Aldo Mucci: “La scuola deve promuovere cultura e coscienza critica. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Eventi.
Cosa sta succedendo
Dal teatro del Nobel Fo alla narrativa di Andrea Camilleri, passando per lo scrittore Luigi Furini
Buongiorno, dottor Mucci. Grazie per aver accettato questa chiacchierata. Lei è da decenni una figura di riferimento nel sindacalismo italiano, soprattutto nel settore scuola, ma anche un intellettuale “non accademico”. Come coniuga l’impegno sindacale quotidiano con la riflessione culturale più ampia?
“Buongiorno. Il sindacato, se fatto bene, è già un atto culturale. Non si tratta solo di contratti e buste paga, ma di dignità delle persone e di emancipazione. Io vengo dalla miniera di salgemma di Petralia Soprana: lì ho capito presto che il lavoro è lotta, ma anche memoria e narrazione. Senza cultura, il sindacato diventa puro corporativismo; senza radicamento nei problemi reali della gente, la cultura diventa vuota retorica”.
Dario Fo, Nobel per la letteratura l’ha definita “folle intellettuale con grande coscienza critica”. Che effetto le ha fatto ricevere un riconoscimento da un gigante come lui?
“È stato uno dei momenti più belli della mia vita. Fo e la grande Franca Rame li ho incontrati in momenti di lotta per i lavoratori delle miniere quando mi incatenai a Piazza Montecitorio, sede della Camera dei Deputati. Dario vedeva nel mio modo di fare sindacato quella mescolanza di rabbia popolare, ironia e analisi profonda che lui metteva in scena. Mi chiamava “folle” perché non accettavo compromessi facili e perché mescolavo Gramsci, Sciascia e la piazza. Per me è stato un maestro: mi ha insegnato che la parola può essere arma di giustizia sociale”.
Anche lo scrittore Luigi Furini le ha dedicato pagine significative (un intero capitolo) nel suo libro “Volevo solo lavorare”, edito da Garzanti. Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento da parte di un autore che ha raccontato le difficoltà del mondo del lavoro con grande lucidità?
“È un onore profondo. Luigi Furini ha saputo raccontare con cruda onestà le contraddizioni del precariato, della burocrazia soffocante e della dignità negata nel mondo del lavoro. Dedicarmi un capitolo significa che la mia storia – dalle miniere siciliane alle battaglie per i lavoratori della scuola – è entrata in un racconto collettivo più ampio. Furini non fa retorica: mostra le vite reali, quelle che “volevano solo lavorare” e si sono scontrate con un sistema spesso ostile. È un riconoscimento che mi lega ancora di più alla narrazione popolare del lavoro, accanto a maestri come Fo e Camilleri”.
Dal teatro di Fo alla narrativa di Andrea Camilleri, passando per Furini. Lei ha parlato spesso della Sicilia attraverso questi grandi narratori. Cosa rappresentano per lei?
“Sono modi diversi di raccontare la stessa anima: Fo con la satira feroce e il corpo in scena, Camilleri con l’ironia sottile e la lingua musicale. Ricordo in particolare quando, di fronte al progetto di deturpamento della Scala dei Turchi con quegli orribili frangiflutti, lanciai il mio urlo disperato. Camilleri accolse immediatamente quel grido, intervenendo con la sua autorevolezza per difendere quel luogo simbolo di bellezza aspra e di storia. Per me Camilleri non era solo uno scrittore: era un alleato nella difesa della Sicilia vera, non ridotta a cartolina o a cemento. La Scala dei Turchi non è solo un set turistico, è un patrimonio da difendere con le unghie e con i denti. Furini con lo sguardo tagliente sulle ingiustizie quotidiane del lavoro. La Sicilia ha bisogno di queste voci per non ridursi a stereotipo. La scuola deve farle vivere ai ragazzi, come patrimonio di resistenza e bellezza”.
Lei insiste molto sul ruolo della scuola come “primo ascensore sociale”, soprattutto al Sud. Qual è la sua diagnosi attuale?
“La scuola è l’unico ascensore che non si è ancora completamente rotto. Serve personale stabile, formato, motivato. I collaboratori scolastici non sono solo addetti alle pulizie, ma figure educative centrali. La dispersione si combatte con presenza, bellezza e coscienza critica – proprio quella di cui parlavano Fo, Camilleri e che Furini documenta nelle vite reali”.
Lei ha ricevuto minacce mafiose per il suo impegno. Come convivono paura e determinazione?
“La paura c’è, ma la rabbia e il senso di giustizia sono più forti. Continuo con gli articoli, i dossier e il lavoro quotidiano. La Sicilia ha bisogno di voci libere”.
Un messaggio finale, unendo Fo, Camilleri, Furini e il suo impegno?
“La cultura non è ornamento: è strumento di liberazione. Fo ci ha insegnato a ridere delle ingiustizie, Camilleri a far parlare i luoghi, Furini a raccontare le vite che “volevano solo lavorare”. La scuola deve essere il luogo dove si impara a pensare, indignarsi e costruire. Invadiamo il Sud di cultura, docenti, bellezza e coscienza critica. È l’unica rivoluzione possibile oggi”.
Grazie, dottor Mucci, per questa conversazione appassionata.
“Grazie a lei. Continuiamo a lottare, con la testa alta e la penna affilata”.
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Fonte: Sicilia24h
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