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Agrigento, sessant’anni di cemento, abusi e silenzi: dai “Tolli” a Maddalusa, perché la legalità esplode proprio adesso?

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Agrigento, sessant’anni di cemento, abusi e silenzi: dai “Tolli” a Maddalusa, perché la legalità esplode proprio adesso?. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.

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⏱️Tempo di lettura: 15 min

Dai “grattacieli” di via Empedocle al Sacco di Agrigento, dalle vicende Gellia ai palazzi Crea, dalla palazzina di San Leone a Villa del Sole: se è iniziata la stagione della legalità, si aprano tutti i fascicoli. Nessuno escluso.

AGRIGENTO – Perché proprio adesso?

È questa la domanda che Agrigento dovrebbe porsi prima ancora di parlare di Maddalusa, demolizioni, ruspe, vincoli e legalità.

Perché una città che convive da oltre sessant’anni con una storia urbanistica tormentata, costruzioni contestate, ordinanze di demolizione rimaste ineseguite, sanatorie, ricorsi, acquisizioni al patrimonio e interminabili contenziosi sembra avere scoperto improvvisamente nel 2026 che la legalità urbanistica rappresenta un’emergenza assoluta?

E perché questa improvvisa accelerazione coincide con l’insediamento di un governo cittadino nel quale sono rappresentate forze del centrosinistra e della sinistra e sensibilità provenienti anche dal mondo ambientalista e di Legambiente?

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra alcun rapporto di causa ed effetto.

Ma consente – anzi impone – una domanda politica.

Perché le case di Maddalusa non sono state costruite l’11 giugno 2026, giorno dell’insediamento del sindaco Michele Sodano.

Erano lì.

Le istituzioni sapevano che erano lì.

I vincoli erano conosciuti.

L’abusivismo nella Valle dei Templi era conosciuto.

E tutto questo molti decenni prima dell’arrivo dell’attuale amministrazione.

Se finalmente Agrigento ha deciso di fare i conti con la propria storia urbanistica, Report Sicilia non può che essere d’accordo.

Ma ad una condizione:

apriamo tutto. Ma proprio tutto.

Prima della frana c’erano già i “Tolli”

Per capire quanto sia antica la questione bisogna andare addirittura indietro rispetto alla frana del 1966.

Bisogna tornare agli anni del boom edilizio e ai cosiddetti “Tolli”, i grandi palazzi che cambiarono per sempre lo skyline di Agrigento.

Tra questi ci sono i cosiddetti “grattacieli” di via Empedocle.

Le ricostruzioni storiche collocano già nel 1960 la realizzazione di grandi palazzoni lungo via Empedocle, mentre nel 1961 la situazione edilizia agrigentina cominciava ad attirare l’attenzione della stampa nazionale. Nel 1964 un’ispezione straordinaria disposta dalla Regione avrebbe fatto emergere numerose irregolarità nel rilascio delle licenze edilizie.

Non stiamo sostenendo, senza avere davanti ogni singolo titolo edilizio, che ciascuno di quei palazzi sia abusivo.

Stiamo dicendo qualcosa di diverso.

Anche quei fascicoli appartengono alla storia urbanistica che oggi Agrigento dovrebbe finalmente avere il coraggio di ricostruire.

Come furono autorizzati?

Quali norme erano vigenti?

Quali deroghe furono eventualmente concesse?

Cosa accertarono le ispezioni?

Quali contestazioni vennero formulate?

Perché se oggi dobbiamo fare l’operazione verità, non possiamo decidere arbitrariamente da quale anno fare cominciare la legalità.

1966: il “Sacco di Agrigento”

Poi arrivò il 19 luglio 1966.

La frana.

E l’Italia scoprì definitivamente quello che sarebbe passato alla storia come il “Sacco di Agrigento”.

La frana arrivava al termine di anni di espansione edilizia tumultuosa. La cronologia storica ricorda che appena dodici giorni prima, il 7 luglio 1966, il Consiglio comunale aveva approvato il Piano edilizio e di fabbricazione.

Dopo arrivarono ispezioni, commissioni e vincoli.

Con il decreto Gui-Mancini del 1968 e i provvedimenti successivi venne costruito quel sistema di tutela che avrebbe segnato per sempre la storia urbanistica della Valle dei Templi.

Sembrava l’inizio della fine del cemento selvaggio.

La storia ci racconta che non fu così.

Centinaia di costruzioni nelle aree vincolate

Nei decenni successivi l’abusivismo nella Valle dei Templi divenne un problema nazionale.

Si parlò di centinaia di costruzioni nelle aree sottoposte a tutela, di ordinanze di demolizione, ricorsi e ruspe.

E nelle cronache comparivano nomi che oggi sembrano presi dai giornali di questi giorni:

San Leonardo, San Calogero Bianco, Poggio Muscello, Centonze, Maddalusa.

Proprio Maddalusa.

Quella stessa Maddalusa che nel 2026 sembra essere diventata improvvisamente il simbolo dell’intera battaglia contro l’abusivismo agrigentino.

E allora fissiamo un primo dato.

Il problema non nasce oggi.

Gli immobili erano conosciuti.

I vincoli erano conosciuti.

Le amministrazioni sono cambiate.

I sindaci sono cambiati.

Gli assessori sono cambiati.

I dirigenti sono cambiati.

Ma gran parte del problema è arrivata fino a noi.

Villaggio Mosè: apriamo il fascicolo Gellia

Dentro questa lunga storia c’è anche il Villaggio Mosè.

E qui esiste una vicenda che Report Sicilia vuole ricostruire integralmente attraverso gli atti: quella delle costruzioni riconducibili alla Gellia.

Il nome Gellia compare in un lungo contenzioso urbanistico relativo, tra l’altro, alla realizzazione di strutture commerciali nell’area di via Parco Angeli-viale Leonardo Sciascia. La vicenda arrivò davanti al Consiglio di Giustizia Amministrativa, mentre all’epoca vennero sollevate pubblicamente contestazioni anche sull’avvio dei lavori e sui titoli edilizi.

Ma noi vogliamo andare oltre quella singola vicenda.

Esiste infatti un capitolo relativo a precedenti costruzioni della ditta e alle conseguenze amministrative degli abusi contestati che deve essere ricostruito attraverso le carte.

Vogliamo sapere quali immobili siano stati interessati da provvedimenti repressivi.

Quali siano stati gli esiti dei ricorsi.

Cosa abbia stabilito esattamente il Consiglio di Giustizia Amministrativa.

E soprattutto:

quali immobili avrebbero dovuto essere acquisiti al patrimonio comunale e perché, ancora oggi, quelle acquisizioni non risultano effettuate?

Su questo vogliamo gli atti.

Perché se il CGA ha indicato al Comune ciò che doveva fare, bisogna sapere cosa abbia fatto Palazzo dei Giganti.

E se non lo ha fatto, bisogna sapere perché.

Se oggi la parola d’ordine è legalità, quella parola deve entrare anche negli archivi del Villaggio Mosè.

Non soltanto nelle case di Maddalusa.

Palazzi Crea: se dovevano stare a 150 metri dalla cava, perché sono a pochi metri?

Poi arriviamo ai palazzi Crea.

E qui la questione diventa ancora più concreta.

Secondo quanto denunciato sulla vicenda e secondo gli atti che intendiamo ricostruire integralmente, quei fabbricati avrebbero dovuto sorgere ad almeno 150 metri dalla cava di tufo.

E invece sono stati realizzati a pochissimi metri.

Qui bisogna essere chiarissimi.

Nessuno sta sostenendo che la costruzione dei palazzi abbia provocato i successivi crolli del costone.

Il problema è esattamente il contrario.

Se una norma o una prescrizione stabilisce che un edificio debba sorgere a 150 metri da una cava, quella distanza serve evidentemente a creare una fascia di sicurezza tra gli edifici e il fronte potenzialmente interessato da dissesti.

E i crolli, successivamente, ci sono stati.

Il 5 marzo 2014 si verificò il crollo del costone a ridosso dei palazzi Crea; sulla vicenda venne anche aperta un’inchiesta giudiziaria. Ancora negli anni successivi il versante è stato oggetto di importanti lavori di consolidamento e messa in sicurezza proprio per l’elevato rischio idrogeologico e l’alta pericolosità dell’area.

Ed è questo il punto.

Non diciamo che i palazzi abbiano fatto crollare la cava.

Diciamo che se quei fabbricati dovevano stare a 150 metri, tra il crollo e le mura dei palazzi ci sarebbero dovuti essere 150 metri. Non pochi metri.

A cosa servono altrimenti le distanze di sicurezza?

Ed allora recuperiamo il progetto originario.

Individuiamo il limite della cava indicato negli atti.

Verifichiamo la norma applicabile.

Sovrapponiamo le planimetrie allo stato reale dei luoghi.

E facciamo una cosa semplicissima:

misuriamo.

Dovevano essere 150 metri?

Quanti sono realmente?

Chi autorizzò?

Chi controllò?

Chi certificò?

Qualcuno contestò la distanza?

Quali provvedimenti furono adottati?

Oggi il Comune sta spendendo risorse per mettere in sicurezza proprio quel versante retrostante ai palazzi Crea.

E allora quei 150 metri non rappresentano una curiosità storica.

Rappresentano una domanda alla quale Agrigento merita una risposta.

Cannatello e i fabbricati diventati villette

E poi c’è Cannatello.

Anche nelle vecchie vicende giudiziarie relative agli scempi edilizi della Valle emersero casi di immobili presentati come fabbricati rurali e successivamente trasformati, secondo le contestazioni dell’epoca, in villette.

Che fine hanno fatto?

Quanti procedimenti si sono conclusi?

Quanti immobili sono stati sanati?

Quanti demoliti?

Quanti acquisiti?

Quante ordinanze sono rimaste sulla carta?

Sono domande alle quali un Comune che vuole aprire una nuova stagione di trasparenza dovrebbe essere in grado di rispondere.

Il 1997 e la stagione delle ruspe

Nel 1997 sembrava arrivato il momento della resa dei conti.

Si parlava di demolizioni nella zona A.

Ci furono proteste e tensioni e Agrigento tornò sulle pagine dei giornali nazionali.

Era quasi trent’anni fa.

Eppure nel 2026 discutiamo ancora dello stesso problema.

Questo significa che la legalità urbanistica agrigentina non può essere raccontata partendo da oggi.

Bisogna raccontare quello che è successo prima.

E soprattutto quello che non è successo.

San Leone: la palazzina denunciata dal Codacons

Ma non occorre andare indietro di decenni.

Arriviamo al 26 luglio 2024.

Quel giorno il Codacons, attraverso Giuseppe Di Rosa, allora responsabile regionale del Dipartimento Trasparenza Enti Locali, presentò un esposto sulla costruzione di una palazzina a San Leone, in via Malogioglio, particella 27 del foglio 191.

Al centro della denuncia c’era il permesso di costruire n. 112 del 16 novembre 2022, relativo ad un intervento di demolizione e ricostruzione.

Vennero sollevate questioni sull’applicazione del Piano Casa, sulla disciplina urbanistica e paesaggistica e sull’altezza dell’edificio.

L’esposto richiamava anche il limite dei 7,50 metri.

La Regione avviò gli approfondimenti e successivamente dispose un’ispezione straordinaria al Comune.

Alla fine del procedimento regionale il titolo edilizio venne ritenuto legittimo.

Di Rosa contestò però le conclusioni, sostenendo che l’accertamento fosse stato compiuto sulla documentazione senza un sopralluogo materiale sull’immobile capace di verificare direttamente anche le misure oggetto della segnalazione.

Benissimo.

Se tutto è regolare, nessun problema.

Ma oggi che sembra essere cominciata la stagione del rigore assoluto, chiediamo una cosa semplicissima:

se misuriamo Maddalusa, misuriamo anche San Leone.

Si faccia un sopralluogo.

Si misuri.

Si renda pubblico il risultato.

Se è tutto perfettamente conforme, saremo i primi a scriverlo.

Perché la legalità non cambia attraversando il ponte sul fiume Akragas.

Villa del Sole: quando a costruire è il Comune

E poi arriviamo a Villa del Sole.

Qui la questione cambia radicalmente.

Perché a costruire non è un privato.

È il Comune di Agrigento.

Parliamo del progetto PNRR da circa quattro milioni di euro per la realizzazione di un polo dell’infanzia all’interno dello storico giardino urbano.

Report Sicilia e Giuseppe Di Rosa hanno denunciato ripetutamente presunte irregolarità urbanistiche, paesaggistiche e procedurali, contestando anche l’avvio delle lavorazioni prima dell’acquisizione di autorizzazioni ritenute necessarie.

La vicenda è arrivata fino a Striscia la Notizia ed è stata oggetto di esposti.

Successivamente sono intervenuti autorizzazioni e altri provvedimenti.

Saranno naturalmente gli organi competenti a stabilire definitivamente se vi siano state violazioni.

Ma resta una domanda politica enorme.

Se un privato comincia a costruire senza avere preventivamente tutte le autorizzazioni necessarie, cosa gli accade?

E se a farlo fosse una pubblica amministrazione?

Le regole cambiano?

La legalità non può dipendere da chi tiene in mano la cazzuola.

Anzi, il Comune dovrebbe essere il primo soggetto chiamato a rispettare rigorosamente quelle stesse norme che pretende di applicare ai cittadini.

E poi arriva il 2026: improvvisamente Maddalusa

Ed eccoci finalmente al presente.

Dopo sessant’anni di questa storia, nel 2026 Maddalusa diventa improvvisamente il centro della battaglia agrigentina contro l’abusivismo.

Legambiente e Goletta Verde assumono posizioni nette sulla necessità di intervenire contro gli abusi.

Legittimo.

Ma inevitabilmente nasce una domanda:

perché proprio adesso?

Perché questa improvvisa accelerazione coincide proprio con l’insediamento di un governo cittadino nel quale trovano spazio esponenti e sensibilità provenienti dal mondo ambientalista e forze politiche del centrosinistra e della sinistra?

Non sosteniamo che esista necessariamente un collegamento.

Poniamo una domanda politica.

Perché Maddalusa non è comparsa sulle carte urbanistiche nel giugno 2026.

Quelle case erano lì quando governava il centrodestra.

Erano lì quando governava il centrosinistra.

Erano lì con le amministrazioni civiche.

Erano lì mentre cambiavano sindaci, assessori, dirigenti e consigli comunali.

Allora:

perché l’emergenza legalità esplode proprio oggi?

Legambiente vuole aprire i fascicoli? Perfetto: apriamoli tutti

E qui prendiamo in parola chi chiede controlli rigorosi.

Apriamo i fascicoli.

Tutti.

Non soltanto quelli di Maddalusa.

Il Comune pubblichi il censimento completo delle costruzioni abusive definitivamente accertate nelle aree vincolate e dei principali procedimenti urbanistici degli ultimi sessant’anni.

Per ogni caso indichi il titolo edilizio, l’abuso eventualmente contestato, la domanda di sanatoria, l’esito, l’ordinanza di demolizione, i ricorsi, le sentenze, l’esecuzione o meno della demolizione e l’eventuale acquisizione al patrimonio comunale.

Dentro questo archivio devono entrare tutti:

i “Tolli” e i grandi palazzi di via Empedocle;

Villaggio Mosè e le vicende Gellia;

i palazzi Crea e quei famosi 150 metri dalla cava;

Cannatello;

Poggio Muscello;

San Leonardo;

San Leone e la palazzina denunciata dal Codacons;

Villa del Sole;

e naturalmente Maddalusa.

Questa sarebbe una vera operazione di trasparenza.

Non possono esistere abusivi di serie A e abusivi di serie B

Il punto non è difendere l’abusivismo.

Un abuso definitivamente accertato resta un abuso.

Ma proprio per questo non possono esistere abusivi di serie A e abusivi di serie B.

Non può esserci il piccolo proprietario al quale viene immediatamente mostrata la ruspa mentre il grande fascicolo rimane per decenni dentro un armadio.

Non può esserci il rigore assoluto quando si tratta di una famiglia e una diversa elasticità quando entrano in gioco grandi costruzioni, opere pubbliche o vicende urbanistiche molto più ingombranti.

E soprattutto non possono esistere vincoli che diventano sacri nel 2026 dopo essere stati ignorati, interpretati o dimenticati per decenni.

La legalità o vale per tutti oppure diventa legalità a geometria variabile.

E mentre discutiamo di ruspe, Maddalusa resta senz’acqua

C’è poi una questione che continuiamo a considerare distinta dalla repressione dell’abusivismo:

l’acqua.

A Maddalusa circa duemila cittadini stanno vivendo da mesi una gravissima emergenza idrica.

Le eventuali responsabilità edilizie devono essere accertate immobile per immobile e secondo la legge.

Ma il diritto delle persone ad avere l’acqua necessaria alla vita è un’altra questione.

Confondere i due piani significa rischiare di trasformare la repressione dell’abusivismo in una punizione collettiva.

Sodano non ha creato sessant’anni di abusivismo. Ma può aprire gli armadi

Una cosa deve essere chiarissima.

Sarebbe intellettualmente scorretto attribuire a Michele Sodano sessant’anni di disastri urbanistici.

Il sindaco si è insediato l’11 giugno 2026.

Non ha costruito lui i “Tolli”.

Non ha creato lui il Sacco di Agrigento.

Non ha costruito lui gli immobili abusivi della Valle.

Non ha prodotto lui i vecchi fascicoli Gellia.

Non ha autorizzato lui i palazzi Crea.

Non ha rilasciato lui il permesso della palazzina di San Leone.

Ma proprio perché l’attuale amministrazione rivendica legalità, trasparenza e cambiamento, Sodano oggi ha una possibilità straordinaria.

Fare ciò che gli altri non hanno fatto.

Aprire gli armadi.

Chieda agli uffici una relazione completa.

Quanti immobili abusivi risultano definitivamente accertati?

Quante ordinanze di demolizione esistono?

Quante sono state eseguite?

Quante sono ancora ineseguite?

Quanti immobili sono stati acquisiti?

Quanti avrebbero dovuto esserlo e non lo sono stati?

Perché?

E renda tutto pubblico.

Sessant’anni di silenzi non possono diventare sessanta giorni di legalità selettiva

È questo il rischio che Agrigento deve evitare.

Passare da decenni di ritardi, omissioni e scaricabarile istituzionali ad una improvvisa stagione di inflessibilità concentrata su un unico pezzo della città.

Sessant’anni di silenzi non possono trasformarsi in sessanta giorni di legalità selettiva.

Se l’amministrazione Sodano, Legambiente e le forze politiche che oggi governano Agrigento hanno deciso veramente di chiudere i conti con l’abusivismo, Report Sicilia chiede semplicemente che lo facciano.

Fino in fondo.

Per tutti.

Se bisogna prendere il metro, prendiamolo per tutti.

Misuriamo Maddalusa.

Misuriamo la palazzina di San Leone.

Andiamo ai palazzi Crea e vediamo dove sono finiti quei 150 metri dalla cava.

Se bisogna controllare i titoli edilizi, controlliamoli tutti.

Se bisogna verificare le autorizzazioni, verifichiamo anche Villa del Sole.

Se bisogna acquisire immobili al patrimonio comunale, recuperiamo i fascicoli Gellia e vediamo perché ciò che doveva essere acquisito eventualmente non lo è stato.

E se vogliamo capire da dove viene tutto questo, torniamo persino ai “Tolli” di via Empedocle, alle licenze degli anni Sessanta e alle risultanze delle vecchie ispezioni.

Perché proprio adesso?

Alla fine torniamo inevitabilmente alla domanda iniziale.

Perché proprio adesso?

Perché nel 2026?

Perché Maddalusa?

Perché tanta determinazione oggi dopo sessant’anni nei quali Agrigento ha accumulato costruzioni contestate, procedimenti, ricorsi, sentenze, ordinanze e fascicoli?

Non servono dietrologie.

Servono documenti.

Saranno i documenti a dirci se Agrigento sta vivendo davvero l’inizio di una nuova stagione di legalità oppure se qualcuno ha semplicemente deciso di accendere i riflettori su alcuni casi lasciandone altri nell’ombra.

Per scoprirlo bisogna percorrere tutta la storia.

Dai “Tolli” e dai grattacieli di via Empedocle al Sacco di Agrigento.

Dal Villaggio Mosè e dalle costruzioni Gellia ai palazzi Crea, sorti a pochi metri da quella cava dalla quale, secondo quanto denunciato, avrebbero dovuto essere separati da almeno 150 metri.

Da Cannatello alle costruzioni della Valle.

Dalle ruspe annunciate negli anni Novanta alla palazzina di San Leone denunciata dal Codacons.

Fino a Villa del Sole, dove questa volta a costruire era la pubblica amministrazione.

E soltanto alla fine arriviamo a Maddalusa.

Dopo avere aperto tutti questi fascicoli potremo finalmente rispondere alla domanda:

ad Agrigento è davvero cominciata l’era della legalità urbanistica oppure è cominciata soltanto l’era della legalità a geometria variabile?

Report Sicilia chiede una cosa semplicissima:

fuori tutti i fascicoli dagli armadi.

Perché se legalità deve essere, legalità sia. Per tutti. Senza guardare il nome del proprietario, il peso dell’impresa, il colore politico, l’amministrazione che ha autorizzato o l’anno in cui i fatti sono avvenuti.

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Fonte: Report Sicilia

News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

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