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Lavoro minorile: un fenomeno allarmante anche ad Agrigento

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Lavoro minorile: un fenomeno allarmante anche ad Agrigento. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Cronaca.

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Nella Giornata mondiale contro il lavoro minorile, i numeri di un’Italia che fatica a contarsi — e l’ombra lunga che si allunga sulla provincia di Agrigento

C’è una statistica che non esiste, e proprio per questo dovrebbe inquietarci più di tutte le altre. Se si chiede a un’istituzione quanti siano i bambini e gli adolescenti che lavorano nella provincia di Agrigento, la risposta è il silenzio. Non perché il fenomeno non ci sia, ma perché nessuno lo misura a questa scala. Il lavoro minorile, in Italia, è un fenomeno che si conta male e si vede peggio: sommerso per definizione, sfuggente per natura, invisibile per comodità. E ciò che non si misura, com’è noto a chiunque si occupi di scienze sociali, tende a non esistere agli occhi di chi decide.

Il 12 giugno, Giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile, offre l’occasione per rimettere a fuoco un problema che la retorica del progresso vorrebbe relegare all’Ottocento delle solfatare e dei carusi, e che invece pulsa, sotterraneo, nel presente.

Il paese che non riesce a contarsi

I dati nazionali, quando ci sono, raccontano un’emergenza tutt’altro che archiviata. L’indagine Non è un gioco, condotta da Save the Children con la Fondazione Di Vittorio e tuttora l’unica a tracciare sistematicamente il lavoro precoce, stima che il 6,8 per cento dei minori tra i sette e i quindici anni svolga o abbia svolto un’attività lavorativa: quasi un ragazzo su quindici, circa 336 mila in tutto il Paese. È una media che addormenta. Disaggregata, si fa allarmante: tra i quattordici e i quindici anni la quota sale verso il venti per cento — un minorenne su cinque — e oltre un quarto di loro è stato impiegato in attività ritenute dannose, svolte di notte, in orari prolungati o percepite come pericolose dagli stessi adolescenti.

A questa fotografia, già datata, il quarto Rapporto statistico dell’UNICEF Italia, presentato proprio il 12 giugno, aggiunge un dato che pesa come un atto d’accusa: tra il 2020 e il 2025 il numero di minorenni occupati nella fascia quindici-diciassette anni è più che raddoppiato, passando da 35.505 a oltre 81 mila unità. Cresce l’occupazione precoce, crescono le denunce di infortunio dei lavoratori under 17 — quasi diciannovemila nel solo 2024 — e resta inciso, già nei primi contratti, un divario di genere che vede i ragazzi guadagnare in media trecentotrentacinque euro a settimana contro i duecentosessantasette delle coetanee.

Il profilo del minore che lavora ha contorni precisi: in due casi su tre è maschio, in una percentuale non trascurabile ha un retroterra migratorio, e — questo è il punto che dovrebbe inchiodarci — quasi un terzo di chi lavora nella fascia quattordici-quindici anni lo fa nei giorni di scuola, saltando lezioni. Qui il lavoro minorile smette di essere un fatto economico e diventa una questione educativa, anzi esistenziale: è il furto di un futuro.

Perché Agrigento non ha un numero

Stabilito che la cifra provinciale non esiste, il mestiere del ricercatore impone di leggere gli indizi. E gli indicatori-spia, per la Sicilia e per l’Agrigentino, compongono un quadro che non lascia tranquilli.

Il primo è la dispersione scolastica, che dell’ingresso precoce nel lavoro è insieme causa e sintomo. La Sicilia è la maglia nera d’Italia: il tasso di abbandono precoce, intorno al diciassette per cento, sfiora il doppio della media nazionale, e gli osservatori specializzati collocano espressamente Agrigento, accanto a Catania, tra le città dell’isola in posizione più critica. A ciò si somma la dispersione implicita — i ragazzi che il diploma lo ottengono ma escono da scuola senza le competenze di base: in Sicilia oltre la metà degli studenti non raggiunge la sufficienza nelle prove di lettura.

Il secondo indizio è il bacino dei NEET, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano: in Sicilia toccano il 25,7 per cento della fascia quindici-ventinove anni. Il terzo è la fragilità economica delle famiglie: l’isola registra la più alta incidenza nazionale di nuclei a bassa intensità lavorativa, intorno al cinquantotto per cento. Sono, questi, i tre vertici del triangolo entro cui il lavoro minorile prospera. Il Garante per l’Infanzia lo dice senza giri di parole: nelle regioni del Sud, e in Sicilia in modo particolare, esiste una correlazione evidente tra abbandono scolastico e lavoro precoce, concentrata proprio sui quattordici-quindicenni.

L’agricoltura, e ciò che l’Agrigentino conosce bene

C’è poi un dato di struttura economica che riguarda da vicino la nostra provincia. L’esperienza sul campo più consolidata di contrasto al lavoro minorile in Sicilia è il progetto Liberi dall’invisibilità, attivo dal 2022 nella cosiddetta “fascia trasformata” del Ragusano, un’area di agricoltura intensiva storicamente segnata dallo sfruttamento del lavoro nei campi, dove in pochi anni sono state intercettate centinaia di persone, per metà minori.

Chi conosce la geografia produttiva agrigentina — la viticoltura, l’orticoltura, la raccolta stagionale, la filiera della pesca e quella, antichissima, del lavoro a domicilio e dell’aiuto familiare nelle attività commerciali — sa che il confine tra il “dare una mano” e lo sfruttamento è sottile e poroso. È nelle pieghe di quel “si è sempre fatto così”, nella tradizione del minore che affianca il padre nella bottega o nel fondo, che il lavoro precoce trova la sua più efficace giustificazione culturale. La continuità con il mondo dei carusi delle zolfare, che la grande denuncia letteraria di Sicilia incise nella coscienza nazionale, non è solo memoria: è un’eredità che muta forma e sopravvive.

Il circolo vizioso, e una responsabilità

Sociologicamente, il meccanismo è limpido e crudele. La povertà economica della famiglia spinge il minore verso un reddito immediato; il lavoro erode la frequenza scolastica; l’abbandono compromette le competenze; la mancanza di competenze condanna all’occupazione povera e precaria, o al limbo dei NEET; e questa, a sua volta, riproduce la povertà nella generazione successiva. È un circolo che si chiude su sé stesso con la precisione di una trappola. Spezzarlo non è opera di buona volontà, ma di politiche: contrasto alla povertà dei nuclei familiari, presa in carico territoriale dei minori a rischio, raccordo tra servizi pubblici e terzo settore, e — prima di tutto — la scelta, niente affatto neutra, di andare a cercare i numeri dove oggi c’è il vuoto.

Perché il punto resta quello da cui siamo partiti. Una provincia che non possiede una misura del proprio lavoro minorile è una provincia che ha deciso, anche solo per inerzia, di non guardare. E la prima forma di tutela dell’infanzia, prima ancora dell’ispezione e del sussidio, è il coraggio di contare ciò che ci fa paura vedere.

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Fonte: Report Sicilia

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