Ballottaggio ad Agrigento: sfida tra cultura e potere edilizio. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo
Agrigento si prepara a scegliere il nuovo sindaco e, come sempre accade in campagna elettorale, la realtà è stata cortesemente invitata a uscire dalla stanza.
Da una parte c’è il centrodestra, che si presenta con un candidato avvocato, facce relativamente nuove e una squadra che, almeno nelle intenzioni, sostiene di avere una gran voglia di lavorare. Una proposta quasi rivoluzionaria: amministrare la città. Un concetto antico, quasi medievale, che consiste nel sistemare strade, far funzionare servizi e magari risolvere qualche problema concreto.
Dall’altra parte c’è il centrosinistra, che invece ha deciso di giocare un’altra partita. Non quella dell’amministrazione, ma quella dell’antropologia culturale. Per mesi hanno spiegato agli agrigentini che loro sono i colti. I preparati. Gli illuminati. I raffinati. Gli intellettuali. E, nel dubbio che qualcuno non avesse compreso il messaggio, hanno ribadito di essere anche colti.
Una campagna elettorale costruita quasi come una conferenza universitaria permanente, nella quale il programma sembra essere diventato un dettaglio secondario rispetto alla necessità di certificare il proprio quoziente intellettivo.
La sensazione è che ad Agrigento non si stia eleggendo un sindaco, ma il nuovo direttore dell’Accademia delle Belle Arti della Magna Grecia. Secondo questa narrazione, il centrodestra rappresenterebbe il regno dell’ignoranza, della rozzezza, del pressappochismo. Una specie di tribù barbarica scesa dalle montagne con pale, carriole e qualche pericolosa idea pratica.
Il centrosinistra, invece, si presenta come una congregazione di sofisti moderni, custodi del Verbo, sacerdoti dell’analisi sociologica, interpreti autorizzati del Pensiero Elevato.
Se potessero, probabilmente chiederebbero agli elettori di allegare alla scheda una bibliografia ragionata e una recensione critica di Platone. Naturalmente il cittadino comune osserva la scena con crescente stupore.
Perché mentre gli uni parlano di marciapiedi, rifiuti, illuminazione e manutenzione, gli altri sembrano impegnati in una battaglia epocale per stabilire chi abbia letto più libri durante l’estate. È la politica trasformata in una gara di erudizione.
Una specie di “Chi vuol essere accademico?”.
L’elettore agrigentino, però, ha un difetto imperdonabile: spesso pretende che le strade siano asfaltate anche senza citazioni di Umberto Eco e che l’acqua arrivi nelle case pure in assenza di un seminario sul post-strutturalismo.
Ecco allora il paradosso.
Da una parte ci sono quelli che chiedono fiducia promettendo di fare. Dall’altra quelli che chiedono fiducia ricordando continuamente quanto siano intelligenti. Il rischio è che alla fine gli agrigentini compiano un gesto terribilmente populista: scegliere chi ritengono capace di amministrare invece di chi riesce a coniugare meglio il congiuntivo.
Del resto la storia insegna che le città non vengono governate dai curriculum più eleganti, ma da chi riesce a trasformare le parole in risultati. Perché una strada dissestata non diventa liscia leggendo Aristotele. Una buca non si chiude con una lectio magistralis.
E un lampione spento continua a restare spento anche se gli si recita davanti l’intera fenomenologia dello spirito. Agrigento deciderà presto. Sapremo se a Palazzo di Città entrerà una squadra desiderosa di lavorare oppure una commissione permanente di esami universitari.
Nel frattempo una certezza già c’è: in questa campagna elettorale qualcuno ha chiesto il voto per governare la città, qualcun altro per dimostrare di essere più intelligente dei cittadini. E la politica, quando cade in questa tentazione, finisce sempre per confondere la cultura con la vanità. Che sono due cose molto diverse.
Anche se qualcuno, evidentemente, non se n’è ancora accorto.
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Fonte: Sicilia24h
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