprendere i dati del rapporto, raccontare i 15-16 mesi di ritardo e interrogarsi sul danno reputazionale. Ma dov’erano tutti quando ponevo queste domande nel 2021? Dov’erano dopo la proclamazione del 2023, quando invitavo la città a correre? Dov’erano mentre il tempo passava e la struttura non diventava pienamente operativa?

Troppi addetti ai lavori hanno preferito assecondare il potere politico ed economico cittadino. Troppi hanno ricevuto, direttamente o indirettamente, la propria parte di attenzione, incarichi, progetti, pubblicità, relazioni o risorse. E troppi hanno confuso l’informazione con l’accompagnamento della narrazione istituzionale.

Nessuno è obbligato a riconoscermi un merito. Ma nessuno può cancellare le date».

«Milioni distribuiti, ma quasi tutti tacevano»

L’affondo più duro riguarda coloro che oggi sostengono la nuova amministrazione comunale, pur avendo partecipato alla precedente gestione politica e organizzativa di Agrigento 2025.

«Una buona parte di coloro che oggi sostengono la nuova amministrazione non arrivò dopo e non osservò Agrigento 2025 da lontano.

Molti parteciparono, direttamente o attraverso le rispettive aree politiche e culturali, non soltanto alla distribuzione dei progetti finanziati – quella che sul piano politico considero una vera e propria spartizione – ma anche alla programmazione e all’organizzazione dell’intera operazione.

Non erano spettatori. Facevano parte del sistema politico, istituzionale e organizzativo che accompagnò la precedente amministrazione».

Di Rosa si domanda perché nessuno di questi protagonisti abbia denunciato pubblicamente il ritardo, la fragilità della governance, l’assenza di comunicazione, il mancato coinvolgimento della cittadinanza o l’assenza di un piano per l’eredità futura.

La sua risposta è netta:

«Molti appartenevano alla stessa linea politica, allo stesso schieramento o comunque allo stesso sistema di relazioni che sosteneva chi amministrava. Criticare quella gestione avrebbe significato criticare anche se stessi, le proprie scelte, i propri riferimenti e il sistema dal quale stavano ottenendo spazio, risorse o progetti».

La nuova amministrazione e gli stessi protagonisti di ieri

Secondo Di Rosa, il cambio dell’amministrazione comunale non può azzerare le precedenti responsabilità.

«Oggi alcuni dei protagonisti di allora si sono semplicemente spostati accanto alla nuova amministrazione. Tentano di archiviare Agrigento 2025 come se fosse una storia appartenente esclusivamente all’ex sindaco Francesco Miccichè e ai vertici della Fondazione.

Ma la responsabilità politica non scompare cambiando sindaco, maggioranza, casacca o collocazione».

Di Rosa chiama direttamente in causa il sindaco Michele Sodano, chiedendogli di spiegare come intenda distinguere il nuovo corso da chi partecipò alla gestione precedente.

«Non basta parlare di cambiamento se attorno alla nuova amministrazione continuano a muoversi gli stessi ambienti, gli stessi interessi e alcuni degli stessi protagonisti che parteciparono all’organizzazione e alla distribuzione dei progetti senza pronunciare una sola parola di critica.

Altrimenti il cambiamento diventa soltanto una rotazione delle sedie: ieri dentro la gestione e la distribuzione delle risorse, oggi accanto al nuovo sindaco, domani pronti a sostenere di non avere mai saputo nulla».

I numeri del programma e le cautele del rapporto

La relazione attribuisce al programma 44 progetti, 418 attività, 650 artisti e professionisti, 2.156 partecipanti ai laboratori e oltre 94 mila visitatori e spettatori dichiarati.

Sono risultati importanti. Lo stesso documento, tuttavia, definisce particolarmente delicato il dato relativo all’audience.

Alcuni progetti disponevano di registri, biglietti nominativi o sistemi strutturati di rilevazione. Altri hanno presentato stime, dati parziali o numeri non separabili dai normali flussi delle strutture ospitanti. Per alcune iniziative, le presenze dichiarate non sarebbero direttamente verificabili.

Anche la parte dedicata agli outcome e all’impatto poggia su una base molto limitata: dieci risposte alla survey dei partner, quattro risposte del pubblico, cinque voci nei focus group e due interviste approfondite.

Gli stessi autori precisano che alcuni giudizi rappresentano ipotesi interpretative fondate e non valutazioni conclusive.

Una cautela che dovrebbe impedire di utilizzare soltanto i dati favorevoli per costruire l’ennesimo bilancio autocelebrativo.

Turismo internazionale in crescita, mercato nazionale in calo

Il rapporto registra una crescita del 4,27% degli arrivi internazionali e un incremento del 15,9% dal mercato statunitense.

Il pubblico straniero avrebbe apprezzato soprattutto il patrimonio archeologico e alcuni progetti di particolare qualità. Sul mercato nazionale, invece, le presenze sarebbero diminuite del 5,14%, dato che il documento collega anche alla concorrenza esercitata da Roma nell’anno del Giubileo.

L’Earned Media Value netto viene stimato in circa 870 mila euro. Ma gli stessi autori precisano che si tratta di un ordine di grandezza elaborato sulla base di parametri pubblici e non di una misurazione utilizzabile per la rendicontazione finanziaria.

Ancora più delicata è la stima dell’erosione reputazionale sul mercato italiano: una forbice compresa tra 500 mila e un milione di euro di possibili effetti negativi sui flussi turistici del biennio 2026-2027.

Il rapporto parla di “notorietà problematica”.

«Io – afferma Di Rosa – nel 2023 la chiamai con una parola più semplice: boomerang».

Una legacy ancora senza guida

La relazione considera a rischio anche la sostenibilità futura dell’esperienza.

Manca un piano di legacy formalizzato, diversi partner dipendono dal reperimento di nuove risorse e non appare ancora individuato con chiarezza un soggetto istituzionale incaricato di custodire le relazioni, sostenere i progetti e valorizzare il patrimonio prodotto.

Il rapporto raccomanda di identificare entro il 2026 un responsabile della legacy. Nel frattempo, però, la Fondazione è stata avviata verso lo scioglimento e il patrimonio documentale è stato consegnato al Comune.

Prima è stato perduto il tempo della preparazione. Adesso si rischia di perdere anche quello dell’eredità.

«La macchina non si guidava da sola»

Di Rosa conclude la sua nota ricostruendo l’intera sequenza:

«Nel 2021, con il Codacons, cominciavo a porre le domande.

Nel 2023, dopo la vittoria, invitavo tutti a correre per evitare che l’occasione si trasformasse in un boomerang.

Nel frattempo, molti di quelli che oggi sostengono la nuova amministrazione partecipavano alla programmazione, all’organizzazione e alla distribuzione dei progetti finanziati senza sollevare pubblicamente alcuna obiezione.

Nel 2025 la Corte dei conti contestava la “carente razionalità organizzativa”.

Nel 2026 il rapporto di valutazione parla di 15-16 mesi di ritardo, coerenza critica, efficienza compromessa, sostenibilità a rischio e notorietà problematica.

Il vero scandalo non è che Giuseppe Di Rosa avesse previsto il pericolo. Il vero scandalo è che chi aveva il dovere di ascoltare rimase in silenzio».

Il rapporto dice che la macchina partì tardi. Ma, come osserva Di Rosa, quella macchina non si guidava da sola.

Aveva amministratori, organizzatori, sostenitori, partecipanti e beneficiari. Molti di loro oggi sono ancora presenti sulla scena politica e culturale cittadina, seppure collocati accanto a un’altra amministrazione.

Per questa ragione Di Rosa chiede che, oltre al bilancio degli eventi, venga resa pubblica anche la mappa completa dei progetti, delle risorse, degli incarichi, dei beneficiari e delle responsabilità.

Solo allora sarà possibile comprendere fino in fondo cosa sia stata Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025, quale eredità abbia realmente lasciato e quanto sia costato alla città alimentare, ancora una volta, il solito “Sistema Agrigento”.

In allegato: Report di valutazione d’impatto – Agrigento Capitale italiana della Cultura 2025, protocollo Fondazione Agrigento 2025 numero 474/U dell’8 settembre 2026.

Leggi anche: Altre notizie su Sport

Fonte: Report Sicilia

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

Lascia un commento