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Agrigento, la giunta comunale chiede collaborazione ma teme chi la offre

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Il Comune di Agrigento invoca la collaborazione dei cittadini ma tratta segnalazioni e domande dei giornalisti come attacchi.

L’amministrazione Sodano invoca la collaborazione dei cittadini, ma quando la collaborazione prende la forma di segnalazioni, domande e critiche la tratta come un attacco. Da Ibsen a Hirschman, lettura filosofica e sociologica di una partecipazione a senso unico.

Nel 1882 Henrik Ibsen pubblicò un dramma ambientato in una piccola città norvegese che viveva delle sue terme. Il medico del paese, il dottor Stockmann, fa analizzare le acque e scopre che sono inquinate: chi arriva per curarsi rischia di ammalarsi. Convinto di rendere un servizio alla comunità, consegna le analisi al fratello, che di quella città è il sindaco, e al giornale locale, che gli promette la prima pagina. Si aspetta gratitudine. Riceve l’opposto. Il sindaco lo accusa di infangare il buon nome della città, il giornale si ritira in buon ordine, il tipografo raccomanda a ogni battuta la moderazione e un’assemblea cittadina, compatta come sanno esserlo soltanto le maggioranze, lo proclama solennemente «nemico del popolo». Quando cala il sipario nessuno ha bonificato una goccia d’acqua. In compenso è stato messo a tacere chi l’aveva analizzata.

In una città dove la prima emergenza si chiama proprio acqua, la parabola di Un nemico del popolo non ha bisogno di adattamenti.

La parola d’ordine e il suo rovescio

Dall’insediamento a Palazzo dei Giganti, l’11 giugno scorso, l’amministrazione guidata da Michele Sodano ha scelto una parola d’ordine: collaborazione. Il sindaco ha chiesto agli agrigentini pazienza e partecipazione, li ha invitati a vigilare su ciò che accade nelle loro zone, ha annunciato Giunte nei quartieri e incontri con i comitati per raccogliere segnalazioni. «Sapete che questa città la renderemo migliore insieme?», domandava ai primi di agosto durante un sopralluogo tra Villaseta e Monserrato. Nulla da eccepire: è il lessico di ogni buona amministrazione.

Poi la collaborazione è arrivata davvero. Solo che non aveva la forma prevista. È arrivata sotto il post con cui il sindaco annunciava la disinfestazione, diventato in poche ore una bacheca di segnalazioni su rifiuti, erbacce e spazi degradati, con tanto di fotografie. È arrivata nelle domande dei giornalisti e negli articoli che chiedevano conto di nomine, atti e bilanci. E la risposta non è stata quella del partner riconoscente, ma quella del padrone di casa offeso.

Il catalogo è ormai documentato. Per difendere il proprio vicesindaco da un’inchiesta giornalistica, il sindaco ha diffuso una dichiarazione ufficiale in cui chi aveva sollevato il caso veniva accusato di aver fatto, attraverso «una surreale testata giornalistica», della diffusione di «ricostruzioni false e distorte» il proprio metodo. Pochi giorni dopo quel vicesindaco si è dimesso. Un sindaco può contestare un articolo, pretendere una rettifica, produrre documenti contrari; liquidare un giornale con una nota diffusa nella veste di primo cittadino è un’altra faccenda.

Alla conferenza stampa dei primi cento giorni, nel foyer del Teatro Pirandello, una parte della platea ha accompagnato con applausi le risposte del sindaco, tanto che a interromperli hanno dovuto provvedere gli stessi giornalisti, ricordando che una conferenza stampa non è un comizio. Il sindaco, raccontano le cronache, ha incassato gli applausi e in alcuni passaggi ha perfino alzato il tono: a fermarli non è stato lui. E sui social, sotto ogni articolo sgradito, si ripete la processione dei difensori d’ufficio: pochi entrano nel merito di date, requisiti e cifre, molti si limitano a ricordare a chi scrive che ha perso le elezioni.

Serve onestà, perché la polemica senza onestà è soltanto rumore. Sodano ha ereditato una macchina comunale con due dirigenti per sette settori e 136 milioni di euro di tributi accertati e non ancora incassati; cento giorni non bastano a rovesciare decenni di incuria; e non tutta la critica social è in buona fede, perché c’è anche chi usa le segnalazioni come una clava di parte. Ma proprio per questo la questione non riguarda i risultati, che si giudicheranno a tempo debito. Riguarda il metodo. E il metodo, finora, suggerisce che la partecipazione sia gradita finché applaude.

Hirschman: la voce, la lealtà e l’uscita che nessuno vede

Nel 1970 l’economista Albert O. Hirschman pubblicò un libro destinato a diventare un classico, tradotto in Italia come Lealtà, defezione, protesta. Davanti al declino di un’organizzazione, che sia un’impresa, un partito o uno Stato, le persone possono reagire in due modi: andarsene oppure protestare. La protesta, che Hirschman chiama voice, è un bene prezioso: un segnale d’allarme gratuito che permette di correggere gli errori prima che diventino irreparabili. Il cittadino che fotografa la discarica sotto casa fa esattamente questo: fornisce al Comune un’informazione che il Comune, con due dirigenti per sette settori, difficilmente avrebbe da solo.

La terza categoria, la lealtà, è quella che ad Agrigento si fraintende di più. In Hirschman il leale non è chi applaude: è chi resta e alza la voce proprio perché tiene all’organizzazione. Lealtà e protesta sono alleate, non nemiche. Il sostenitore che si precipita a zittire chi segnala una buca non esercita lealtà verso il sindaco; esercita la funzione della claque, che ne è il contrario, perché priva chi governa delle informazioni di cui ha bisogno.

E quando la voce viene punita, resta l’uscita. Qui l’uscita ha già un volto preciso. Al ballottaggio di giugno ha votato il 41 per cento degli aventi diritto: i 14.908 voti che hanno eletto Sodano, il 72 per cento dei voti validi, corrispondono a circa il 29 per cento del corpo elettorale. Il sindaco governa anche per il 59 per cento rimasto a casa, e per i giovani che ogni anno scelgono l’uscita più radicale, quella con la valigia. A chi ricorda ai critici di aver perso le elezioni bisognerebbe rispondere che in questa città, da molto tempo, a perdere è soprattutto la partecipazione.

Arnstein: dare una mano sì, alzarla no

Nel 1969 la studiosa americana Sherry Arnstein disegnò una «scala della partecipazione» con otto pioli. In basso la manipolazione e la cosiddetta terapia; al centro l’informazione, la consultazione e la placazione, che lei raccolse sotto un nome poco lusinghiero, tokenismo, cioè partecipazione di facciata; in alto la partnership e il potere effettivo dei cittadini. Il criterio per capire su quale piolo ci si trovi è semplice: che cosa accade quando i cittadini dicono ciò che non si voleva sentire?

Le Giunte nei quartieri sono un’idea apprezzabile, e sarà giusto riconoscerlo quando produrranno decisioni. Ma una partecipazione in cui al cittadino si chiede di dare una mano (differenziare bene, vigilare, pazientare) e non di alzarla per fare domande resta inchiodata ai pioli bassi. Michel Foucault avrebbe parlato di un dispositivo di governo: il cittadino è incluso finché collabora nei modi stabiliti dall’alto, e diventa un problema da gestire nel momento in cui disturba.

Habermas e Arendt: dalla piazza alla curva

Jürgen Habermas ha descritto la sfera pubblica come lo spazio in cui dovrebbe valere la forza dell’argomento migliore, non il rango o l’appartenenza di chi parla. Hannah Arendt aggiungeva che la politica esiste perché siamo molti e diversi: uno spazio pubblico in cui si ascolta soltanto l’assenso non è più una piazza, è uno specchio.

Sui social agrigentini accade l’opposto. Una segnalazione non si valuta per ciò che dice ma per chi la dice: se l’autore è ritenuto vicino all’opposizione, il merito evapora. Un episodio della conferenza dei cento giorni riassume tutto. Quando un collega ha osservato che una conferenza stampa non può trasformarsi in una curva da stadio, dal pubblico, secondo quanto riferito, gli è stato replicato che erano le sue a essere «domande da stadio». Ridotta a tifoseria, la sfera pubblica ha rovesciato perfino le metafore.

C’è un costo, e non lo paga la giunta. La politologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann lo chiamava «spirale del silenzio»: chi percepisce che la propria opinione lo espone all’ostilità del gruppo prevalente smette di esprimerla, e il suo silenzio fa sembrare quell’opinione ancora più isolata. Il pensionato che al terzo insulto non fotografa più la perdita d’acqua sotto casa non è stato convinto. È stato zittito. E la perdita, intanto, continua a perdere.

Goffman e Bourdieu: la faccia e il prestigio

Il sociologo Erving Goffman ha mostrato come la vita sociale sia anche una rappresentazione teatrale, con una ribalta, un retroscena e un’équipe che aiuta l’attore principale a salvare la faccia. La conferenza stampa con applausi è la messa in scena perfetta: la ribalta, il protagonista, l’équipe in platea. Pierre Bourdieu direbbe che in gioco c’è il capitale simbolico, cioè prestigio, credibilità, autorità riconosciuta; e ogni critica viene vissuta come un furto di quel capitale.

Ma il prestigio di un sindaco non è proprietà privata. È un prestito della città, e si restituisce con risposte, non con repliche. Un’amministrazione che si sente derubata ogni volta che qualcuno pubblica la foto di un cassonetto traboccante ha scambiato la propria reputazione per il bene comune.

Mouffe e Tajfel: dall’avversario al nemico

La filosofa Chantal Mouffe distingue tra antagonismo, in cui l’altro è un nemico da eliminare, e agonismo, in cui l’altro è un avversario legittimo con il quale si compete dentro regole condivise. La democrazia, sostiene, vive del secondo e si ammala del primo. Gli psicologi sociali Henri Tajfel e John Turner hanno spiegato perché il passaggio dall’uno all’altro sia così facile: basta dividere il mondo in un «noi» e in un «loro» perché il gruppo di appartenenza diventi parte della nostra identità, e ogni critica al capo venga percepita come un’offesa personale.

È questo il meccanismo che trasforma il cittadino che segnala in «uno di loro». Ed è singolare che a cadere nella trappola sia un sindaco formatosi nel Movimento 5 Stelle ed eletto con ControCorrente, cioè in culture politiche che della denuncia dal basso, della rete e del controllo civico avevano fatto una bandiera. Tanto più singolare se si considera che, sul caso del vicesindaco, a chiedere un passo indietro è stato il leader del movimento del sindaco, mentre la nota ufficiale di Palazzo dei Giganti se l’è presa con il giornale.

Tre richieste e un epilogo

Le richieste sono semplici. Che il sindaco prenda pubblicamente le distanze dagli attacchi personali contro chi segnala o scrive, anche e soprattutto quando partono dai suoi sostenitori: un leader ha anche il dovere di disarmare la propria tifoseria. Che le segnalazioni dei cittadini abbiano un canale pubblico e tracciabile, con tempi di risposta verificabili, perché la voce diventi dato e non rumore. Che le conferenze stampa tornino a essere ciò che sono: giornalisti che domandano, amministratori che rispondono, nessuna platea chiamata a fare da coro.

Tucidide mette in bocca a Pericle un’idea che gli ateniesi consideravano fondativa: chi si tiene lontano dagli affari pubblici non è un cittadino tranquillo, ma un cittadino inutile. I Greci, e Akragas era greca, avevano una parola per chi si rinchiude nel proprio privato: idiotes. Un’amministrazione che insegna ai cittadini che parlare ha un prezzo sta fabbricando idiotai, nel senso greco del termine: cittadini ridotti a privati.

Nella città del dottor Stockmann, conviene ricordarlo, l’acqua era ancora avvelenata quando calò il sipario. Il problema non era il medico. Era l’acqua.

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Fonte: Report Sicilia

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