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Agrigento – “Depistaggio Borsellino”: prescrizione definitiva

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La Cassazione conferma la sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta: le indagini sulla strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino sono state depistate ma non favorendo la mafia.

La Cassazione ha confermato, rendendola definitiva, la sentenza emessa il 4 giugno del 2024 dalla Corte d’Appello di Caltanissetta, che a sua volta ha confermato la sentenza di primo grado emessa il 12 luglio del 2022 nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio. E’ prescritto il reato di calunnia aggravata contestato ai tre poliziotti imputati. La prescrizione è scattata perché non è stata riconosciuta l’aggravante dell’avere agevolato Cosa nostra. In sintesi: il reato sarebbe stato commesso ma non favorendo la mafia tramite gli effetti della commissione del reato. Tra parentesi: in primo grado Michele Ribaudo è stato assolto nel merito con la formula “perchè il fatto non costituisce reato”.

Il funzionario Mario Bo, ex capo del gruppo d’indagine “Falcone – Borsellino” diretto dal defunto Arnaldo La Barbera, e gli ispettori in pensione Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, si occuparono della tutela di tre falsi pentiti, Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura. Bo, Mattei e Ribaudo avrebbero suggerito ai tre falsi collaboratori la versione da fornire agli inquirenti e i nomi da indicare quali responsabili della strage. La falsa verità, a cui tanti anni i giudici hanno creduto, ha nascosto i veri colpevoli, ed ecco perchè la Procura sostiene che la calunnia abbia favorito la mafia. Ed è costata la condanna all’ergastolo a sette innocenti, poi scarcerati, e che si sono costituiti parte civile in giudizio. Lo scorso marzo, la stessa Corte d’Appello, presieduta da Giovanbattista Tona, ha depositato le motivazioni della sentenza.

I giudici si sono soffermati in particolare su Arnaldo La Barbera. E tra l’altro hanno scritto: “La Barbera con la sua azione nel depistare le indagini volle agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato”. Tradotto: La Barbera ha depistato le indagini per proteggere interessi o mandanti occulti dietro gli esecutori dell’attentato. Poi, in riferimento ai tre poliziotti, i giudici scrivono: “Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera, consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’, ovvero Scarantino, inattendibile. E ciò al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose. Né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone accusate da Scarantino”. Tradotto: i tre poliziotti sono stati a conoscenza che Scarantino sia stato un calunniatore. Tuttavia – come sottolineano i magistrati – i tre poliziotti, pur aderendo alle direttive illecite di La Barbera, non vi è prova che abbiano inteso agevolare la mafia quanto, piuttosto, garantire l’impunità a soggetti diversi dai clan. Ecco perché, cadendo l’aggravante mafiosa, è intervenuta la prescrizione.

Angelo Ruoppolo (Teleacras)

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Fonte: Sicilia24h

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