Agrigento – Il black out, poi la mattanza: il 21 settembre saranno 40 anni dalla prima strage di mafia, vietato dimenticare. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Attualità.
Cosa sta succedendo

Il prossimo 21 settembre non sarà “solo” il 36mo anniversario della barbara uccisione del giudice Rosario Livatino. Quel giorno, come ogni anno, le istituzioni dello Stato commemoreranno quel martire della giustizia, assunto tra l’altro agli onori degli altari della chiesa cattolica. C’è però un altro 21 settembre che rimane scolpito nella memoria di tanti, soprattutto a Porto Empedocle. In quel caso, il 21 settembre 1986 a essere colpiti non furono obiettivi istituzionali. Non per questo la memoria deve essere cancellata, dovendo anzi essere rinvigorita per evitare di tornare a quei tempi bui. Erano gli anni della guerra tra Stidda e Cosa Nostra, la guerra che sfociò nella cosiddetta Prima strage di Porto Empedocle. Il 21 settembre 1986 la via Roma, via principale di Porto Empedocle e luogo d’incontro per gli empedoclini, era affollata. Era la domenica sera che precedeva la riapertura delle scuole e la fine delle ferie, e dunque la partenza di numerose famiglie empedocline alla volta della Germania e del nord Italia.
Di fronte a quello che era il bar Albanese, conosciuto da tutti in paese, sedevano numerose persone, tra cui alcuni membri e amici delle famiglie Grassonelli e Traina. All’improvviso, intorno alle 20:30, un black out colpì la città. Roba da film. Un commando di sicari di Cosa Nostra di Palma di Montechiaro e Santa Elisabetta, a bordo di due cabriolet, armati di fucili a pompa e mitragliette, presero a sparare sulla folla per ammazzare i Grassonelli. Sotto le pallottole vengono massacrati Giuseppe Grassonelli, “patriarca” della Stidda, il figlio Gigi, i 2 guardaspalle Salvatore Tuttolomondo e Giovanni Mallia e 2 innocenti, Antonio Morreale (67 anni) e Filippo Gebbia (30 anni); i figli di Giuseppe, Bruno e Salvatore, riuscirono a fuggire; il nipote Giuseppe “Pippo” Grassonelli, destinato poi a prendere il comando della stidda empedoclina e responsabile della seconda strage di Porto Empedocle e d’altri omicidi, venne ferito al piede, ma riuscì a nascondersi sotto un’auto. In carcere dal 1992 scontò 15 anni sotto il 41 bis e 4 di isolamento. Non si pentì mai ufficialmente, decidendo quindi di non voler collaborare con la giustizia, ma ha più volte affermato di essere diventato, grazie alla detenzione, “un uomo nuovo”: entrò infatti in carcere semianalfabeta e si è laureato in lettere moderne con 110 e lode, diventando anche scrittore.
Tra i testimoni di quella mattanza ci fu lo scrittore Andrea Camilleri, in quei giorni nella sua città natale per firmare un atto notarile, testimone diretto della strage. Nel libro “La linea della palma”, in cui Saverio Lodato fa raccontare allo stesso Camilleri, quest’ultimo, riferendosi alla strage, dichiarò: “Era settembre, faceva caldo, poi aveva piovuto e l’aria si era rinfrescata. La sera pareva una festa, la gente era tutta fuori, c’era un popolo in strada. Mi volto, entro nel bar, prendo il bicchiere, e, come in un film, vedo saltare tutte le bottiglie davanti a me. Non mi rendo conto di che cazzo sta succedendo. Capisco che stanno sparando, bevo il whisky in un unico sorso, e mi affaccio mentre stanno ancora sparando. [..] Vedo una trentina di persone che mi sembrano morte, perché erano svenute, stese a terra, ferite”. Quarant’anni fa Camilleri non era il Camilleri famoso in tutto il mondo, ma la sua testimonianza postuma contribuì a rendere quella vicenda ancor più “storica”.
Molti anni dopo il collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati al processo contro Gerlandino Messina dichiarò che a causare il black out in via Roma fu proprio quest’ultimo, allora quattordicenne ma già inserito nell’organizzazione di Cosa nostra e pronto a vendicare la morte del padre avvenuta nell’estate del 1986, sempre nell’ambito della guerra di mafia empedoclina.
A distanza di 40 anni non sono previsti momenti di riflessione su quanto accaduto quella calda sera di 40 anni fa esatti. Come se si volesse rimuovere quello che avvenne. A Porto Empedocle ci sono centinaia di persone che ricordano ancora con terrore cosa avvenne in quei minuti terribili, bambini del tempo oggi uomini o donne adulte che scamparono alla morte per una serie di fortunate coincidenza, evitando di finire in mezzo a quel massacro. Su quel muro che fu del bar Albanese crivellato di colpi non figura alcuna lapide, alcuni segnale che obblighi a imperitura memoria tutti, a non ripetere quello che avvenne. Dopo 40 anni la mafia, per fortuna, non innesca black out per compiere massacri di piazza, preferendo dedicarsi al controllo del traffico di droga e alle estorsioni per mantenere le famiglie dei propri detenuti. Nessuno osi però rimuovere dalla memoria quello che avvenne quella sera, tra gente normale, ritrovatasi in zona di guerra, in tempo di pace.
Leggi anche: Altre notizie su Attualità
Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

