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Agrigento – I Lincei chiedono il ripristino del Parco allo status quo ante: cosa vorrebbe dire davvero

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I Lincei chiedono di riportar allo stato ante l’intera superficie del Parco.  Cosa comporterebbe davvero: 1.300 ettari, 650 case, strade, reti, ferrovia.

Gli Stoici la chiamavano apokatástasis: il ritorno di tutte le cose al loro stato originario, il cosmo che dopo la conflagrazione si ricompone identico a se stesso, senza una virgola fuori posto.   Non pensavano però all’urbanistica. Eppure sembra proprio un’apocatastasi quella che la Commissione Beni culturali dell’Accademia Nazionale dei Lincei ha evocato il 7 settembre, chiudendo il suo documento sul Parco dei Templi con l’auspicio che le autorità competenti risolvano le difficoltà abitative «riportando allo status quo ante l’intera superficie del Parco».

il documento integrale potete leggerlo visitando questo sito web https://www.lincei.it/it/il-parco-dei-templi-di-agrigento-e-i-suoi-confini-documento-della-commissione-lincea-beni-culturali

La formula e la sua ambiguità

Nel linguaggio tecnico, «ripristino dello stato dei luoghi» significa una cosa precisa: rimuovere ciò che è stato realizzato illecitamente. In questa lettura — la più plausibile — i Lincei chiedono l’esecuzione delle demolizioni già ordinate e mai eseguite, accompagnata da una soluzione abitativa per chi ci vive. È una posizione netta, ma amministrativamente ordinaria.

La formula, però, dice «l’intera superficie». E la superficie del Parco, presa alla lettera, non è un cantiere di case abusive: è un pezzo di città funzionante. Vale la pena percorrerla fino in fondo, perché è nell’inventario di ciò che andrebbe rimosso che si misura la distanza fra la retorica del ripristino e la sua praticabilità.

Milletrecento ettari, e cosa ci sta dentro

Il Parco archeologico e paesaggistico istituito con la legge regionale 20/2000 si estende su circa 1.300 ettari e il suo confine coincide con la zona A del decreto Gui-Mancini del 16 maggio 1968, ampliata dal decreto Misasi-Lauricella del 7 ottobre 1971 e recepita dal decreto Nicolosi del giugno 1991. La stessa legge del 2000 stabilisce che quei confini non possono subire variazioni in diminuzione: è il muro giuridico contro cui si infrange, da venticinque anni, ogni ipotesi di riperimetrazione.

Dentro quei 1.300 ettari non ci sono solo i templi. Ci sono le contrade di Maddalusa, Cugno Vela, Donfante, Poggio Muscello, Cozzo Mosè, San Leonardo, la foce dell’Akragas. Secondo il censimento della Procura e il dossier Unesco alla Siciliana di Legambiente, vi insistono circa 650 manufatti abusivi. Nella sola Maddalusa vivono, secondo le cronache locali, intorno ai duemila abitanti. In quarant’anni le demolizioni effettivamente eseguite si contano sulle dita: un garage nel 2000, quattro scheletri abbattuti dal Genio militare nel 2001.

Se invece si assumesse l’intero perimetro Gui-Mancini — zone A, B, C, D ed E — la scala cambia ordine di grandezza: sono le circa quattromila abitazioni su cui si è pronunciata la Corte costituzionale nel 2022 in materia di indennità paesaggistica.

Le opere di urbanizzazione primaria

Qui la questione smette di riguardare i privati. Riportare allo stato ante l’intera superficie significherebbe smantellare, prima di tutto, le opere di urbanizzazione primaria: la rete idrica, quella fognaria, la rete elettrica, la pubblica illuminazione, la viabilità, i parcheggi.

Il paradosso è che queste reti esistono, e in gran parte sono state realizzate o aggiornate dopo il vincolo. A Maddalusa gli allacci elettrici e telefonici risalgono a decenni fa; la fibra ottica è stata posata di recente con fondi PNRR, e su quegli atti la Procura di Agrigento ha acquisito documentazione negli uffici comunali nel luglio scorso. Nello stesso quartiere in cui lo Stato ha portato la banda ultralarga, il gestore idrico ha interrotto l’erogazione perché gli immobili sono abusivi. Un’apocatastasi coerente dovrebbe rimuovere anche i cavi appena interrati.

Poi c’è la viabilità. La SP 04, strada panoramica dei Templi, attraversa il cuore del Parco. Via Caduti di Marzabotto serve l’accesso di Porta V. I parcheggi di Giunone, Sant’Anna, Cugno Vela, Casa Sanfilippo e dell’ex teatro Pantalena assorbono i flussi veicolari. A questi si aggiungono il sottopasso di Porta V, la passerella pedonale del 2015 e la rotatoria di Porta Aurea.

Le opere secondarie, e il Parco che demolisce se stesso

Sul versante delle opere secondarie il conto è ancora più scomodo, perché tocca strutture pubbliche e culturali. Il Museo archeologico regionale “Pietro Griffo”, aperto negli anni Sessanta nel comprensorio di San Nicola. Le biglietterie. La sede del Parco a Casa Sanfilippo. I beni FAI: il Giardino della Kolymbethra, il giardino di Villa Aurea, le Case Montana aperte al pubblico nel dicembre 2025. Le strutture ricettive e di ristorazione, alcune delle quali già colpite da ordini di demolizione.

E c’è la ferrovia. La linea Agrigento Bassa–Porto Empedocle, attivata nel 1876, attraversa il Parco per dieci chilometri con quattro gallerie e il viadotto Sant’Anna; la fermata Tempio di Vulcano si trova di fronte al tempio omonimo. Elettrificata nel 1985, riaperta al servizio turistico nel giugno 2014, è oggi l’unico accesso su ferro all’area archeologica.

Un ripristino integrale chiederebbe dunque al Parco di demolire l’infrastruttura che consente di visitarlo. Il Parco supera il milione di ingressi per il quarto anno consecutivo: nel solo primo semestre 2024 aveva registrato 489.122 visitatori e 3,8 milioni di incassi.

Le conseguenze, se qualcuno provasse davvero

La prima conseguenza è demografica. Centinaia di nuclei familiari andrebbero ricollocati. Legambiente indica una strada — alloggi popolari o acquisto di appartamenti vuoti, in una città con un patrimonio abitativo sottoutilizzato intorno al 24 per cento — ma nessuno ha mai quantificato costo e tempi di quell’operazione.

La seconda è finanziaria: demolizioni, indennizzi, contenziosi, ricollocazione. Un ente che in quarant’anni ha abbattuto una decina di immobili dovrebbe gestirne centinaia, oltre alla rimozione di reti e strade.

La terza è economica: il sistema turistico provinciale — 1.726.583 presenze nel 2025 — poggia quasi interamente su quel milione di ingressi. Chiudere gli accessi per ripristinare i luoghi significherebbe sospendere la principale fonte di reddito del territorio.

La quarta è politica, ed è la più interessante. Proprio perché una apocatastasi integrale è irrealizzabile, la formula funziona benissimo come dichiarazione di principio e malissimo come indirizzo amministrativo. Consente a chi la pronuncia di non scegliere, esattamente come la riperimetrazione consente a chi la invoca di non spiegare quali edifici verrebbero salvati e con quale norma.

Le opzioni realmente sul tavolo restano due: eseguire le demolizioni in zona A accompagnandole con un piano abitativo, oppure modificare il perimetro — operazione che la legge regionale 20/2000 oggi vieta. Nessuna delle due è lo status quo ante. Il cosmo degli Stoici si ricomponeva perché nessuno doveva pagarne il conto.

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Fonte: Report Sicilia

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