Agrigento – Protesi peniene, l’ASP prova a salvare la faccia: Delle Donne trasforma il caso del “fallo” in un imperativo. «FALLO!». Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Cronaca.
Cosa sta succedendo
Il commissario straordinario ringrazia magistrati e carabinieri, annuncia battaglia per il danno erariale e d’immagine e difende i 5.000 dipendenti dell’Azienda sanitaria: «L’ASP non è quel simbolo fallico». Poi la chiusura a effetto: se un problema ha una soluzione, bisogna agire. E l’imperativo diventa inevitabilmente un gioco di parole.
Quando la cronaca giudiziaria mette la sanità al centro di una vicenda che ha come protagoniste oltre cento protesi peniene, anche una nota ufficiale rischia di diventare un esercizio di equilibrismo linguistico. E Alessandro Delle Donne, commissario straordinario dell’ASP di Agrigento, decide di affrontare la questione senza rinunciare a una buona dose di ironia involontaria. O forse, nelle sue intenzioni, tutt’altro che involontaria.
L’inchiesta della Procura di Agrigento riguarda oltre cento interventi effettuati all’ospedale San Giovanni di Dio, il cui costo sarebbe stato addebitato al Servizio sanitario nazionale senza che, secondo l’ipotesi investigativa, ricorressero i requisiti previsti dai Livelli essenziali di assistenza. Una vicenda delicata, sulla quale saranno i giudici a stabilire eventuali responsabilità.
Delle Donne sceglie di partire dalla collaborazione dell’Azienda con gli investigatori. Secondo quanto riferito dal commissario, sarebbe stata proprio l’ASP a rilevare alcune anomalie, a partire dall’aumento degli interventi e dall’arrivo di pazienti provenienti da altre regioni, attratti anche da promozioni sui social. Da qui sarebbero scattate le verifiche interne, una segnalazione all’assessorato regionale alla Salute e ulteriori iniziative, compreso il licenziamento di uno degli indagati.
Il commissario ringrazia quindi la Procura della Repubblica e i carabinieri del NAS di Palermo per il lavoro svolto, sottolineando l’importanza di fare chiarezza e ristabilire la legalità.
Ma il capitolo più interessante arriva quando si passa dal fronte giudiziario a quello dell’immagine. Perché, se le contestazioni riguardano presunti addebiti impropri al sistema sanitario pubblico, il danno rischia di non essere soltanto economico. C’è anche quello reputazionale, con un’intera Azienda sanitaria finita sotto i riflettori per una vicenda che ha inevitabilmente scatenato battute e ironie.
Delle Donne annuncia che l’ASP intende tutelarsi nelle sedi competenti, integrando gli atti destinati alla Procura regionale della Corte dei Conti e preparandosi a costituirsi parte civile nel procedimento penale, quando ne ricorreranno i presupposti. L’obiettivo è chiedere il riconoscimento degli eventuali danni alle casse pubbliche e all’immagine dell’Ente, una volta accertate le responsabilità.
Il commissario rivendica anche la necessità di distinguere i comportamenti contestati a pochi dalla quotidianità dei circa 5.000 dipendenti che lavorano nei reparti e nei servizi dell’ASP. E non nasconde le criticità: liste d’attesa, mobilità sanitaria passiva, pronto soccorso sotto pressione e un’organizzazione assistenziale che, ammette, deve migliorare.
Tra gli obiettivi indicati figurano il completamento dei concorsi, il rafforzamento degli organici, la piena attivazione delle Case e degli Ospedali di Comunità finanziati dal PNRR e la creazione di una rete oncologica aziendale con i Centri di orientamento e presa in carico dei pazienti.
Insomma, mentre la cronaca si concentra sulle protesi, l’ASP prova a riportare il discorso sui problemi strutturali della sanità agrigentina. Un tentativo comprensibile, ma accompagnato da una scelta comunicativa che difficilmente passerà inosservata.
«L’ASP di Agrigento non è quel simbolo fallico», sostiene Delle Donne, precisando che si tratterebbe dell’esempio negativo di pochi e non dell’immagine di un’intera comunità sanitaria. Il ragionamento è chiaro: non si può identificare un’Azienda con una vicenda che, per quanto grave e imbarazzante, riguarda presunte condotte individuali.
Poi arriva la conclusione destinata a far discutere. Il commissario spiega di aver trasformato il termine “fallo” in un comando rivolto prima di tutto a se stesso e poi ai collaboratori: se un problema ha una soluzione, bisogna trovare il modo di risolverlo. E l’ordine finale è uno solo: «FALLO!».
Una trovata che, nel tentativo di ribaltare il significato negativo della vicenda, finisce per consegnare alla cronaca una frase a doppio senso difficile da ignorare.
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Fonte: Sicilia24h
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