Agrigento – Caso Crosta, Italia Viva difende Sodano e attacca ancora La Vardera: Il garantismo usato per una guerra che viene da lontano. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

L’intervento di Giancarlo Garozzo non appare isolato: già a gennaio Italia Viva e Controcorrente si erano duramente scontrate. Sul tavolo, però, non c’è una sentenza penale, ma la credibilità politica del vicesindaco e la necessità di verificare titoli, autorizzazioni, lavori recenti e possibili conflitti d’interesse
C’è un dettaglio che aiuta a comprendere meglio l’intervento di Giancarlo Garozzo sul caso Crosta: non è la prima volta che l’esponente di Italia Viva entra in rotta di collisione con Controcorrente e con l’area politica guidata da Ismaele La Vardera.
Già nel gennaio scorso lo scontro era stato durissimo. Alle critiche provenienti da Italia Viva aveva risposto Gandolfo Lo Verde, coordinatore regionale di Controcorrente, contestando a Garozzo e al partito renziano il diritto di impartire lezioni politiche e morali al nuovo movimento.
Quello precedente dimostra che la polemica di oggi non nasce ad Agrigento e non nasce con Giovanni Crosta. Si inserisce in una contrapposizione politica regionale già aperta, che rischia di trasformare una questione amministrativa concreta in un altro capitolo di una guerra combattuta altrove.
È dunque legittimo domandarsi se Garozzo sia intervenuto per esaminare realmente il caso Crosta oppure se abbia colto l’occasione per colpire ancora una volta La Vardera.
Italia Viva si schiera con Sodano
«Sul caso Crosta sto con Michele Sodano, per un principio che dovrebbe venire prima di qualsiasi processo politico: il garantismo», ha dichiarato Garozzo, componente dell’assemblea nazionale di Italia Viva-Casa Riformista.
Secondo l’esponente renziano, al vicesindaco non sarebbe contestato alcun reato né alcuna ipotesi di reato. Per questa ragione, la richiesta di dimissioni e la successiva espulsione annunciata da La Vardera rappresenterebbero una forma di «giustizialismo».
Ma questa ricostruzione elude il punto centrale.
Report Sicilia non ha emesso alcuna sentenza penale, non ha sostituito la magistratura e non ha chiesto una condanna giudiziaria. Ha pubblicato fotografie, immagini storiche, riprese e documenti e ha posto domande precise sulla posizione urbanistica e paesaggistica dell’immobile di contrada Zingarello, del quale Crosta ha riconosciuto la proprietà.
Le domande riguardano la pratica di sanatoria, la distanza dalla battigia, la consistenza delle opere, gli interventi apparentemente eseguiti negli ultimi anni, gli eventuali titoli edilizi e paesaggistici, l’impresa esecutrice, le fatture, le utenze e lo smaltimento delle acque reflue.
Definire tutto questo «giustizialismo» significa confondere deliberatamente due piani differenti: la responsabilità penale, che può essere accertata soltanto dagli organi competenti, e la responsabilità politica, che riguarda la fiducia, la trasparenza e l’opportunità di mantenere una carica pubblica tanto delicata durante gli accertamenti.
Il garantismo non sostituisce i documenti
La presunzione di innocenza deve essere rispettata sempre. Ma il garantismo non può diventare uno scudo dietro il quale evitare di mostrare gli atti.
Se Crosta possiede tutti i titoli necessari, li renda pubblici. Produca la concessione in sanatoria, gli eventuali pareri della Soprintendenza, le Cila, le Scia, i permessi di costruire, le autorizzazioni paesaggistiche, le fatture relative ai lavori recenti e la documentazione riguardante acqua e reflui.
A quel punto saranno le carte a parlare.
È singolare, invece, che Garozzo abbia trovato il tempo di attaccare La Vardera, Alessandro Onorato e Antonio Ingroia, ma non abbia rivolto una sola domanda sostanziale a Crosta.
Non una parola sui lavori apparentemente recenti. Non una richiesta di pubblicazione delle autorizzazioni. Non un interrogativo sulla sanatoria pendente. Non una domanda sull’atto di indirizzo firmato dallo stesso Crosta per accelerare la definizione delle pratiche di condono e sanatoria.
Questa non sembra una difesa del garantismo. Appare piuttosto, sul piano politico, come un intervento schierato all’interno di una battaglia che precede il caso Crosta e che esula dagli interessi di Agrigento.
Quella firma impone garanzie immediate
La firma apposta dal vicesindaco sull’atto di indirizzo relativo alle pratiche di condono e sanatoria non dimostra che vi sia stato un inquinamento delle prove né consente di attribuire automaticamente comportamenti illeciti a qualcuno.
Dimostra però un fatto politicamente rilevante: Crosta non ha ritenuto di astenersi spontaneamente da un’iniziativa amministrativa riguardante una materia nella quale risulta personalmente interessato.
È proprio questa circostanza a rendere indispensabile l’adozione di misure di garanzia: acquisizione e conservazione integrale dei fascicoli, tracciamento degli accessi, verifica degli atti, sopralluoghi indipendenti e separazione assoluta tra il vicesindaco e qualsiasi procedimento riguardante il suo immobile.
Non diciamo che sia già accaduto tutto. Diciamo che quella firma dimostra che, senza adeguate misure di tutela, tutto potrebbe accadere. Ed è compito del sindaco e del Segretario generale impedire anche soltanto il rischio di interferenze.
Chi liquida questo problema come «giustizialismo» non sta difendendo un diritto. Sta evitando di affrontare una questione istituzionale elementare.
La Vardera, al momento, è l’unico coerente
In questo passaggio l’unico esponente politico che sta dimostrando coerenza è Ismaele La Vardera.
Ha costruito la propria proposta sulla legalità, sulla trasparenza e sulla denuncia delle contraddizioni del potere. Quando il problema ha riguardato una persona appartenente al suo stesso movimento, non ha cambiato metro: ha ringraziato Report Sicilia per il lavoro d’indagine, ha chiesto a Crosta di fare un passo indietro e, di fronte al rifiuto, ne ha annunciato l’espulsione.
Si può discutere la scelta, ma non negarne la coerenza.
Al contrario, quanti tra iscritti, simpatizzanti ed elettori di Controcorrente difendono Crosta senza pretendere prima la pubblicazione degli atti stanno mostrando una cultura politica molto più vicina alle vecchie logiche di potere riconducibili alle aree di Roberto Di Mauro e Riccardo Gallo che al progetto annunciato da La Vardera.
La tessera potrà anche riportare il nome di Controcorrente, ma il riflesso condizionato resta quello della politica più antica: proteggere l’uomo della propria parte, delegittimare chi pone le domande e rinviare indefinitamente il momento della verità.
La coerenza non consiste nell’attaccare gli avversari. Consiste nell’applicare ai propri amici le stesse regole invocate contro gli altri.
I 701 voti e il peso politico di Italia Viva
Casa Riformista, la lista collegata a Italia Viva che ha sostenuto Michele Sodano, alle elezioni comunali di Agrigento ha raccolto 701 voti, circa il 2,5 per cento, senza ottenere consiglieri comunali.
Ogni forza politica ha pieno diritto di intervenire, indipendentemente dal risultato elettorale. Ma proprio per questo sarebbe utile comprendere quale contributo concreto Italia Viva intenda offrire alla soluzione del caso.
Difendere Sodano e attaccare La Vardera è una posizione politica. Chiedere che vengano pubblicati i documenti sarebbe un servizio reso alla città.
Perché Garozzo non domanda a Crosta ciò che Report Sicilia chiede da giorni? Perché il cosiddetto garantismo viene invocato contro il giornale e contro La Vardera, ma non viene accompagnato dalla richiesta di massima trasparenza al vicesindaco?
Una crisi annunciata
Report Sicilia lo aveva scritto sin dall’inizio: una coalizione costruita mettendo insieme identità, obiettivi e culture politiche profondamente differenti avrebbe incontrato presto difficoltà.
La crisi esplosa sul caso Crosta non rappresenta quindi un incidente imprevedibile. È la conseguenza di una contraddizione originaria.
Da una parte La Vardera, che pretende di applicare anche ai propri rappresentanti i principi proclamati pubblicamente. Dall’altra Sodano, che continua a difendere il suo vicesindaco e a rivolgere attacchi contro chi ha svolto un’indagine giornalistica documentata. In mezzo Italia Viva, che trasforma il caso in una nuova occasione per regolare una partita politica con Controcorrente.
Se una maggioranza entra in crisi non perché qualcuno ha inventato un caso, ma perché qualcuno ha posto domande alle quali non arrivano risposte documentate, il problema non è il giornale. È la fragilità politica e morale sulla quale quella maggioranza è stata costruita.
I social non sostituiscono gli accertamenti
La vicenda non si concluderà con comunicati stampa, post autoassolutori o campagne social contro chi ha sollevato il caso.
I social non sono un ufficio tecnico. I commenti non sono titoli edilizi. I “mi piace” non valgono come autorizzazioni paesaggistiche.
Scatenare, volontariamente o meno, dinamiche di social storming o di linciaggio digitale contro chi ha pubblicato documenti non modifica la posizione dell’immobile e non risponde a nessuna delle domande poste.
Report Sicilia non si fermerà davanti agli insulti, alle pressioni o ai tentativi di delegittimazione. Il lavoro svolto poggia su immagini, confronti storici e documentazione che dovranno essere verificati dagli uffici competenti.
L’ultima responsabilità è del sindaco
Il sindaco Michele Sodano ha scelto di difendere pubblicamente Crosta, arrivando a presentarlo come uno dei migliori amministratori e contestando duramente il lavoro di Report Sicilia.
È una scelta della quale dovrà assumersi la piena responsabilità politica.
Se gli accertamenti dovessero dimostrare che nell’immobile sono stati realizzati, durante l’ultimo quinquennio, lavori privi dei necessari titoli edilizi o paesaggistici; se Crosta non fosse in grado di produrre autorizzazioni, pratiche, fatture e documentazione relativa agli interventi; se emergessero difformità rilevanti rispetto allo stato legittimo dei luoghi, le dimissioni del vicesindaco sarebbero inevitabili.
Ma a quel punto non sarebbe più sufficiente neppure una richiesta di scuse da parte di Sodano.
Avendo legato pubblicamente la propria credibilità alla difesa di Crosta e avendo attaccato chi ha svolto l’indagine invece di pretendere immediatamente gli atti, anche il sindaco dovrebbe prenderne atto e rassegnare le dimissioni.
Non è una sentenza anticipata. È l’assunzione preventiva di una responsabilità politica: chi decide di garantire personalmente per un amministratore deve essere pronto a rispondere delle conseguenze della propria scelta.
La legalità non è una clava. Ma neppure il garantismo può diventare il nascondiglio dietro il quale sottrarsi alla verità.
E soprattutto Agrigento non può essere utilizzata come campo di battaglia per una guerra tra Italia Viva e La Vardera cominciata altrove. La città attende risposte molto più semplici: i permessi esistono oppure no? I lavori recenti sono stati autorizzati oppure no? Le fatture e gli altri documenti ci sono oppure no?
Tutto il resto è rumore politico. Le carte, invece, non fanno propaganda.
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Fonte: Report Sicilia
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