Non possiamo aspettare New York: la spiaggia di Agrigento se ne sta andando, e non è per colpa del mare che si alza. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

Studio tecnico sull’erosione del litorale agrigentino, con verifica di ciò che è stato fatto a San Leone e di quanto è servito. Il conto della sabbia necessaria, il calcolo di quanto pesa davvero l’innalzamento del livello marino, e un programma di interventi a 30, 90 e 180 giorni. Perché mentre si discute di scenari climatici planetari, il viale delle Dune sta cadendo in mare.
1. Il perimetro del problema
Cominciamo dai numeri, perché sono l’unica cosa che nel dibattito agrigentino sull’erosione manca sistematicamente.
Su scala provinciale, l’Ordine degli Architetti di Agrigento ha quantificato in oltre 140 chilometri di litorale a rischio, da Porto Palo di Menfi a Licata — cioè, in pratica, l’intera costa provinciale. Il 26 settembre lo stesso Ordine, con la Fondazione Architetti del Mediterraneo, porta il tema in un convegno alla Sala Zeus del Palacongressi, con il contributo di Rino La Mendola e di Giovanni Randazzo dell’Università di Messina. È un fatto da registrare: sull’erosione costiera la comunità tecnica agrigentina si è mossa prima dell’amministrazione.
Su scala comunale il dato è di Mareamico, e va letto due volte: dei circa 16 chilometri di costa del Comune di Agrigento, 7 sono aggrediti dall’erosione e interdetti alla balneazione. Fa il 44%. Quasi la metà del litorale della città che ospita la Valle dei Templi non è utilizzabile per il bagno.
Questo è il numero politico della vicenda, e vale la pena di tradurlo. San Leone non è una spiaggia periferica: è il lido di Agrigento, la fascia che in estate passa da circa quattromila residenti a decine di migliaia di presenze, e che costituisce l’unica offerta balneare di una città che vende sé stessa come destinazione culturale e mediterranea. La perdita di 7 chilometri di costa balneabile non è un danno ambientale: è la cancellazione progressiva di un asset economico comunale.
2. Che cosa sta accadendo a San Leone: la cronologia
La spiaggia di San Leone si estende per circa quattro chilometri, articolata in tre settori: il tratto settentrionale davanti al fronte edificato e al porto turistico, protetto da opere rigide; la Spiaggia delle Dune al centro; il settore meridionale del Fiumenaro. È il settore centrale, quello della duna residua e del boschetto retrostante, a essere in arretramento attivo.
La cronologia degli ultimi dodici mesi, ricostruita dalle cronache locali, è una sequenza di cedimenti ravvicinati:
- novembre 2025 — crolla, non per la prima volta, la pista ciclabile di San Leone; Mareamico chiede interventi urgenti;
- gennaio 2026 — il caso finisce in un servizio della Rai: il mare ha raggiunto le infrastrutture del lungomare;
- marzo 2026 — la spiaggia continua a ridursi e viene segnalato il rischio per il boschetto del viale delle Dune;
- aprile 2026 — il mare distrugge la recinzione dell’ex lido dell’esercito, con blocchi finiti in acqua;
- 2026, in più riprese — cedimenti della sede stradale del viale delle Dune.
Questo profilo — infrastrutture lineari costiere che cedono a ripetizione, ricostruite e ricrollate — è la firma diagnostica di un litorale che non ha più il proprio cuscinetto sedimentario. Una spiaggia in equilibrio dissipa l’energia delle mareggiate nella zona dei frangenti e sulla berma; quando la spiaggia emersa scompare, l’energia arriva integra sul primo ostacolo rigido che trova, che a San Leone è il rilevato della pista ciclabile e poi la sede del viale.
Va detto con chiarezza: manca il dato che servirebbe. Non risultano pubblicati rilievi topo-batimetrici periodici della cella litorale, né una serie di posizioni della linea di riva con cui calcolare un tasso di arretramento metro per metro. Gli episodi documentati implicano tassi locali dell’ordine di metri l’anno nei settori critici, ma questa è un’inferenza dalla dinamica dei crolli, non una misura. È la prima lacuna che questo studio chiede di colmare, e costa poco.
3. Perché la spiaggia arretra: il bilancio dei sedimenti, non il livello del mare
Qui si gioca la parte scientificamente decisiva, e conviene fare il calcolo prima di fare il discorso.
Una spiaggia arretra per due famiglie di cause: perché il mare si alza, oppure perché non arriva più sabbia. Sono quantificabili separatamente.
Il termine eustatico. La cosiddetta regola di Bruun stima l’arretramento della linea di riva prodotto dall’innalzamento del livello marino come funzione della pendenza del profilo sommerso. Per il paraggio agrigentino la profondità di chiusura — la batimetrica oltre la quale il profilo non si modifica stagionalmente — calcolata con la formula di Hallermeier per un’altezza d’onda significativa superata 12 ore l’anno di 4 metri e un periodo di 8 secondi, risulta di circa 7,4 metri. Con pendenze del profilo fra 1:50 e 1:100, l’innalzamento eustatico attuale (circa 3,5 mm/anno) produce un arretramento di 0,15–0,29 metri l’anno. Anche raddoppiando il tasso di innalzamento per tenere conto dell’accelerazione attesa, si arriva a 0,29–0,58 metri l’anno.
Il termine sedimentario. Contro questi decimetri stanno gli ordini di grandezza di quello che è stato sottratto al litorale:
- Il porto turistico di San Leone. Un’opera protesa in mare in un litorale a trasporto solido longitudinale intercetta la sabbia sopraflutto e la sottrae al tratto sottoflutto. È il meccanismo per cui, in tutto il Mediterraneo, le spiagge a valle di un porticciolo si consumano mentre a monte si insabbia l’imboccatura. Non è un’ipotesi: è l’idraulica marittima elementare, e a San Leone quel porto c’è.
- La duna e il boschetto sacrificati al viale delle Dune. Il cordone dunale non è un ornamento paesaggistico: è il serbatoio da cui la spiaggia riprende sabbia dopo ogni mareggiata, e la vegetazione retrodunale è ciò che lo trattiene. L’urbanizzazione degli anni Sessanta-Settanta ha sostituito il serbatoio con una strada. Da allora il litorale non ha più riserve: ogni mareggiata è una perdita netta.
- Il taglio dell’alimentazione fluviale. La sabbia delle spiagge agrigentine viene dai fiumi — l’Akragas/San Leone, il Naro, il Drago. Briglie, traverse, invasi e l’estrazione di inerti in alveo hanno ridotto drasticamente il trasporto solido al mare. È la causa strutturale del deficit su tutta la costa meridionale siciliana, e non si risolve sulla battigia.
- Le opere rigide esistenti. Il settore settentrionale è difeso da frangiflutti. Legambiente, con il circolo Rabat, sostiene da tempo che a San Leone i frangiflutti aggravano il problema invece di risolverlo, e che la strada corretta sono i ripascimenti. La tesi ha fondamento tecnico: un’opera rigida che stabilizza un tratto lo fa trattenendo sedimento che altrimenti alimenterebbe il tratto adiacente, e sposta il fronte erosivo di qualche centinaio di metri sottoflutto. Chi protegge un pezzo di costa senza chiudere il bilancio sedimentario della cella non risolve: trasferisce.
- La perdita delle praterie di Posidonia e gli scarichi non depurati, che l’Ordine degli Architetti mette esplicitamente tra i fattori da aggredire. Le praterie smorzano l’energia del moto ondoso al fondo e stabilizzano il sedimento; la loro regressione aumenta la mobilità della sabbia.
La conclusione del confronto è netta. L’innalzamento del mare contribuisce all’arretramento di San Leone per frazioni di metro l’anno. Il deficit sedimentario indotto localmente — porto, duna cancellata, fiumi sbarrati, opere rigide — spiega l’ordine di grandezza restante. Questo non rende il cambiamento climatico irrilevante: ne fa un moltiplicatore (più mareggiate estreme, più energia sulla stessa spiaggia ridotta). Ma individua la leva su cui si può agire, e quella leva è locale.
4. Che cosa è stato fatto, e perché non ha funzionato
I frangiflutti del settore nord. Hanno stabilizzato il fronte edificato, ed è il loro unico merito. Il giudizio di Legambiente — opere che aggravano il problema — va inteso in senso preciso: non “inutili”, ma efficaci localmente e dannose a scala di cella, perché il sedimento trattenuto è quello che manca alla Spiaggia delle Dune. È un successo puntuale dentro un fallimento sistemico.
Le barriere realizzate dalla Regione nel 2022-2023. Nell’Agrigentino la Regione ha realizzato tre barriere di tipo sub-ortogonale alla costa. La critica metodologica di Mareamico è tecnicamente la più interessante di tutta la vicenda: si sarebbero dovute realizzare barriere soffolte parallele alla riva anziché opere ortogonali emergenti. La distinzione non è accademica. Un’opera ortogonale emergente interrompe il trasporto longitudinale e produce erosione a valle; una barriera soffolta parallela riduce l’energia che arriva a riva senza tagliare il flusso di sedimento lungo costa, e non ha impatto paesaggistico. Su un litorale in deficit, la prima famiglia di opere sposta il problema, la seconda lo attenua. A Eraclea Minoa, dove il cantiere è partito alla fine del 2022, il bilancio raccontato da Mareamico è la scomparsa di circa 200 metri di spiaggia e 50 metri di boschetto dal 2017: qualunque sia la quota attribuibile alle opere, non è la traiettoria di un intervento riuscito.
Il progetto di ripascimento del 2008. Esiste, secondo Legambiente, un progetto di ripascimento che avrebbe dovuto essere seguito e che non è stato attuato. Diciotto anni. In diciotto anni la spiaggia ha continuato a ritirarsi e il costo dell’intervento è cresciuto proporzionalmente al volume da recuperare. È il caso di scuola del costo dell’inazione.
I 6,4 milioni oggi stanziati.** Per San Leone risultano finanziati, all’interno di un pacchetto regionale di ventuno opere e con la struttura commissariale regionale contro il dissesto idrogeologico come soggetto attuatore, due interventi: circa **1,4 milioni** per la protezione della fascia costiera e della sede viaria del viale delle Dune, e un’opera marittima più strutturale di **oltre 5 milioni**. Sono risorse reali. Il problema è che al momento della quinta stagione consecutiva di cedimenti non risultano cantieri aperti, e l’Assessorato regionale — riferisce Mareamico al Quotidiano di Sicilia — ha invitato alla pazienza per i tempi delle procedure di gara. La sintesi di Claudio Lombardo è la frase che dovrebbe stare in cima al fascicolo: **il rischio è che la natura sia più veloce della burocrazia.
La pista ciclabile. Ricostruita e ricrollata. È il fallimento più istruttivo, perché è di metodo: si è ripristinata l’infrastruttura senza ripristinare la spiaggia che la protegge. Ogni euro speso così è un euro che il mare si riprende alla prima libecciata.
Il bilancio complessivo, a voler essere esatti, non è “non è stato fatto nulla”. È peggio: è stato fatto, ma nell’ordine sbagliato. Prima le opere rigide, poi (mai) il ripascimento; prima il ripristino dei manufatti, poi (mai) il bilancio sedimentario; prima gli interventi puntuali, poi (mai) il piano di cella.
5. Il conto: quanto costa fare le cose per davvero
Un ripascimento non si misura in metri di spiaggia: si misura in metri cubi di sabbia, e il volume dipende dalla profondità di chiusura, perché la sabbia va posata su tutto il profilo attivo e non solo sulla parte asciutta. Con l’altezza attiva calcolata per questo paraggio (7,4 m di chiusura più 1,5 m di berma, cioè 8,9 metri), per allargare la spiaggia di 25 metri servono:
- sul tratto urgente di 800 metri del viale delle Dune: circa 000 metri cubi, cioè 2,7–4,4 milioni di euro;
- sull’intera cella di 4 chilometri San Leone-Fiumenaro: circa 000 metri cubi, cioè 13,3–22,2 milioni di euro.

- Il grafico contiene l’informazione che nessuno ha ancora messo per iscritto: i 6,4 milioni stanziati, se fossero interamente destinati a ripascimento, allargherebbero l’intera cella di circa 9 metri — sotto la soglia di larghezza che serve sia per la funzione di difesa sia per la fruizione balneare. Bastano, invece, per fare bene il tratto urgente degli 800 metri del viale delle Dune, con risorse residue per il monitoraggio. È una scelta, e va fatta consapevolmente: concentrare tutto dove il rischio è per l’infrastruttura pubblica, oppure spalmare su quattro chilometri un intervento che non raggiunge l’efficacia in nessun punto. La seconda opzione è quella che i procedimenti amministrativi tendono a produrre da soli, se nessuno decide.C’è poi il punto che decide fra successo e fallimento, e non è il progetto: è il bilancio comunale degli anni successivi. Un ripascimento perde ogni anno una frazione del volume versato — tipicamente il 5-10%. Sulla cella di 4 chilometri significa reintegrare 44.000-89.000 metri cubi l’anno, cioè 0,7-2,2 milioni di euro l’anno, per sempre.

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Il secondo grafico è il motivo per cui quasi tutti i ripascimenti italiani vengono ricordati come fallimenti: un versamento una volta sola restituisce la spiaggia di oggi entro circa undici anni, con la sola tendenza di fondo. Non perché il ripascimento non funzioni — funziona, ed è la tecnica corretta su un litorale in deficit — ma perché è una manutenzione, non un’opera. Trattarlo come un’opera, con un capitolo di spesa una tantum, garantisce il fallimento. Il ripascimento con reintegro programmato mantiene la spiaggia sopra la linea attuale per l’intero orizzonte di venti anni.
Tradotto per chi scrive i bilanci: San Leone non ha bisogno di un progetto da 6,4 milioni. Ha bisogno di un progetto da 6,4 milioni più una voce di bilancio ricorrente dell’ordine del milione l’anno. Chi finanzia il primo senza istituire la seconda ha già deciso di buttare il primo.
6. Che cosa deve fare l’amministrazione comunale
Le misure sono ordinate per tempo di attuazione. Le prime non richiedono un euro di opere e sono nella disponibilità immediata del Comune; il riferimento temporale è la stagione delle mareggiate, che comincia adesso.
Entro 30 giorni
- Ordinanza di messa in sicurezza del tratto critico del viale delle Dune: delimitazione dei fronti in arretramento, interdizione dei tratti di pista ciclabile e di sede stradale con il ciglio scalzato, rimozione dei detriti della recinzione dell’ex lido dell’esercito finiti in acqua (sono un pericolo per i bagnanti e un ostacolo al moto ondoso in posizione casuale). Non si ricostruisce nulla prima del punto 3.
- Rilievo topo-batimetrico della cella litorale e restituzione della linea di riva, con drone e rilievo GNSS della berma più batimetria fino a −10 m. Costo dell’ordine di poche decine di migliaia di euro, tempo di esecuzione due-tre settimane. Senza questo dato non esiste un tasso di arretramento, non esiste un progetto difendibile e non esiste un criterio per verificare se i lavori funzionano. È la misura con il massimo rapporto fra valore informativo e costo di tutto l’elenco.
- Richiesta formale e protocollata alla struttura commissariale regionale dello stato dei due procedimenti da 1,4 e oltre 5 milioni, con il cronoprogramma, e istanza di anticipazione degli interventi di somma urgenza sul tratto di sede viaria a rischio. La pazienza chiesta dall’Assessorato va messa per iscritto e datata: è così che si ricostruiscono le responsabilità quando la strada cade.
- Conferenza dei servizi sulla cella litorale con Regione, struttura commissariale, Capitaneria, Genio civile, Demanio marittimo, Soprintendenza e il gestore del porto turistico. La frammentazione delle competenze è il primo fattore di immobilismo.
Entro 90 giorni
- Studio meteomarino e modello di trasporto solido litorale della cella fra il porto di San Leone e il Fiumenaro: clima d’onda al largo, trasferimento a riva, calcolo del trasporto longitudinale netto e lordo, bilancio sedimentario con le sorgenti e i pozzi (incluso l’insabbiamento dell’imboccatura portuale). È il documento che consente di scegliere fra le opzioni progettuali invece di subirle, e che l’Ordine degli Architetti chiede esplicitamente come base della revisione del sistema di barriere.
- Progetto di ripascimento del tratto urgente (800 m) con sabbia compatibile granulometricamente — e la compatibilità va verificata, perché sabbia troppo fine viene dispersa e sabbia troppo grossa altera il profilo e la fruibilità. Va valutata come prima opzione la sabbia di dragaggio dell’imboccatura del porto turistico: è sedimento della stessa cella, intercettato dall’opera che ha contribuito al deficit, e restituirlo a valle chiude un ciclo invece di aprire una cava.
- Verifica tecnica dell’ipotesi di barriere soffolte parallele in alternativa a nuove opere ortogonali emergenti, con valutazione comparativa su base modellistica. Se il modello confermerà l’obiezione di Mareamico, la revisione va fatta prima di appaltare, non dopo.
- Istituzione di una voce di bilancio pluriennale per il reintegro dei ripascimenti, con adeguamento del piano triennale delle opere pubbliche. È una delibera, non un cantiere, e vale più di qualunque opera.
Entro 180 giorni
- Ripristino del cordone dunale e del boschetto retrostante dove lo spazio esiste ancora: geostuoie biodegradabili, captasabbia, impianto di Ammophila e vegetazione psammofila autoctona, passerelle sopraelevate per incanalare l’accesso e recinzioni leggere. È l’intervento con il miglior rapporto costo-efficacia dell’intera casistica: costa ordini di grandezza meno delle opere marittime e ricostruisce il serbatoio di sabbia, cioè la causa. Va accompagnato dalla revisione del regime di transito e sosta sul viale delle Dune.
- Arretramento programmato delle infrastrutture lineari dove il ripascimento non può garantire il franco: la pista ciclabile va ricollocata verso terra, non ricostruita in sito. Ricostruire in posizione è la definizione operativa di spreco.
- Piano di gestione integrata della cella nel piano urbanistico: fascia di arretramento non edificabile calibrata sul tasso misurato al punto 2, divieto di nuove opere rigide senza verifica di cella, vincolo di compatibilità sedimentaria per qualunque intervento sul demanio.
- Intercettazione degli scarichi non depurati verso il litorale balneabile e protocollo con la Regione per la tutela e il ripristino delle praterie di Posidonia, secondo l’indicazione dell’Ordine degli Architetti. Serve alla qualità delle acque e alla stabilità del fondale, che sono lo stesso problema visto da due lati.
7. Perché non possiamo aspettare New York
E qui arriviamo al punto che rende questo studio un articolo e non una relazione.
Mentre la città contava i danni del nubifragio del 19 settembre — 153 millimetri in poche ore, il cedimento di piazza Marconi, lo smottamento sulla statale 640 — il sindaco Sodano era a New York, a un summit sul clima, da cui ha annunciato che si chiederanno fondi alla Regione. Che un sindaco porti la propria città nei tavoli internazionali sulla mobilità e sull’adattamento climatico non è di per sé un errore: è, in linea di principio, il suo mestiere.
Il problema è l’aritmetica delle scale temporali, e i conti di questo articolo la rendono esplicita.
L’innalzamento del livello del mare — l’oggetto proprio di quei tavoli — pesa sull’arretramento di San Leone per 0,15-0,29 metri l’anno, e anche nello scenario accelerato non supera i sei decimetri. Il porto che intercetta la sabbia, la duna sostituita da una strada, i fiumi sbarrati e le barriere ortogonali pesano per l’ordine di grandezza restante. Anche se domani mattina i quaranta capi di Stato riuniti a Manhattan azzerassero le emissioni globali, la Spiaggia delle Dune continuerebbe ad arretrare praticamente alla stessa velocità di oggi, perché la causa dominante non sta nell’atmosfera: sta in una cella litorale in deficit sedimentario a duecento metri dall’ufficio del sindaco.
Il corollario è spiacevole ma è inevitabile: le decisioni di scala planetaria non sono la leva di questa amministrazione. La leva di questa amministrazione è un rilievo batimetrico da poche decine di migliaia di euro, un’ordinanza di interdizione, una richiesta protocollata alla struttura commissariale, una delibera che istituisca il capitolo di manutenzione, e la decisione di non ricostruire per la quarta volta una pista ciclabile dove il mare l’ha già portata via tre volte. Sono atti che si firmano in un ufficio di piazza Pirandello e producono effetti misurabili entro una stagione. Gli scenari di adattamento al 2050 producono effetti misurabili nel 2050 — e il viale delle Dune non arriva al 2050.
C’è anche una ragione fisica, e non retorica, per cui la scadenza è ottobre. Il nubifragio di sabato ha aggredito dall’entroterra esattamente le stesse opere che il mare aggredisce dal lato mare: il rilevato del viale delle Dune, il boschetto, la pista ciclabile. Un rilevato costiero scalzato al piede dalle mareggiate e contemporaneamente saturato e inciso dal ruscellamento superficiale non somma due problemi: li moltiplica, perché la perdita di sostegno al piede riduce la resistenza proprio mentre il carico idraulico da monte aumenta. La stagione delle mareggiate di libeccio comincia adesso, e arriva su un litorale che ha appena ricevuto duecento millimetri d’acqua dall’alto. La prossima mareggiata non trova la costa di agosto: trova una costa indebolita da otto giorni.
Chiedere fondi alla Regione è legittimo e necessario. Ma i fondi per San Leone ci sono già — 6,4 milioni, con soggetto attuatore individuato — e sono fermi. Il problema di Agrigento non è la scarsità di risorse annunciate: è l’assenza dei documenti tecnici con cui si spendono, e l’assenza di una decisione su dove concentrarle. Nessuno dei due si procura a Manhattan.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

