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Agrigento – Quando la politica smette di confrontarsi e comincia a cercare il nemico

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⏱️Tempo di lettura: 9 min

Editoriale di Giuseppe Di Rosa

Scrivo questo editoriale rivolgendomi a tutti.

A chi mi conosce e a chi non mi conosce. A chi mi ha sostenuto e a chi non lo ha mai fatto. A chi condivide le mie battaglie e a chi le considera sbagliate. A chi mi ha votato e a chi ha scelto altri.

Ma soprattutto mi rivolgo a chi, in queste settimane, ha deciso che il modo migliore per confrontarsi con Giuseppe Di Rosa sia quello di attaccarlo sui social.

Non mi preoccupano le critiche. Quelle fanno parte della politica e della vita pubblica.

Mi preoccupa un’altra cosa: la progressiva sostituzione del confronto con la delegittimazione personale.

Perché quando non si risponde più a ciò che una persona dice, ma si tenta semplicemente di trasformare quella persona nel nemico da colpire, il problema non riguarda più Giuseppe Di Rosa.

Riguarda tutti.

Criticatemi, ma fatelo nel merito

Non ho mai sostenuto di avere ragione su tutto.

Posso sbagliare una valutazione politica. Posso avanzare una proposta che qualcuno considera irrealizzabile. Posso interpretare un fatto diversamente da altri.

E allora contestatemi.

Prendete una mia proposta e smontatela.

Prendete un documento che pubblico e dimostrate che lo sto interpretando male.

Prendete una delle domande che pongo all’amministrazione comunale e spiegate perché sarebbe infondata.

Ditemi: «Di Rosa, qui hai torto».

Ma poi spiegatemi perché.

Questo è confronto politico.

Quello che vedo troppo spesso sui social è invece qualcosa di profondamente diverso: alla domanda si risponde con l’insulto, al documento con l’attacco personale, alla critica con l’etichetta.

Quando mancano gli argomenti, si cerca di screditare chi pone la domanda.

Ed è proprio questo metodo che considero pericoloso.

Quella famosa mezza giornata

Da settimane qualcuno continua a riproporre la storia del mio presunto “accordo politico”.

Allora chiariamola ancora una volta.

Quell’accordo io non lo cercai. Lo accettai.

E durò appena mezza giornata.

Accettai una proposta che mi avrebbe portato a dialogare persino con persone e ambienti politici contro i quali avevo combattuto per quindici anni.

Non lo nascondo oggi perché non lo nascosi allora.

Lo feci perché credetti alle parole di un amico e perché ritenevo che quella soluzione potesse impedire la vittoria di chi, nella mia valutazione politica, consideravo peggiore degli altri.

Ero perfettamente consapevole del significato di quella scelta.

Proprio perché per quindici anni avevo combattuto politicamente dall’altra parte, accettare quella proposta rappresentava per me una decisione enorme.

Ma avevo davanti un obiettivo che ritenevo ancora più importante: evitare che vincessero loro.

Quando compresi cosa stava realmente accadendo e quale direzione stava prendendo quell’operazione politica, ritirai immediatamente il mio appoggio.

Non dopo cinque anni.

Non dopo un anno.

Non dopo un mese.

Nemmeno dopo una settimana.

Dopo poche ore.

Questa è la storia.

Quindici anni contro mezza giornata

Si può certamente sostenere che abbia sbagliato anche soltanto ad accettare.

È una critica legittima.

Qualcuno può dirmi: «Giuseppe, non avresti dovuto sederti con quelle persone neppure per cinque minuti».

Possiamo discuterne.

Ma trasformare quella mezza giornata nell’intera storia politica di Giuseppe Di Rosa significa compiere un’operazione completamente diversa.

Perché prima di quelle poche ore esistono quindici anni di battaglie pubbliche.

Quindici anni nei quali ho contestato amministrazioni, partiti, deputati e sistemi politici senza preoccuparmi del colore della casacca.

Tutto documentato.

Tutto pubblico.

E allora fate pure i conti.

Da una parte quindici anni.

Dall’altra mezza giornata.

Ognuno tragga le proprie conclusioni.

C’è persino chi non è agrigentino e pretende di raccontare agli agrigentini chi sono

C’è poi un aspetto che rende questa situazione ancora più paradossale.

Tra coloro che intervengono sui social per attaccarmi ci sono spesso persone che non sono neppure agrigentine.

E voglio essere chiarissimo: questo non significa che non abbiano diritto di esprimere la propria opinione.

La libertà di parola non si misura con il certificato di residenza.

Tutti possono criticarmi.

Ma almeno bisognerebbe conoscere ciò di cui si parla.

Perché un conto è non essere agrigentino, conoscere i fatti, informarsi e formulare una critica.

Un altro è non conoscere Agrigento, non conoscere la sua storia politica degli ultimi quindici anni, non conoscere le battaglie che ho condotto, non conoscere i protagonisti delle vicende amministrative della città e magari non avere mai sentito il nome Giuseppe Di Rosa fino a poche settimane fa, per poi pretendere improvvisamente di spiegare agli agrigentini chi sia Giuseppe Di Rosa.

Questo sì che è curioso.

E diventa ancora più curioso quando persone diverse finiscono per ripetere continuamente gli stessi argomenti, le stesse accuse e soprattutto quella famosa mezza giornata.

Un metodo che abbiamo già conosciuto

Ed è qui che il ragionamento diventa politico.

Perché questo modo di utilizzare i social non nasce oggi.

Abbiamo già conosciuto negli anni un modello di comunicazione politica fondato sulla fortissima mobilitazione digitale, sulla contrapposizione tra “noi” e “loro”, sulla semplificazione del confronto e sull’individuazione dell’avversario politico attorno al quale concentrare l’attenzione.

È stato uno degli strumenti che hanno accompagnato la straordinaria crescita del Movimento 5 Stelle.

I social erano diventati una vera arena politica.

Un sistema estremamente efficace.

Ma, a mio giudizio, proprio quel metodo ha mostrato nel tempo anche tutti i propri limiti.

Perché prima o poi gli elettori smettono di chiedere chi sia il nemico e cominciano a chiedere cosa hai fatto tu.

Ed è in quel momento che la comunicazione non basta più.

Controcorrente e un patrimonio politico che arriva anche dai Cinque Stelle

Oggi alcune di quelle dinamiche mi sembrano riaffiorare attorno a Controcorrente e a Ismaele La Vardera.

Non possiamo ignorare che dentro questa nuova esperienza politica siano confluite anche persone provenienti dal mondo Cinque Stelle.

E quando un movimento acquisisce esperienze politiche provenienti da un’altra realtà non acquisisce soltanto nomi.

Può acquisire competenze, esperienze, linguaggi e modalità di comunicazione maturate negli anni.

Per questo ritengo legittimo domandarsi se Controcorrente non abbia raccolto anche parte di quella esperienza social già ampiamente sperimentata e rodata nel mondo Cinque Stelle.

Attenzione, però.

Non sto sostenendo che esista una stanza nella quale qualcuno decida chi debba essere insultato.

Non ho elementi per affermarlo e non lo affermo.

Non sostengo neppure che ogni persona che mi attacca sui social riceva indicazioni da qualcuno.

Sarebbe scorretto.

Sto parlando di un metodo politico e comunicativo.

E le somiglianze, almeno ai miei occhi, sono evidenti.

Il problema nasce quando l’avversario diventa il nemico

La politica ha bisogno degli avversari.

Senza contrapposizione di idee non esiste democrazia.

Io posso criticare La Vardera senza odiare La Vardera.

Posso criticare il sindaco senza odiare il sindaco.

Posso criticare un assessore, un consigliere comunale o un deputato senza considerarli miei nemici personali.

E naturalmente lo stesso principio deve valere nei miei confronti.

Potete criticare Giuseppe Di Rosa ogni giorno.

Potete contestare ogni mia proposta.

Potete dire che politicamente sbaglio tutto.

Ma quando invece di rispondere alle mie domande si cerca di trasformarmi nel bersaglio di una comunità social, qualcosa non funziona più.

Perché oggi il bersaglio può essere Giuseppe Di Rosa.

Domani un giornalista.

Dopodomani un cittadino che osa dissentire.

E alla fine il rischio è quello di costruire una società nella quale esistono soltanto due categorie:

chi applaude e chi deve essere attaccato.

Io questa politica non la voglio.

E lo dico anche a chi mi sostiene

C’è però una cosa che voglio dire con altrettanta forza alle persone che mi seguono e condividono le mie battaglie.

Non voglio un mio esercito social.

Non voglio che qualcuno insulti La Vardera perché io critico La Vardera.

Non voglio che qualcuno insulti Sodano perché io contesto politicamente Sodano.

Non voglio che un consigliere, un assessore, un deputato o un semplice cittadino diventino bersagli personali in mio nome.

Difendete le idee.

Contestate le scelte.

Rispondete con i fatti.

Ma rispettate le persone.

Perché se denunciamo un metodo e poi utilizziamo lo stesso metodo contro gli altri, abbiamo perso in partenza.

A chi mi attacca dico: continuate pure, ma studiate prima i fatti

Ai cosiddetti “leoni da tastiera” voglio quindi rivolgere un invito molto semplice.

Continuate pure a criticarmi.

Ma prima informatevi.

Andate a vedere cosa dicevo cinque, dieci o quindici anni fa.

Guardate contro chi combattevo.

Leggete le mie denunce.

Controllate le mie proposte.

Verificate i documenti.

E poi giudicatemi.

Perché la libertà di opinione appartiene a tutti, ma la conoscenza dei fatti richiede la fatica di studiarli.

I social hanno purtroppo creato l’illusione che bastino trenta secondi, uno screenshot e un commento per conoscere una storia lunga quindici anni.

Non funziona così.

Io non cancello neppure i miei errori

Non ho bisogno di riscrivere la mia storia.

Se quella mezza giornata è stata un errore politico, me ne assumo la responsabilità.

Ma ricordo anche perché accettai quella proposta.

Volevo impedire la vittoria di chi consideravo politicamente peggiore.

Quella era la mia valutazione.

Lo era allora.

E ciò che sto osservando oggi non mi porta certamente a pensare che quella preoccupazione fosse infondata.

Ma non chiedo a nessuno di credermi.

Aspettiamo.

Il tempo è molto più imparziale dei social.

Saranno i fatti a dirci chi aveva ragione.

Saranno i risultati a stabilire chi era realmente capace di cambiare Agrigento e chi era semplicemente capace di raccontarlo.

Il mio impegno rimane lo stesso

Io continuerò a fare ciò che ho fatto per quindici anni.

Continuerò a fare domande.

Continuerò a leggere gli atti.

Continuerò a denunciare quello che ritengo sbagliato.

Continuerò a proporre soluzioni.

E quando questa amministrazione o qualsiasi forza politica farà qualcosa di positivo per Agrigento, non avrò alcuna difficoltà a riconoscerlo.

Non appartengo a nessuno.

Ed è probabilmente questa la cosa che disturba maggiormente.

Non mi interessa sapere chi propone una cosa.

Mi interessa capire se quella cosa sia giusta o sbagliata per Agrigento.

Alla fine rimangono i fatti

Potete utilizzare quella mezza giornata altre mille volte.

Potete trasformarla in meme, commenti, post e slogan.

Potete ripeterla fino allo sfinimento.

Ma mezza giornata rimarrà sempre mezza giornata e quindici anni rimarranno quindici anni.

La mia storia non la scrivono i commenti Facebook.

La scrivono le battaglie che ho condotto, le cose che ho detto pubblicamente e i documenti che rimangono.

Per questo a chi mi critica rivolgo un ultimo invito:

non insultatemi.

Non odiatemi.

E soprattutto non credetemi sulla parola.

Prendete quello che dico e verificatelo.

Se sbaglio, dimostratelo.

Se una mia proposta non funziona, smontatela.

Se un documento dice il contrario di ciò che sostengo, pubblicatelo.

Questo significa confrontarsi.

Tutto il resto è rumore.

E Agrigento, oggi più che mai, non ha bisogno di altro rumore.

Ha bisogno di fatti, idee, controllo, proposte e persone capaci di confrontarsi senza trasformare chi la pensa diversamente in un nemico.

Io continuerò a farlo. Con o senza l’approvazione dei social.

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Fonte: Report Sicilia

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