Maddalusa dimenticata, Report Sicilia tiene accesa la luce. La legge è uguale per tutti, ma l’acqua continua a dividere Agrigento. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

L’articolo 3 della Costituzione sancisce il principio di uguaglianza, mentre l’articolo 48 del Testo unico dell’edilizia disciplina le forniture agli immobili abusivi. Ma perché a Maddalusa centinaia di famiglie continuano a vivere nell’incertezza? Dopo mesi di proteste, riunioni e promesse, l’attenzione mediatica si è progressivamente affievolita. Report Sicilia torna sulla vicenda, richiama le responsabilità delle istituzioni e chiede al sindaco Michele Sodano, ad AICA e all’ATI di spiegare quali soluzioni siano state concretamente individuate. Perché l’emergenza non finisce quando si spengono le telecamere.
AGRIGENTO. C’è un quartiere della città che sembra essere stato progressivamente dimenticato. Si chiama Maddalusa.
Un territorio nel quale centinaia di famiglie hanno vissuto mesi di enormi difficoltà nell’approvvigionamento idrico, mentre la discussione pubblica si è consumata tra richiami alle leggi urbanistiche, riunioni istituzionali, dichiarazioni politiche e promesse di possibili soluzioni.
Poi, lentamente, è calato il silenzio.
Non perché il problema sia stato definitivamente risolto.
Non perché sia arrivata una soluzione strutturale.
Ma perché l’attenzione pubblica sembra essersi spostata altrove.
Report Sicilia, invece, torna a parlarne.
E continuerà a farlo finché non saranno chiarite le ragioni delle decisioni adottate e le possibilità concrete di garantire un approvvigionamento idrico conforme alla legge e rispettoso delle esigenze sanitarie delle persone.
Perché una città non può permettersi di dimenticare una parte dei propri cittadini.
E un giornale non può considerare conclusa un’inchiesta soltanto perché sono trascorsi alcuni mesi.
Quando gli altri spengono i riflettori, Report Sicilia continua a tenere accesa la luce
C’è una questione che vogliamo affrontare immediatamente.
Riguarda il ruolo dell’informazione agrigentina.
Maddalusa è stata al centro delle cronache quando sono cominciate le proteste.
Quando i cittadini hanno manifestato.
Quando si sono svolti gli incontri istituzionali.
Quando il sindaco ha rilasciato dichiarazioni.
Quando si è riunito il Consiglio comunale.
Quando sono intervenuti AICA, ATI e Protezione civile.
Poi l’attenzione di buona parte dell’informazione locale si è progressivamente affievolita.
Le prime pagine hanno lasciato spazio ad altre notizie.
Le domande sono diminuite.
Le richieste di chiarimenti sono diventate meno frequenti.
Ma le famiglie di Maddalusa non possono vivere soltanto nel tempo concesso loro dall’agenda mediatica.
L’emergenza non finisce quando finisce una diretta.
E una promessa non diventa una soluzione soltanto perché nessuno torna più a chiedere se sia stata mantenuta.
Report Sicilia rivendica di avere continuato a seguire questa vicenda.
Abbiamo raccontato le proteste.
Abbiamo pubblicato le segnalazioni.
Abbiamo esaminato le disposizioni di AICA e ATI.
Abbiamo posto domande sulle autobotti e sulle forniture nelle zone non servite dalla rete.
Abbiamo documentato il caso Santa Rosa.
Abbiamo chiesto chiarimenti sul rifornimento del canile.
Abbiamo affrontato la questione delle competenze del sindaco e degli strumenti di intervento previsti dalla legge.
E oggi torniamo a parlare dell’articolo 3 della Costituzione, dell’articolo 48 del Testo unico dell’edilizia e delle responsabilità delle amministrazioni pubbliche.
Non pretendiamo applausi.
Non chiediamo riconoscimenti.
Rivendichiamo semplicemente di continuare a fare il nostro lavoro.
Perché il giornalismo non consiste soltanto nel raccontare ciò che accade.
Consiste anche nel ricordare ciò che non è stato risolto.
Il silenzio dell’informazione finisce per favorire chi dovrebbe rispondere
C’è un effetto del silenzio mediatico che merita una riflessione.
Quando un problema scompare dalle pagine dei giornali, diminuisce anche la pressione pubblica su chi ha il compito di affrontarlo.
Le amministrazioni vengono interrogate meno frequentemente.
Le promesse non vengono confrontate con i risultati.
Le responsabilità finiscono per confondersi.
E una questione ancora aperta rischia di essere percepita come superata.
Non sappiamo perché altre redazioni abbiano ridotto l’attenzione su Maddalusa.
Ma sappiamo che il silenzio, anche quando non è intenzionale, può favorire chi dovrebbe fornire risposte.
E Report Sicilia non intende contribuire a questo silenzio.
Perché la funzione di un giornale non è rendere più comoda la vita di chi governa.
È verificare come viene esercitato il potere pubblico.
Anche quando le domande diventano scomode.
Soprattutto quando diventano scomode.
Sindaco Sodano, si ricorda ancora di Maddalusa?
E arriviamo al sindaco di Agrigento.
Michele Sodano.
Il sindaco che durante la campagna elettorale aveva annunciato un cambiamento nel modo di amministrare la città.
Il sindaco che ha partecipato agli incontri sulla crisi idrica.
Il sindaco che ha richiamato la necessità di rispettare la legge e di individuare soluzioni istituzionali.
Oggi gli rivolgiamo una domanda molto semplice.
Sindaco Sodano, si ricorda ancora delle famiglie di Maddalusa?
Si ricorda delle proteste?
Delle richieste di aiuto?
Delle riunioni?
Delle persone che chiedevano soltanto di poter acquistare acqua potabile attraverso procedure regolari?
Si ricorda di quelle famiglie che hanno creduto nel cambiamento promesso durante la campagna elettorale?
Tra quei cittadini ci sono certamente persone che hanno votato per lei e altre che hanno scelto candidati differenti.
Ma questo non dovrebbe avere alcuna importanza.
Un sindaco rappresenta tutti, anche chi non lo ha votato.
E soprattutto non può dimenticare i problemi dei cittadini quando le telecamere si spengono.
La domanda non è se Michele Sodano abbia partecipato a qualche riunione.
La domanda è un’altra.
Quale risultato concreto è stato raggiunto?
Quali atti sono stati adottati?
Quali soluzioni sono state individuate?
Quali richieste sono state formalmente presentate ad AICA e ATI?
Quali risposte sono arrivate?
E soprattutto, quale percorso è stato predisposto per garantire alle famiglie un approvvigionamento idrico compatibile con la normativa?
Perché amministrare significa assumersi responsabilità.
Non limitarsi a raccontare le difficoltà.
L’articolo 3 della Costituzione vale anche a Maddalusa
La questione giuridica merita di essere affrontata senza slogan.
L’articolo 3 della Costituzione italiana stabilisce il principio di uguaglianza davanti alla legge.
Questo principio non consente trattamenti arbitrariamente differenti tra persone che si trovano nelle medesime condizioni giuridiche.
Ma impone anche di considerare le differenze effettivamente esistenti tra situazioni diverse.
Ed è proprio qui che nasce il problema di Maddalusa.
Perché immobili urbanisticamente irregolari, anche nello stesso territorio comunale, possono trovarsi in condizioni di approvvigionamento idrico completamente differenti?
Alcuni risultano serviti dalla rete.
Altri hanno avuto contratti risalenti nel tempo.
Altri ancora non possono ottenere nuove utenze.
E in determinate zone anche il servizio sostitutivo mediante autobotti è stato sottoposto a limitazioni particolarmente incisive.
Esistono ragioni giuridiche che possono spiegare queste differenze.
Ma devono essere indicate.
Documentate.
Rese comprensibili.
Non basta dire genericamente che la legge impedisce la fornitura.
Bisogna spiegare quale disposizione si applica a ciascuna situazione e perché.
L’articolo 48 non è stato scritto per Maddalusa
La norma al centro della controversia è l’articolo 48 del D.P.R. 380 del 2001.
Il Testo unico dell’edilizia.
Una disposizione statale che disciplina i rapporti tra aziende erogatrici di servizi pubblici e immobili realizzati in assenza dei necessari titoli edilizi.
Non è una legge speciale per Agrigento.
Non è una norma destinata esclusivamente a Maddalusa.
Vale sull’intero territorio nazionale, secondo le condizioni e le distinzioni previste dal legislatore.
Tra queste assumono rilievo anche la data di realizzazione delle opere, l’esistenza di precedenti contratti e la documentazione urbanistica richiesta.
Per questo non è corretto sostenere che la legge imponga automaticamente il distacco immediato di tutte le utenze esistenti negli immobili abusivi.
Ma non sarebbe corretto neppure pretendere che un’eventuale fornitura illegittima ad altri immobili costituisca un diritto a ottenere identico trattamento.
Il principio di uguaglianza non attribuisce un diritto all’illegittimità.
Impone però alle amministrazioni di applicare criteri coerenti, verificabili e non arbitrari.
Ed è questo che chiediamo.
Perché l’interpretazione più restrittiva sembra ricadere su chi non ha già un contratto?
Questa è una delle questioni più importanti.
In diversi territori esistono immobili abusivi che risultano dotati di allacci idrici risalenti nel tempo.
In altri casi le forniture sono state interrotte.
In altri ancora vengono impedite nuove attivazioni.
Non tutte queste situazioni sono necessariamente comparabili.
Ma proprio per questo occorre una ricognizione seria.
Se un immobile dispone di un contratto legittimamente stipulato in passato, bisogna verificare quale disciplina ne regoli oggi la permanenza.
Se un altro immobile non può ottenere un nuovo contratto, bisogna spiegare perché.
E se esistono soluzioni alternative per l’approvvigionamento mediante trasportatori autorizzati, bisogna chiarire quali siano consentite e a quali condizioni.
La domanda fondamentale resta questa.
Perché una famiglia che non dispone di un allaccio deve incontrare ostacoli così gravi anche per procurarsi acqua potabile attraverso un sistema alternativo?
Nessuno chiede di trasformare una casa abusiva in una casa regolare.
Nessuno chiede di cancellare i vincoli paesaggistici.
Nessuno chiede di ignorare la normativa urbanistica.
Si chiede di verificare se sia possibile garantire alle persone un approvvigionamento minimo senza attribuire alcuna legittimazione edilizia agli immobili.
L’acqua non sana un abuso edilizio
È un concetto che continuiamo a ripetere.
E che qualcuno sembra non voler affrontare fino in fondo.
Consegnare acqua a una persona non significa necessariamente sanare l’immobile nel quale quella persona vive.
Non significa rilasciare un permesso di costruire.
Non significa cancellare un vincolo.
Non significa impedire una demolizione eventualmente prevista dalla legge.
Significa affrontare un’esigenza sanitaria.
Naturalmente le modalità concrete di fornitura devono rispettare le disposizioni applicabili.
Ma proprio per questo è necessario distinguere tra contratti ordinari, forniture all’ingrosso, trasporto autorizzato e interventi emergenziali.
Sono fattispecie differenti.
E non possono essere considerate automaticamente identiche.
AICA e ATI devono chiarire quali soluzioni siano effettivamente praticabili.
Non attraverso risposte generiche.
Attraverso un’analisi giuridica puntuale e pubblica.
Uno Stato che per decenni ha visto crescere l’abusivismo deve interrogarsi sulle proprie responsabilità
C’è poi una questione ancora più grande.
L’abusivismo edilizio in Italia non nasce oggi.
Non nasce nel 2026.
E non nasce certamente a Maddalusa.
Per decenni interi territori sono stati interessati da costruzioni irregolari, domande di condono, pratiche rimaste pendenti, ordinanze di demolizione e contenziosi amministrativi.
E allora dobbiamo chiederci come sia stato possibile.
Dove erano i controlli?
Quali amministrazioni avrebbero dovuto intervenire?
Quante ordinanze sono state effettivamente eseguite?
Quali strumenti di prevenzione sono stati utilizzati?
Perché determinate situazioni si sono consolidate per decenni?
Parlare di una correità penale generalizzata dello Stato sarebbe improprio.
Ma è assolutamente legittimo discutere delle responsabilità amministrative e istituzionali derivanti dall’eventuale inerzia degli enti pubblici.
Perché la legalità non può essere ricordata soltanto quando bisogna negare un servizio.
Deve essere esercitata anche attraverso la prevenzione, i controlli e l’esecuzione tempestiva dei provvedimenti.
La legge non può diventare una ghigliottina sociale
La repressione dell’abusivismo edilizio è un dovere dello Stato.
Ma esiste anche l’articolo 32 della Costituzione.
Quello che tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.
E l’assenza di acqua potabile può determinare conseguenze sanitarie particolarmente gravi.
Non soltanto per le persone anziane.
Non soltanto per i bambini.
Non soltanto per chi soffre di determinate patologie.
L’acqua è necessaria per l’igiene personale, per la pulizia degli ambienti e per le esigenze quotidiane di ogni famiglia.
Nel luglio scorso la Protezione civile regionale ha individuato specifiche categorie di soggetti fragili alle quali garantire un approvvigionamento emergenziale.
Questo dimostra che la dimensione sanitaria della vicenda è stata riconosciuta dalle istituzioni.
Ma resta una domanda.
È possibile individuare una soluzione minima e legalmente sostenibile anche per le altre famiglie?
Oppure dobbiamo considerare normale che un’intera comunità continui a vivere nell’incertezza?
I medici, la sanità pubblica e le responsabilità delle istituzioni
Tra le riflessioni emerse sulla vicenda vi è anche quella secondo cui la tutela sanitaria dovrebbe prevalere sulle rigidità burocratiche.
È un tema serio.
Ma occorre distinguere le competenze.
Un medico, per il solo fatto di essere iscritto all’Ordine, non può ordinare autonomamente a un gestore idrico di attivare forniture in deroga alla legge.
Diverso è il ruolo delle autorità sanitarie competenti.
Esse possono valutare i rischi per la salute pubblica e fornire gli elementi tecnici necessari all’adozione degli eventuali provvedimenti previsti dall’ordinamento.
Ed è proprio questo che chiediamo.
Esiste una valutazione sanitaria complessiva e aggiornata sulle condizioni di vita dei residenti di Maddalusa?
È stata richiesta?
È stata effettuata?
Quali conclusioni ha prodotto?
E quali iniziative sono state adottate sulla base di quelle conclusioni?
Anche queste sono domande alle quali qualcuno dovrebbe rispondere.
Una ricognizione seria degli immobili, senza promesse impossibili
La vicenda non può essere affrontata considerando automaticamente identiche tutte le abitazioni.
Occorre verificare le singole situazioni.
Le date di costruzione.
Le pratiche di sanatoria.
I vincoli esistenti.
La documentazione urbanistica.
Le eventuali utenze precedenti.
La collocazione rispetto alle aree sottoposte a tutela paesaggistica e archeologica.
Una ricognizione che coinvolga Comune, Soprintendenza e gli altri enti competenti.
Non per promettere condoni impossibili.
Non per aggirare la legge.
Ma per distinguere ciò che può essere regolarizzato da ciò che non può esserlo e individuare le soluzioni consentite per le persone.
La legalità si esercita attraverso gli accertamenti, non attraverso le generalizzazioni.
Anche il Parlamento deve assumersi le proprie responsabilità
Negli appunti e nelle proposte emerse nel dibattito viene richiamata anche la possibilità di modificare l’articolo 167 del Codice dei beni culturali.
La norma disciplina l’accertamento di compatibilità paesaggistica entro limiti precisi.
Un eventuale ampliamento delle possibilità di valutazione richiederebbe un intervento legislativo nazionale.
E dovrebbe comunque rispettare la tutela del paesaggio, i vincoli archeologici e le altre disposizioni urbanistiche.
Non sarebbe una sanatoria automatica.
Non potrebbe cancellare indiscriminatamente i vincoli.
Ma potrebbe essere oggetto di un confronto parlamentare fondato su criteri tecnici e giuridici.
E allora anche ai rappresentanti istituzionali che hanno seguito la vicenda chiediamo una cosa.
Quali proposte normative concrete sono state presentate?
Quali modifiche sono state elaborate?
Quali interlocuzioni sono state avviate?
Perché una soluzione legislativa non nasce da una dichiarazione.
Nasce da un testo, da una proposta e da un procedimento parlamentare.
Santa Rosa e le autobotti, le domande non sono scomparse
E poi c’è il caso Santa Rosa.
Un’autobotte AICA arrivata alla parrocchia del Villaggio Mosè.
Una fornitura che la presidente Danila Nobile ha ricondotto a un errore nella gestione della pratica e dei codici temporanei.
Una vicenda sulla quale Report Sicilia ha chiesto chiarimenti documentali.
Quante forniture erano state effettuate?
Quale procedura era stata seguita?
Quando erano stati generati i codici?
Quale verifica era stata svolta?
E quali erano stati gli esiti degli accertamenti annunciati?
Sono domande che conservano tutta la loro importanza.
Perché non si tratta di contestare l’acqua arrivata a una parrocchia.
Si tratta di capire perché la stessa possibilità di approvvigionamento non sia stata riconosciuta ad altri cittadini nelle condizioni previste dalla legge.
Se esistono differenze giuridiche, vengano spiegate.
Se si è verificato un errore, venga documentato.
Se le procedure devono essere corrette, vengano corrette.
Ma il silenzio non può sostituire le risposte.
AICA e ATI, adesso servono atti e non dichiarazioni
Le responsabilità istituzionali devono essere distinte.
AICA gestisce il servizio idrico.
ATI esercita le funzioni che le competono nell’organizzazione e nella regolazione del servizio.
Il Comune rappresenta i cittadini e dispone delle attribuzioni previste dalla legge in materia di amministrazione del territorio e tutela della salute pubblica.
La Regione e gli organismi di Protezione civile intervengono nell’ambito delle rispettive competenze.
Nessuno può sostituirsi arbitrariamente agli altri.
Ma neppure è accettabile che la distinzione delle competenze diventi un modo per lasciare un problema senza soluzione.
Per questo chiediamo che siano resi pubblici gli atti adottati, le richieste presentate e le risposte ricevute.
Vogliamo sapere quale sia oggi la posizione ufficiale di AICA.
Quale sia quella dell’ATI.
Quali iniziative abbia assunto il Comune.
Quali soluzioni siano state valutate e per quali ragioni eventualmente escluse.
Non chiediamo miracoli. Chiediamo trasparenza amministrativa.
Sindaco Sodano, governare significa anche non dimenticare
Torniamo al sindaco.
Perché alla fine Michele Sodano deve rispondere ai cittadini di Agrigento.
Non a Report Sicilia.
Non a Giuseppe Di Rosa.
Ai cittadini.
Il problema Maddalusa era già esploso quando la sua amministrazione si è insediata.
Non gli si possono attribuire automaticamente tutte le responsabilità accumulate negli anni precedenti.
Ma oggi è lui il sindaco.
Ed è lui che deve spiegare quali iniziative abbia assunto durante il proprio mandato.
Non basta dire che il sindaco non è un legislatore.
Questo è vero.
Ma il sindaco è il rappresentante della comunità locale.
Può chiedere chiarimenti.
Può promuovere incontri.
Può sollecitare gli enti competenti.
Può disporre accertamenti nell’ambito delle proprie attribuzioni.
Può rendere pubbliche le risposte ricevute.
E soprattutto può continuare a occuparsi di un problema anche quando l’attenzione politica e mediatica si è affievolita.
Perché le famiglie di Maddalusa non possono essere ricordate soltanto quando scendono in piazza.
Il giornalismo non deve fare l’addetto stampa del potere
Questa vicenda ci porta inevitabilmente a una riflessione sul ruolo dell’informazione.
Un giornale non è l’ufficio stampa di un’amministrazione.
Non deve limitarsi a pubblicare comunicati.
Non deve raccontare soltanto inaugurazioni, incontri e dichiarazioni.
Deve verificare.
Deve ricordare.
Deve controllare.
Deve tornare sulle notizie.
Deve chiedere che fine abbiano fatto le promesse.
E deve farlo indipendentemente dal colore politico di chi governa.
Report Sicilia non pretende di essere l’unico giornale a svolgere questo lavoro.
Ci sono colleghi che continuano a cercare documenti e a porre domande difficili.
Ma siamo convinti che l’informazione locale abbia bisogno di recuperare con forza la propria funzione di controllo democratico.
Perché quando il giornalismo rinuncia a fare domande, il potere pubblico perde uno dei suoi controlli più importanti.
E a pagarne le conseguenze sono soprattutto i cittadini.
Non siamo noi a dover dimenticare Maddalusa
Qualcuno potrebbe domandarsi perché continuiamo a tornare su questa vicenda.
La risposta è semplice.
Perché non è stata definitivamente chiarita.
Perché ci sono ancora famiglie che chiedono risposte.
Perché ci sono norme da interpretare correttamente.
Perché esistono responsabilità istituzionali da ricostruire.
Perché occorre distinguere la tutela del territorio dalla tutela della salute.
E perché il principio di uguaglianza davanti alla legge merita molto più di una citazione occasionale.
Non chiediamo che Maddalusa venga posta al di sopra della legge.
Chiediamo che la legge venga applicata attraverso criteri coerenti e che ogni differenza di trattamento sia adeguatamente motivata.
Chiediamo che le amministrazioni non dimentichino le proprie responsabilità storiche.
Chiediamo che la repressione dell’abusivismo non faccia scomparire la questione sanitaria.
Chiediamo che le persone non vengano abbandonate tra competenze che si sovrappongono e decisioni che nessuno riesce a spiegare.
La legge è uguale per tutti. Anche il diritto a ricevere risposte
Alla fine, la questione Maddalusa può essere riassunta in una domanda.
Se la legge è uguale per tutti, perché è così difficile spiegare ai cittadini come venga applicata?
Non pretendiamo che tutte le abitazioni abbiano la stessa situazione giuridica.
Non pretendiamo che ogni immobile possa essere sanato.
Non pretendiamo che AICA violi la normativa.
Pretendiamo però che le istituzioni chiariscano ciò che è consentito, ciò che è vietato e ciò che può essere fatto per garantire condizioni igienico-sanitarie dignitose.
Perché un divieto deve avere una base normativa.
Una decisione deve avere una motivazione.
Una differenza di trattamento deve avere una giustificazione.
E una promessa deve essere seguita da atti.
Report Sicilia continuerà a tenere accesa la luce
Vogliamo chiudere tornando al punto dal quale siamo partiti.
Il silenzio.
Quel silenzio che progressivamente è calato su Maddalusa.
Quel silenzio che rischia di far dimenticare un’emergenza ancora meritevole di attenzione.
Quel silenzio che può diventare comodo per chi amministra e drammatico per chi continua ad aspettare.
Report Sicilia non intende partecipare a questo silenzio.
Continueremo a cercare documenti.
Continueremo a chiedere risposte.
Continueremo a seguire le iniziative del sindaco Sodano.
Continueremo a verificare le decisioni di AICA e ATI.
Continueremo a raccontare le difficoltà delle famiglie.
E continueremo a distinguere i fatti accertati dalle dichiarazioni politiche, dalle ipotesi e dalle promesse.
Non perché vogliamo sostituirci alle istituzioni.
Ma perché vogliamo che le istituzioni esercitino fino in fondo le proprie responsabilità.
Non chiediamo applausi.
Non chiediamo riconoscimenti.
Non chiediamo che altri giornali ci citino.
Chiediamo soltanto che Maddalusa non venga dimenticata.
Perché una città civile non si misura soltanto dalle opere che inaugura.
Si misura anche dalla capacità di non abbandonare chi vive una difficoltà.
E allora, mentre altrove i riflettori sembrano essersi spenti, Report Sicilia continuerà a tenere accesa la luce.
Finché ci saranno domande senza risposta.
Finché ci saranno atti da verificare.
Finché ci saranno cittadini che chiedono di essere ascoltati.
Maddalusa non è una notizia vecchia.
È un problema ancora aperto.
E noi continueremo a raccontarlo.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

