L’arcivescovo Damiano: “Quando un fratello uccide, muore l’umanità. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo
Di seguito il testo integrale dell’omelia dell’arcivescovo di Agrigento Alessandro Damiano pronunciata in seno ai funerali di Gabriele Vaccaro: Si fa sera quando insieme al fratello che uccide un fratello è l’umanità stessa a morire
«Resta con noi, perché si fa sera»: a Gesù risorto, che ancora stentano a riconoscere, i due discepoli non riescono a dire altro. Gerusalemme, da cui provengono, ed Emmaus, dove sono diretti, non sono il punto di partenza e il punto d’arrivo di un comune itinerario geografico, ma descrivono una lacerazione profonda che si è creata nella loro vita, una voragine di delusione giunta alle soglie della disperazione, un insostenibile senso di smarrimento di fronte al dramma di una morte assurda, alla paura di doverci fare i conti e alla fatica di dover andare avanti. E non riescono a dire altro: «Resta con noi, perché si fa sera».
Anche noi non riusciamo a dire altro di fronte alla vicenda di Gabriele. Ma non possiamo non dirlo e sentiamo tutto il bisogno di gridarlo: «Resta con noi, perché si fa sera».
Si fa sera quando la vita, ancora tutta da vivere, di un giovane diventa il prezzo di una bravata finita in tragedia. Si fa sera quando la sua famiglia, che ha già dovuto sostenere il peso della sua lontananza, si ritrova inspiegabilmente costretta a rinunciarci per sempre. Si fa sera quando un’intera città, già duramente provata da tante altre tragedie, deve confrontarsi con l’ennesima morte che si poteva evitare. Si fa sera quando un’altra città, che accoglie figli di altre terre per aiutarli a inseguire i loro sogni, diventa scenario di inammissibili guerre tra fratelli, i quali all’improvviso smettono di esserlo e diventano, alcuni, prede e, altri, predatori. Si fa sera quando, insieme al fratello che provoca il fratello fino a ucciderlo, senza neppure rendersi conto dell’irrazionalità delle sue pretese e della gravità dei suoi atti, è l’umanità stessa a morire e a dover dichiarare un’altra inutile sconfitta.
In questa nostra sera, come in quella dei due discepoli del Vangelo, sentiamo il bisogno di gridare al Signore: «Resta con noi». E lui — il Risorto — ci sta già precedendo e accompagnando, anche se i nostri occhi — come i loro — forse sono ancora «impediti a riconoscerlo».
Ci sta precedendo e accompagnando venendo con noi nella nostra “Emmaus”. Quel «villaggio […] distante circa undici chilometri da Gerusalemme», al tempo in cui si sono svolti i fatti narrati nel Vangelo, non esisteva neppure. Ma non è un errore di localizzazione o una svista dell’evangelista. Probabilmente è il tentativo di collocare concretamente i due discepoli — e noi con loro — davanti a un rischio, che può avere diverse sfaccettature e molteplici conseguenze e che tutti corriamo: il rischio di fuggire dalla realtà, ritenendola scomoda e pensando di potersi dirigere altrove. Se Gerusalemme è il luogo della responsabilità e del coraggio, dove si arriva per compiere il proprio cammino e adempiere la propria missione fino al punto di dare la vita, un ipotetico «villaggio distante da Gerusalemme» può rappresentare innanzitutto la pretesa di poterla conservare, la vita, o addirittura di poterla prendere fino al punto di toglierla; può rappresentare l’utopia di una realtà alternativa, costruita a propria misura, dove si pensa solo a se stessi e dove, poco a poco, si diventa sempre più autoreferenziali, egoisti e narcisisti, fino a sminuire, calpestare e annullare il valore degli altri. Non è un’accusa, la mia, ma una preoccupazione seria e sofferta: la stessa che mons. Corrado Sanguineti, Vescovo di Pavia, ha espresso nel suo messaggio per la morte di Gabriele, dichiarando che «questo nuovo episodio di violenza gratuita e assurda […], oltre a suscitare dolore e turbamento, desta domande drammatiche sul vuoto che abita il cuore di non pochi adolescenti e giovani, sulla disumana ferocia che esplode, spesso in un contesto di relazioni violente di possesso, vissute e coltivate in un clima di eccitazione e alla ricerca di sempre nuove emozioni, perdendo il senso della realtà e qualsiasi capacità di empatia».
Se poi a questo «villaggio distante da Gerusalemme» si dà il nome di Emmaus, conoscendo la storia dell’antico Israele, il pensiero va a un luogo in cui si vince senza meriti, solo per la presunzione di avere Dio dalla propria parte. E anche in questo caso si pone una domanda altrettanto drammatica, se non addirittura più sconcertante, in merito all’arroganza di poter diventare dio di se stessi e di poter vantare vittorie facili a danno di indifesi.
Ma Emmaus — questo paradossale luogo che non è un luogo — può rappresentare semplicemente il bisogno di fuggire, anche solo verso l’ignoto, pur di sottrarsi a una realtà diventata troppo pesante da affrontare. È il rischio che forse anche noi stiamo correndo proprio ora, sforzandoci di celebrare fiduciosi la Pasqua del Signore, mentre ci chiediamo sgomenti il perché di questa e di tante altre tragedie, incomprensibili e inaccettabili. Come possiamo continuare a credere nella vita, se tutto ci parla di morte? Come possiamo continuare a sperare, se ci sentiamo sconfitti e annientati? Come possiamo continuare a fare spazio alla gioia, se siamo affranti dal dolore? In ogni caso, Emmaus è un passaggio obbligato per poter tornare a Gerusalemme con una consapevolezza diversa, che ci riconcilia con noi stessi, con gli altri e con Dio, con le ferite della nostra memoria, le incertezze sul nostro futuro e la precarietà del nostro presente. In un modo o nell’altro, gli undici chilometri che separano Gerusalemme da Emmaus sono il tempo che serve e che basta perché si faccia sera, e perché ogni sera diventi il preludio di un giorno nuovo da vivere con una responsabilità più matura, illuminata dal senso della vita, sostenuta dall’audacia della speranza e aperta alla sfida della gioia. È questa la risurrezione che oggi celebriamo e invochiamo.
E mentre, nella nostra sera, continuiamo a chiedere al Signore di restare con noi, lui — il Risorto che ci precede e ci accompagna — ci risponde mettendoci davanti la promessa di «un cielo nuovo e una terra nuova» e dicendoci ancora una volta: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Professando la nostra fede nella risurrezione, vogliamo credere che Dio ha già fatto una cosa nuova con Gabriele, donandogli la vita eterna nel momento stesso in cui gli è stata rubata la vita terrena. Vogliamo credere che vuole fare una cosa nuova con ciascuno di noi, liberandoci dall’assuefazione e dalla rassegnazione all’odio, alla violenza e alla sete di vendetta e aiutandoci a imparare dagli errori — nostri e degli altri — per ritrovare la strada del bene, della verità e della giustizia. Condivido e rilancio l’esigenza — espressa dal Vescovo di Pavia a conclusione del suo messaggio — «di educazione, di adulti, di famiglie, di comunità che possano offrire proposte di vita e di significato, contro il nichilismo e contro l’immersione in una vita irreale che fa perdere il gusto e l’amore vero alla vita, alle persone, alla realtà».
Esorto tutti a restare umani e a crescere sempre più in umanità, non limitandoci ad aumentare i sistemi di controllo o a esasperare l’esemplarità delle pene, ma investendo nella formazione e nell’accompagnamento delle coscienze, attraverso la testimonianza della vita nuova che il Signore risorto ci comunica. Mentre ci svela il senso delle Scritture e spezza il pane per noi, faccia ardere il nostro cuore come quello dei discepoli, apra i nostri occhi perché possiamo riconoscerlo e ci restituisca la fiducia e la responsabilità per costruire spazi di accoglienza sincera, di fraternità autentica e di pace duratura.
L’articolo L’omelia dell’arcivescovo Alessandro Damiano durante l’estremo saluto a Gabriele: quando un fratello ne uccide un altro è l’umanità stessa a morire proviene da Sicilia ON Press.
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Fonte: Sicilia On Press
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