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Agrigento: opportunità sprecate in una città ricca di risorse

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Agrigento è stata Capitale italiana della Cultura 2025. È anche l’ultima provincia d’Italia per PIL pro capite. Quasi un giovane su tre non studia e non lavora. Nel 2024 l’acqua è arrivata nelle case per poche ore ogni dieci giorni.

Agrigento ha un problema che non è di immagine. È di struttura. E la politica locale lo tratta da decenni come se fosse la stessa cosa.

Questa città possiede uno dei patrimoni archeologici più straordinari al mondo. Ha i templi greci meglio conservati del Mediterraneo, un sito UNESCO che nel 2023 ha superato per la prima volta il milione di ingressi. Ha una posizione geografica che la colloca al centro di rotte commerciali e culturali antiche quanto la civiltà occidentale. Eppure la provincia di Agrigento è ultima in Italia per PIL pro capite: 19.000 euro nel 2023, secondo i dati ISTAT sui Conti economici territoriali. La media nazionale supera i 33.000. Milano è a 71.300. Questo non è uno sfondo: è il fatto politico più importante di questa campagna.

Il problema non è che Agrigento non abbia risorse simboliche. Ne ha più di quasi qualsiasi altra città italiana. Il problema è che da decenni la sua classe dirigente ha imparato a vivere di quei simboli invece di trasformarli in struttura economica. L’anno della Capitale della Cultura è stato, in questo senso, la versione più costosa e più documentata di uno schema già visto molte volte.

I numeri che la campagna non affronta

Dal 2015 al 2024 Agrigento ha perso oltre 4.500 residenti, passando da quasi 60.000 a 55.252 abitanti. Il saldo naturale è negativo da oltre un decennio: nel 2024, 366 nati contro 626 morti. L’indice di vecchiaia ha superato quota 205: oltre duecento anziani ogni cento giovani. La città invecchia e si svuota nella parte che dovrebbe costruire il futuro.

Quasi un giovane agrigentino su tre non studia e non lavora. Il tasso NEET tra i 15 e i 29 anni ha raggiunto il 31,7 per cento: sesto valore più alto tra i capoluoghi italiani, più del doppio della media nazionale del 15,2 per cento. Nei comuni della provincia la situazione è ancora più grave: a Palma di Montechiaro si arriva al 38,7 per cento, a Canicattì al 37,6, a Porto Empedocle al 36,3. Agrigento è 95ª su 107 province italiane per qualità della vita nella classifica 2024 del Sole 24 Ore.

Questi numeri convivono, nei programmi elettorali, con promesse di valorizzare l’eredità del 2025, potenziare il turismo esperienziale, costruire sull’identità culturale. Sono promesse che parlano di una città immaginata. Non di quella che esiste.

La Capitale della Cultura: cosa è rimasto

Il 18 gennaio 2025, con la cerimonia al Teatro Pirandello e la presenza del Presidente della Repubblica, Agrigento ha inaugurato il suo anno da Capitale italiana della Cultura. Sei milioni di euro di fondi pubblici diretti. Quarantaquattro progetti. Un anno di eventi, mostre, concerti, narrazione nazionale sulla città dei templi che si riscopre.

La Sezione regionale di controllo della Corte dei Conti per la Sicilia, con la delibera del 7 ottobre 2025, ha confermato integralmente undici rilievi critici sulla gestione: ritardi sistematici, rendicontazione tardiva e incompleta, confusione tra Comune e Fondazione, costi fuori controllo, assunzioni a tempo indeterminato in violazione della natura temporanea del progetto. A sessanta giorni dalla chiusura dell’anno, solo quattro dei quarantaquattro progetti erano stati completati. Il direttore generale della Fondazione si è dimesso.

Sul piano turistico, l’esito è stato impietoso. Le presenze nella città di Agrigento nel 2025 sono rimaste piatte rispetto al 2024. Nell’intera provincia le presenze sono calate dell’uno per cento rispetto all’anno precedente. In agosto, nel mese di punta, le strutture ricettive della città hanno registrato un calo di circa un terzo rispetto al 2024. Chi viene ad Agrigento si ferma in media 1,71 notti. Arriva, vede il tempio, riparte. Non perché i templi non meritino: perché non c’è nient’altro che lo trattenga.

Nel frattempo, mentre si organizzavano eventi e si inauguravano mostre, i cittadini di Agrigento vivevano con l’acqua razionata. Il Report ISTAT sulle statistiche idriche del marzo 2025 certifica che nel 2024 ad Agrigento il servizio idrico è stato sospeso per 208 giorni e ridotto per altri 157: il dato più critico tra tutti i capoluoghi italiani. La rete perde oltre la metà dell’acqua immessa. Quarantanove milioni di euro di fondi europei disponibili per il rifacimento della rete sono stati persi nel tempo. Una città che non garantisce l’acqua ai propri residenti non è una città che attrae talenti, famiglie, investitori. Questo non era nel programma degli eventi.

Tre domande che nessuno fa

La prima. I turisti ci sono: perché non restano? La Valle dei Templi nel 2023 ha superato per la prima volta il milione di visitatori. La permanenza media in città è di 1,71 notti. Il gap tra flusso turistico e ricaduta economica locale è la fotografia di un’economia che non è mai stata costruita intorno al suo patrimonio. Non è un problema di promozione: è un problema di ecosistema. Quali filiere produttive — ricerca applicata alla conservazione, artigianato di qualità, turismo ad alto valore aggiunto — si vogliono costruire intorno a questo patrimonio nei prossimi cinque anni? Con quali strumenti, con quale raccordo con il polo universitario, con quale struttura di incentivo per il capitale privato? Nessun programma risponde a queste domande con la specificità che richiedono.

La seconda. Dove vanno i fondi pubblici? Il Comune di Agrigento non è formalmente in dissesto — è importante dirlo con precisione per non alimentare narrazioni inesatte. Ma gestisce un disavanzo strutturale da riaccertamento dei residui che supera i ventiquattro milioni di euro, con una quota obbligatoria di ripiano di oltre due milioni all’anno per circa trent’anni. Nell’arco di tre anni il Consiglio comunale è stato commissariato tre volte dalla Regione Siciliana per mancata approvazione di rendiconti e bilanci di previsione. La Corte dei Conti ha rilevato che nel settanta per cento dei progetti PNRR assegnati al Comune — oltre quaranta milioni di euro — non esisteva chiarezza sul cronoprogramma. A febbraio 2026 quasi cinque milioni di euro di fondi PNRR sono stati revocati. Una classe dirigente che non riesce ad approvare i bilanci nei tempi ordinari e che non sa rendicontare i fondi europei non è una classe dirigente che ha un problema di risorse: ha un problema di capacità amministrativa. È questa la discontinuità che serve, prima di qualsiasi altra.

La terza. Perché i giovani partono? I dati SVIMEZ del febbraio 2026 documentano che il Mezzogiorno perde decine di migliaia di laureati ogni anno, a un costo stimato in miliardi di euro di investimento formativo disperso. Agrigento non è un’eccezione: è uno dei casi più acuti. Con un PIL pro capite ultimo in Italia e un tasso NEET tra i più alti tra i capoluoghi, i giovani agrigentini che partono non lo fanno per mancanza di attaccamento alla propria città. Lo fanno perché le condizioni economiche e amministrative per costruirsi una vita qui non esistono. Nessun candidato ha presentato una risposta strutturale a questa domanda: non un piano per il mercato del lavoro privato, non un progetto per agganciare il polo universitario a filiere produttive reali, non una proposta credibile per la ZES Unica Mezzogiorno.

Quello che serve, detto senza retorica

ORA! Agrigento non presenta candidati in questa tornata. Ma riteniamo che il contributo di un partito alla politica locale non si misuri solo in voti: si misura anche nella qualità delle domande che pone pubblicamente.

La priorità numero uno non è culturale. È l’acqua. Una rete che disperde oltre la metà di ciò che immette, in una città con 208 giorni di sospensione idrica nel 2024, è un’emergenza che precede qualsiasi ragionamento sullo sviluppo. Il prossimo sindaco dovrà presentare prima possibile  al consiglio comunale un piano vincolante sulla rete idrica: obiettivi, scadenze, coperture, benchmark pubblici.

La seconda priorità è smettere di gestire il patrimonio come un palcoscenico e cominciare a gestirlo come un asset economico. Un milione di visitatori che si fermano 1,71 notti è un’opportunità sprecata, non un successo. Intorno alla Valle dei Templi e all’identità mediterranea di Agrigento potrebbero nascere filiere reali — ricerca applicata al patrimonio, formazione specializzata, turismo lento ad alto valore aggiunto — ma solo se qualcuno costruisce le condizioni amministrative e fiscali per farle nascere. Questo richiede un’amministrazione che funziona: sportelli che rispondono, permessi che arrivano, atti che vengono prodotti senza commissari regionali.

La terza priorità è il merito come principio operativo. Bandi assegnati per competenza verificabile. Nomine nelle partecipate con criteri pubblici dichiarati ex ante. Una macchina comunale che misura i propri risultati in output reali — metri di rete idrica riparata, progetti PNRR completati nei tempi, imprese nuove insediate — e non in eventi inaugurati.

Agrigento ha tutto il capitale simbolico di cui una città ha bisogno. Quello che manca è la governance per trasformarlo in qualcosa di concreto.

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Fonte: Sicilia24h

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