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Agrigento dove il povero amministratore è vittima del cronista infame

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anche la DC non amava le inchieste sull'abusivismo

Psicologia collettiva di una città

Il paradosso è solo apparente. Una comunità che a parole condanna l’abusivismo si compatta a difesa di chi potrebbe incarnare un caso documentato, e trasforma l’autore dell’inchiesta nel vero imputato. Non è ipocrisia individuale: è il funzionamento ordinario di un gruppo che percepisce una minaccia identitaria.

Astratto contro concreto. La teoria del livello di rappresentazione (construal level theory) mostra che gli oggetti psicologicamente distanti vengono giudicati per principi, quelli vicini per circostanze. “L’abusivismo” è una categoria astratta e si condanna senza costi. “Il figlio che ha ereditato la casa del padre e ci festeggiava il ferragosto” è una scena concreta, popolata di attenuanti biografiche. Lo stesso cittadino può sinceramente detestare la prima e assolvere il secondo, perché sta valutando due oggetti mentali diversi.

La colpa distribuita. In un territorio dove il costruito irregolare è massa critica e la sanatoria è attesa collettiva, l’inchiesta non colpisce un individuo: nomina una condizione condivisa. Scatta allora la dissonanza cognitiva descritta da Festinger. Tra il modificare la propria autorappresentazione morale (“allora anche noi“) e il delegittimare la fonte (“il giornale ha altri fini“), il costo psichico minore sta nella seconda soluzione. Non si discute il dossier: si discute chi l’ha scritto, chi lo paga, perché proprio ora.

I congegni del disimpegno morale. Bandura ha catalogato con precisione le mosse che compaiono puntualmente nei commenti pubblici. Dislocazione della responsabilità: l’ha costruita il padre. Etichettatura eufemistica: una casetta, non un ecomostro. Comparazione vantaggiosa: e i condoni dei potenti, e le grandi opere? Diffusione della responsabilità: lo hanno fatto tutti. Attribuzione di colpa all’accusatore: il cronista voleva farsi il nome. Il cronista ha perso le elezioni e ora si vendica, rosica. Ogni congegno riduce l’autobiasimo senza richiedere di rinnegare il principio: l’abusivismo resta condannabile in generale, e innocuo in questo caso.

L’identità ferita. Qui pesa la storia. Dal 1966 Agrigento è stata raccontata dall’esterno come emblema nazionale del disastro edilizio; la frana, la relazione ministeriale, la letteratura di denuncia hanno consegnato alla città un’identità stigmatizzata di lunga durata. Goffman ha descritto la reazione tipica dei gruppi stigmatizzati: la gestione difensiva dell’informazione. Dopo mezzo secolo di titoli avversi, e nel momento in cui la città investe in una narrazione di riscatto culturale e turistico, qualsiasi inchiesta viene decodificata non come controllo interno ma come nuovo atto d’accusa proveniente da fuori. La teoria dell’identità sociale di Tajfel spiega il resto: sotto minaccia reputazionale i confini fra noi e loro si ridisegnano, e il giornalista locale viene riclassificato nell’outgroup. Non è più uno di noi che vigila: è chi “parla male di Agrigento”.

L’economia della fiducia. In contesti a bassa fiducia istituzionale e ad alta disoccupazione, il potere non è percepito come funzione ma come rete di relazioni personali. L’amministratore è un nodo accessibile, un numero di telefono che risponde; l’organo d’informazione è un’astrazione senza reciprocità. La norma di reciprocità di Gouldner favorisce chi ha concesso qualcosa. Inoltre, dove il disinteresse è statisticamente raro, l’ipotesi del movente occulto diventa un’euristica razionale: “a chi giova?” non è complottismo folkloristico, è il modo in cui una comunità abituata allo scambio interpreta ogni azione pubblica. Vige poi una norma sociale non scritta, più cogente di quella giuridica: la colpa non è l’illecito, è averlo reso pubblico. La violazione del riserbo comunitario attiva la figura antropologica dell’infame.

Silenzio e martirio. Due effetti finali. La spirale del silenzio di Noelle-Neumann: chi approva l’inchiesta, percependosi minoritario, tace; la difesa appare così unanime anche quando non lo è, e l’apparenza rafforza sé stessa. E l’effetto martirio: le dimissioni, invece di validare il lavoro giornalistico, ribaltano i ruoli. Chi paga diventa vittima, e il prezzo pagato viene letto come sproporzionato rispetto a una colpa che tutti riconoscono come diffusa.

Conclusione. La reazione non misura l’adesione all’abusivismo, ma la fragilità di un legame sociale che identifica la critica con l’ostilità. Fino a quando l’inchiesta sarà percepita come provenienza esterna e non come autodifesa della comunità, il giornalismo continuerà a vincere sul piano dei fatti e a perdere su quello del consenso.

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Fonte: Report Sicilia

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