Agrigento – Sfregio alla cultura in Sicilia, rubate quattro opere di Antonello da Messina dal Museo Regionale “Maria Accascina”. Cosa accade quando le strutture museali non ricevono le giuste cure e attenzioni. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Cronaca.
Cosa sta succedendo

Un risveglio amaro, quello odierno, per tutti i siciliani.
E non solo.
Nella notte di Ferragosto, infatti, sono stati trafugati quattro capolavori di Antonello da Messina: i ladri hanno sottratto tre delle cinque tavole del Polittico di San Gregorio – due, miracolosamente, sono state ritrovate perché lasciate indietro dagli stessi malviventi durante la loro fuga – e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, tenuta all’interno di una teca blindata.
Le opere erano custodite – si fa per dire, sia concessa l’ironia – all’interno del Museo Regionale “Maria Accascina” che sorge a Messina e che ospita oltre settecentocinquanta opere, tra lavori scultorei e pittorici che ripercorrono la storia e l’arte figurativa del territorio, dal popolamento preistorico e dall’età greco-romana fino agli inizi del XX secolo.
Al di là dell’opulenza visiva che racchiude, il MuMe riveste un ruolo molto importante per la città, testimoniando la resilienza dei suoi abitanti: molti dei capolavori esposti, infatti, sono stati recuperati dalle macerie di chiese ed edifici storici annientati dal terribile sisma del 1908.
Una struttura di grandi dimensioni, circa 17.000 metri quadri tra spazi interni ed esterni, che attualmente occupa il primo posto tra le realtà museali del Mezzogiorno in termini di superficie complessiva.
A tutela delle collezioni che possiede, il MuMe dovrebbe pertanto beneficiare di un sistema ferreo di sorveglianza: si apprende invece con sgomento che i malviventi sono entrati eludendo i sistemi di allarme e le protezioni.
Qualcuno, erroneamente, ha puntato il dito contro le Forze dell’Ordine, dimenticando che carabinieri e poliziotti erano concentrati nel centro cittadino, per garantire la sicurezza anche in una giornata, come quella di Ferragosto, che esigerebbe legittimamente il riposo di categorie tradizionalmente impegnate a presidiare il territorio anche con il caldo torrido, fronteggiando i disagi della carenza di organico e le mille complessità del territorio isolano.
Il dibattito sulla sicurezza dei nostri beni culturali deve necessariamente volgere lo sguardo altrove, più precisamente alla condizione di vulnerabilità estrema che riguarda il patrimonio artistico isolano.
Cosa non ha funzionato nei sensori antintrusione e negli allarmi perimetrali che non sono scattati?
O, se sono scattati, perché è stato così facile per i malviventi neutralizzarli con tanta facilità?
Altri interrogativi – pesanti – riguardano i turni di vigilanza dei custodi, e l’assenza di una resistenza efficace contro il distacco dei pannelli.
Tutto facilitato al massimo per i delinquenti che hanno sferrato un colpo, auspichiamo non mortale, al sistema dei beni culturali in Sicilia.
Di incalcolabile, infatti, non c’è solo il valore delle opere, ma anche il danno d’immagine alla città.
Di certo, le Forze dell’Ordine sapranno ricostruire egregiamente la dinamica del memorabile furto, ma le domande restano.
Vale la pena di ricordare, a proposito delle criticità che affliggono il MuMe, che gravi problemi strutturali erano emersi nel novembre 2019, quando abbondanti infiltrazioni d’acqua piovana colpirono le sale espositive del secondo piano, inaugurate solo due anni prima.
La parola chiave si chiama “cura”.
Così come la parola mancante.
O no?
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Fonte: Report Sicilia
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