Agrigento – Sepolcri imbiancati contro lacrime di coccodrillo: il Vangelo secondo Giampiero Carta. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Il consigliere comunale del Pd Giampiero Carta ha voluto rispondere, con un post dal titolo programmatico «repliche dovute», alle accuse di inciucio piovute dopo la composizione delle commissioni consiliari permanenti — accordo che ha visto il centrosinistra votare insieme a Fratelli d’Italia, Democrazia Cristiana e Lega, scavalcando MPA e Forza Azzurri, tenuti fuori dalla trattativa. Ma è proprio nella scelta delle parole, più che nella ricostruzione dei fatti, che il post rivela ciò che non dichiara apertamente.
Carta descrive due accordi entrambi nati da intese numeriche raggiunte fuori dall’aula con due vocabolari incompatibili.
L’intesa “avversaria” dei dieci consiglieri di Forza Italia, Forza Azzurri e Mpa per nominare l’ufficio di presidenza del Consiglio comunale viene raccontata attraverso un lessico di potere e sopraffazione: “governare” e “pesata” tra virgolette — la punteggiatura, qui, non cita ma dissocia, segnalando che quelle parole non vanno prese per il loro significato ufficiale — insieme a “blandizie”, “minacce”, “tracotanza”.
L’intesa tra i quattordici, per la composizione delle sei commissioni consiliari permanenti, viceversa, viene affidata a un lessico funzionale e quasi notarile: “necessità”, “argine”, “riequilibrio”, “responsabilmente”. Un’intesa costruita con le griglie “dattiloscritte” e “con firma autografa”, cercando di mettere in scena trasparenza più di quanto la dimostrino.
La frase chiave dell’intera operazione: «è maturata la necessità di porre un argine».
Carta avrebbe potuto scrivere «abbiamo deciso di allearci»: avrebbe ammesso una scelta politica, con annessa responsabilità.
Trasforma invece l’alleanza in una conseguenza inevitabile a causa di alcune circostanze.
È il punto in cui il post smette di raccontare e comincia a persuadere: non “abbiamo fatto un accordo”, ma “la situazione lo imponeva”.
Quando nel post parla di maggioranza, ai dieci che hanno votato presidenza e vice presidenza del consiglio comunale, Carta concede che si tratta di una “maggioranza relativa”, ma non “maggioranza dell’aula”. Quella ai quattordici, che pure raggiungono un numero di voti superiore per votare le commissioni (14 su 24), costoro non hanno messo in piedi una maggioranza relativa ma una “alleanza utile” e “riequilibrio”.
È una gestione asimmetrica del concetto di maggioranza che non è neutra per non dover ammettere che si tratta di nuova maggioranza politica; questione che il dibattito pubblico successivo al voto del 24 settembre ha effettivamente sollevato, e che gli stessi protagonisti dell’operazione, a partire da Fratelli d’Italia, hanno pubblicamente respinto.
Non meno rivelatrice è la formula «con atteggiamenti su cui è meglio sorvolare»: comunica un’accusa gravissima proprio tacendola, lasciando al lettore il compito di immaginarne il contenuto.
E la chiusura, «i fatti, a differenza dei commenti da tastiera, hanno una memoria precisa», non è un’affermazione ma una rivendicazione di autorità: Carta non dice “questa è la mia versione”, ma si attribuisce il monopolio del piano fattuale, relegando ogni obiezione al rango di chiacchiera.
Il vero oggetto della contesa, dunque, non è se l’accordo tra centrosinistra e i tre partiti di centrodestra esclusi dalla precedente intesa sia legittimo nel merito. L’oggetto della contesa è il nome da dare a quell’accordo: se “inciucio” o “riequilibrio istituzionale”.
Usando due espressioni diverse tra i due patti — potere per l’uno, funzione per l’altro — Carta non si limita a difendersi: tenta di sottrarre preventivamente la propria maggioranza al giudizio politico che ha applicato a quella rivale, usando esattamente gli stessi numeri per raccontare due storie morali opposte.
Una maggioranza quella che abbiamo visto giovedì scorso che tra l’altro è stata realizzata, come è stato sottolineato da alcuni consiglieri comunali, con un metodo politico (se così si può definire) che secondo molti ben poco ha a che fare con la trasparenza e con la luce del sole, essendo stato costruito all’insaputa – stando a quanto è stato detto nell’aula Sollano – di dieci consiglieri comunali eletti dal popolo, su una vicenda, quella della composizione delle commissioni consiliari permanenti, che andava più saggiamente decisa nelle riunioni dei capigruppo, dove poteva e doveva anche poter emergere il contrasto anche sull’opportunità o meno di andare adesso al voto. Ma così non è stato. Una brutta pagina per la storia del consiglio comunale di Agrigento e per la vita politica locale. Come direbbe Dante: “e il modo ancor m’offende.
Ecco di seguito il post del consigliere comunale Giampiero Carta
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Fonte: Report Sicilia
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