Il revisore, il numero legale e lo specchio: la Tari che Agrigento non ha votato. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Ne Il revisore di Nikolaj Gogol basta l’annuncio di un ispettore in arrivo per far perdere la testa a un’intera macchina municipale: i funzionari si accusano a vicenda, corrono ai ripari, cercano un colpevole ovunque tranne che nello specchio. Sul frontespizio della commedia Gogol mise un vecchio proverbio: non prendertela con lo specchio, se hai il muso storto.
Ad Agrigento la versione locale è andata in scena il 31 luglio. Un Piano economico finanziario della Tari che non arriva al voto, un’aula che si svuota, e una giunta che scopre — a dieci giorni dall’aver affidato il Bilancio a un ex presidente della Commissione Finanze della Camera — che in Consiglio comunale i numeri non sono un dettaglio retorico. Con un tocco quasi gogoliano: l’atto era corredato dal parere favorevole del collegio dei revisori dei conti. Il revisore, appunto. Tutti lo invocano; nessuno guarda lo specchio.
Il numero legale che non c’è (e che non c’era)
I fatti, spogliati dalla polemica. Il 31 luglio, ultima seduta utile, i consiglieri di centrodestra fanno mancare il numero legale sulla delibera del Pef Tari 2026-2029. Senza approvazione nei termini si applicano — per la regolazione Arera — le tariffe dell’anno precedente. Da qui l’assessore al Bilancio Raffaele Trano ricava un “mancato incasso di circa 400 mila euro” rispetto ai costi reali del servizio, che il Comune deve comunque liquidare alle ditte, e annuncia tagli ad altri capitoli: sociale, manutenzione, verde, cultura.
Fin qui il comunicato, rilanciato peraltro identico da più testate: una fonte sola vestita da coro. Ma la fotografia dell’aula racconta un’altra storia, e viene prima del 31 luglio. Viene da giugno.
Ventiquattro poltrone, diciannove all’opposizione
Questo Consiglio ha 24 seggi. Alle elezioni di maggio le due aree di centrodestra — quella di Dino Alonge e quella di Luigi Gentile — ne hanno conquistati diciotto; il diciannovesimo è arrivato con Alonge, entrato di diritto come candidato sconfitto al ballottaggio. Alla compagine che sostiene Michele Sodano ne restano cinque. Diciannove contro cinque.
Non è un incidente sopravvenuto: è il dato genetico di questa consiliatura. Sodano ha vinto la fascia al ballottaggio, ma poiché al primo turno la coalizione avversaria aveva superato il 50%, il premio di maggioranza non è scattato. La parola che la cronaca politica agrigentina usava già a fine maggio — “anatra zoppa” — non era una profezia malevola: era aritmetica. Il sindaco ha un mandato popolare forte e un’aula strutturalmente ostile. Lo sapeva il 9 giugno, giorno della proclamazione. Lo sapeva a luglio, quando ha nominato la giunta.
Ecco perché la sceneggiata dell’aula deserta merita una lettura meno consolatoria di quella del comunicato. Pretendere che diciannove consiglieri d’opposizione approvino “di corsa”, a poche ore dalla scadenza, un atto mai illustrato ai capigruppo, non è governare: è sperare in un miracolo. E i miracoli, in ragioneria, non sono contemplati.
La Tari che «non paga i disabili» (perché non può)
C’è poi il capitolo più scivoloso, quello che ha dato il titolo alla vicenda: Tari e servizi ai disabili. Qui conviene essere precisi, perché è il punto in cui il comunicato è più fragile.
La Tari è un tributo a copertura integrale dei costi: per legge il gettito deve coprire esattamente il costo del servizio rifiuti quantificato nel Pef, né un euro in più né uno in meno. Non può, per costruzione, finanziare il sociale, la cultura o l’assistenza alla disabilità. Il denaro della Tari resta legato alla spazzatura.
E i servizi ai disabili evocati — gli Asacom, gli assistenti all’autonomia e alla comunicazione degli alunni — hanno un canale di finanziamento tutto loro, regionale: quaranta milioni stanziati dalla Regione Siciliana per l’anno scolastico 2025-2026, nell’ambito della legge regionale 10/2019, ripartiti tra Città metropolitane e Liberi consorzi; nell’Agrigentino i beneficiari sono 528. Non è un caso che l’opposizione, nella replica, rivendichi proprio questo: gli Asacom sono salvaguardati e non c’entrano nulla con la Tari.
Attenzione, però: Trano non sostiene che la Tari paghi gli Asacom. Il suo ragionamento è indiretto — il buco va coperto con la fiscalità generale, e quindi resta meno per gli altri capitoli. È coerente. Ma è una catena di scelte, non una legge di natura: presentare come effetto automatico (“taglieremo il sociale”) ciò che è una decisione politica su dove tagliare è, appunto, tenere in mano lo specchio e accusare il riflesso.
Quattrocentomila euro e l’arte di non trovarli
Restano i 400 mila euro. Primo: sono una cifra dell’assessore, non un dato certificato; date le proporzioni della città meriterebbero la delibera alla mano, per capire come è composto quel differenziale. Secondo, e più politico: ammesso che il buco esista, “tagli dolorosi e immediati ai più fragili” è una cornice, non l’unica contabilità possibile.
Le alternative esistono, con onestà sui loro limiti. Il fondo di riserva può tamponare una tantum, ma è pensato per l’imprevisto e in un ente che ripiana un disavanzo va maneggiato con cura. Il metodo Arera prevede meccanismi di conguaglio pluriennale: la differenza tra costi e gettito può essere recuperata negli anni successivi, e non impone per forza di amputare il bilancio oggi. Il recupero dell’evasione è la risposta strutturalmente più giusta, ma la meno immediata. E c’è il dato di scala: Agrigento non è in dissesto, ma trascina un disavanzo di circa 24 milioni, che ripiana a rate di poco più di 2,1 milioni l’anno già a bilancio. Su quel corpo, 400 mila euro sono un graffio. Trasformarli in una minaccia ai disabili è più un messaggio all’opposizione che un destino ragionieristico.
Sul fronte opposto, la ex consigliera comunale Roberta Zicari e il presidente del movimento civico Mani Libere Giuseppe Di Rosa hanno indicato — per ora sui social — le leve alternative: tagliare indennità di giunta, spese di rappresentanza, attingere al fondo di riserva, avviare una vera lotta all’evasione. Nessuna di queste, da sola, è la bacchetta magica; ma messe insieme smentiscono l’unica cosa che davvero non regge nel comunicato: il “non c’è alternativa”.
Governare da minoranza è un mestiere, non un lamento
E qui sta il cuore della questione, che va detto senza sconti a nessuno. Un’amministrazione che si insedia sapendo di non avere la maggioranza in aula ha un solo compito politico: imparare a governare così. Costruire consensi atto per atto, illustrare le proposte ai capigruppo prima e non dopo, negoziare, portare i provvedimenti in tempo e non allo scadere del cronometro. Il centrodestra agrigentino è diviso — è per questo, in fondo, che Sodano è sindaco — ma diviso e numeroso: chi governa deve fare i conti con questa doppia natura, non stupirsene.
Perché l’opposizione che fa mancare il numero legale non sta sabotando la democrazia: sta usando uno strumento del regolamento, esattamente come le maggioranze di ieri usavano i propri. Il controllo è il mestiere della minoranza; lamentarsene è come rimproverare all’acqua di essere bagnata. Se questa giunta si troverà spesso in minoranza — e con diciannove a cinque, si troverà — allora è adesso che deve mostrare di saper alzare, per dirla con Dante, «le vele della navicella dell’ingegno» per correr miglior acque. È nella difficoltà, non nella marcia trionfale, che si misura chi sa governare.
Sodano ha un capitale politico raro: una vittoria netta e un consenso personale che i partiti tradizionali non hanno. Il rischio è bruciarlo trattando ogni sconfitta d’aula come un torto subìto anziché come un problema da risolvere. La fascia tricolore dà l’autorità; non fornisce i voti.
Non è colpa dello specchio
Torniamo a Gogol. Alla fine della commedia, quando si scopre che l’ispettore vero sta arrivando davvero, il sindaco si rivolge al pubblico: «Di che ridete? Ridete di voi stessi». Ad Agrigento il revisore vero non è il collegio dei revisori dei conti citato in delibera. È la città, che nei prossimi mesi giudicherà se questa amministrazione avrà imparato il mestiere difficile del governo di minoranza — o soltanto quello, più comodo, di prendersela con lo specchio.
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Fonte: Report Sicilia
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