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Agrigento: la nuova legge sulla falsa rappresentazione divide la città

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La Legge della Falsa Rappresentazione: Agrigento, la città che schifa la pala e s’inchina a chi la tradisce

Mentre i salotti della politica agrigentina sorseggiano caffè discutendo di massimi sistemi, fondi strutturali e visioni futuristiche che restano regolarmente sulla carta, c’è chi ha commesso un “crimine” imperdonabile: si è sporcato le mani. Parliamo di Giuseppe Di Rosa, “colpevole” di aver preso pala e bitume per tappare personalmente le voragini stradali che da mesi, se non anni, umiliano la nostra città.

È bastato un video per scatenare il festival dell’ipocrisia. C’è chi grida alla “campagna elettorale” e chi storce il naso per un gesto definito “patetico”. Ma dove erano questi raffinati censori mentre le sospensioni dei cittadini saltavano e i turisti inciampavano tra le buche? Erano probabilmente impegnati a scrivere comunicati stampa carichi di “auspici” e “programmazioni”, le uniche cose che sanno tappare meglio dei buchi nell’asfalto.

Certo, in un mondo ideale il candidato sindaco non dovrebbe manovrare una pala. Ma Agrigento non è un mondo ideale: è una città ferma. Di fronte all’immobilismo, il pragmatismo di Di Rosa è diventato uno schiaffo necessario a una classe dirigente che ha confuso l’amministrazione con l’attesa di un miracolo. I critici dicono che lo fa “solo per farsi vedere”. E sia. Preferiamo mille volte un politico che “si fa vedere” mentre risolve un problema concreto, piuttosto che quelli che “si fanno vedere” solo durante i tagli dei nastri per opere progettate dieci anni fa.

La verità è che questo bitume scotta perché mette a nudo la nullità degli altri. Di Rosa non ha aspettato un bando, non ha cercato scuse burocratiche: ha risposto alle polemiche vuote con i fatti. Se la “buona politica” è quella che lascia cadere a pezzi la città per rispetto della forma, allora ben venga la “politica della pala”.

Agrigento non ha bisogno di filosofi ma di gente che, stanca di aspettare, decide di rimediare ai danni altrui. Anche a costo di sporcarsi le scarpe e ricevere gli insulti di chi, dal divano, non ha mai alzato nemmeno un dito.

LA LEGGE DELLA FALSA RAPPRESENTAZIONE

Esiste una trappola psicologica in cui Agrigento cade ciclicamente, una sorta di “Legge della Falsa Rappresentazione” che condanna la città all’immobilismo.
Gli agrigentini, pur vivendo una realtà lontana dall’opulenza e dai privilegi accademici, finiscono paradossalmente per eleggere chi incarna un’idea astratta e quasi teatrale di “cultura” e “bel parlare”.
Cercano il candidato che sfoggia l’abito buono e il lessico forbito, convinti che quella facciata sia garanzia di competenza, per poi scoprire puntualmente che quell’eletto diventa il loro peggior nemico, una volta barricatosi dietro la scrivania.

Non hanno ancora capito che le “finte classi” sociali sono un’illusione ottica: il bisogno non ha etichette. Se un lampione illumina una strada, la sua luce non fa distinzioni tra chi possiede tutto e chi non ha niente; la sicurezza di un marciapiede senza buche serve al professionista come all’operaio.

Finché si continuerà a votare per il “personaggio” che parla bene anziché per l’uomo che agisce bene, la città resterà al buio, vittima di un’estetica politica che non ha mai riempito un piatto, né tantomeno tappato una buca.

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Fonte: Report Sicilia

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