Il bidoncino: il simbolo del fallimento della politica ad Agrigento. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

Dalla quartara di terracotta al contenitore di plastica: secoli di sete e la sequenza che non si interrompe
Il 4 agosto la deputata agrigentina Ida Carmina ha sollevato nell’Aula di Montecitorio un bidoncino di plastica vuoto, rivolgendosi al governo di centro-destra. L’8 agosto decine di bidoni identici sono comparsi in piazza Pirandello, sotto il balcone del Palazzo dei Giganti, portati dagli abitanti di Maddalusa e da cittadini di altri quartieri: bersaglio, questa volta, l’amministrazione comunale sostenuta dal campo progressista che comprende anche il Movimento Cinque Stelle.
Quattro giorni, due direzioni opposte, un solo oggetto — e l’oggetto non è cambiato di un millimetro. Proprio in questa immobilità sta il punto: il bidoncino è il simbolo del fallimento della politica ad Agrigento perché può accusare chiunque governi, oggi come ieri, senza doversi correggere.
Un contenitore vuoto è del resto un oggetto singolare: la sua funzione è definita da ciò che gli manca. Non rappresenta l’acqua, rappresenta l’assenza dell’acqua attraverso la presenza di ciò che dovrebbe contenerla. È un’assenza resa portatile, sollevabile, fotografabile. E soprattutto è un’assenza incontestabile: nessun contraddittorio può sostenere che quel bidone è pieno.
Prima il contenitore d’acqua ad Agrigento era stato la quartara di terracotta e la sete era la stessa. Queo contenitori potrebbero dirci molte cose sulla storia dei rapporti tra la politica e l’acqua: un regio decreto del 27 agosto 1923 sciolse il Consiglio di amministrazione del Consorzio per l’acquedotto delle Tre Sorgenti, costituito nel 1916 da sette comuni per oltre centoventicinquemila abitanti: a sette anni di distanza il progetto non era stato approvato, il malcontento era vivissimo, un comune minacciava di uscire dal consorzio. La relazione ministeriale — atto di parte, nel primo anno del governo Mussolini, e come tale va letta — individuava la causa nel disallineamento fra amministratori consortili e comunali.
Intorno al 1950 il «Giornale di Sicilia» titolava che entro tre anni si sarebbe risolto il dramma dell’acqua: dotazione media trenta litri al giorno, otto nuove sorgenti da captare, previsione di centoventi-centocinquanta litri. Un secondo articolo si chiedeva da che cosa derivassero, a fronte di centinaia di milioni già spesi, le periodiche interruzioni: lavori mal sorvegliati, prese abusive lungo la condotta. Potrebbe essere stato scritto ieri.
Da questo accostamento emerge una sequenza che si ripete con regolarità quasi liturgica: constatazione della privazione, soluzione tecnica risolutiva, organismo consortile, stanziamento, orizzonte triennale, rallentamento, conflitto fra livelli istituzionali, commissariamento, ripresa del ciclo con nuovi nomi. Attraversa regimi politici, assetti proprietari e tecnologie del tutto diversi. È questa sequenza, e non una singola stagione amministrativa, ciò di cui il bidoncino è il simbolo.
La filosofia offre qui uno strumento preciso. Marx chiamava feticcio l’oggetto materiale che rende sensibile un rapporto sociale e, nel renderlo sensibile, ne occulta la struttura: al posto della relazione compare la cosa. Il bidone rende visibile una privazione e invisibile la catena che la produce — cittadino, Comune, ATI, gestore, Regione, Stato. La sua forza comunicativa e la sua opacità esplicativa sono la stessa proprietà. È un simbolo del fallimento che è anche, e nello stesso movimento, un ostacolo alla sua analisi.
Jung distingueva il segno, che sta al posto di un contenuto già noto, dal simbolo, espressione migliore possibile di ciò che non è ancora pienamente conoscibile: il simbolo è vivo finché eccede ogni spiegazione, e muore quando viene decodificato per intero. Il gesto più vivo dell’8 agosto non è stato quello organizzato, ma quello anonimo: un bidone appeso al mezzobusto di Luigi Pirandello.
Nessuno lo aveva progettato.
Vi si sovrappongono più sensi: la gogna che cerca un responsabile e ripiega sul monumento più vicino, perché il potere non ha volto; il cortocircuito fra la città esportata — letteraria, archeologica, Capitale della cultura — e quella delle turnazioni; la vita che irrompe sulla forma monumentale; e il livello metateatrale, cittadini che si presentano davanti al proprio monumento chiedendo di essere rappresentati, in entrambi i sensi della parola.
L’obiezione va presa sul serio.
Il gesto simbolico non si oppone all’efficacia: è la tecnologia comunicativa di chi non dispone di altri strumenti, e una tabella sulle dispersioni di rete non mobilita nessuno mentre un bidone vuoto sì. Nel caso specifico il gesto parlamentare accompagnava un ordine del giorno con opere nominate e cifre, respinto; la piazza ha prodotto una diffida al gestore e la richiesta di convocare l’ATI. Chi critica la sterilità della protesta simbolica dovrebbe dimostrare che esisteva un’azione alternativa migliore. Se ne ricava un criterio, non un verdetto: un gesto scivola nel vuoto quando la sua ripetizione non porta con sé alcun incremento di determinatezza — un nome, una cifra, una scadenza, un atto verificabile.
C’è infine un dato che sposta il problema. Il sindaco ha osservato che gli invasi sarebbero ancora pieni. Se gli invasi sono pieni e i rubinetti asciutti, non è una crisi di risorsa ma di distribuzione: la siccità climatica — reale e destinata ad aggravarsi — diventa concausa, e soprattutto diventa una spiegazione potenzialmente esonerante. Distinguere il peso dei due fattori è la questione decisiva per qualsiasi attribuzione di responsabilità, e non si distingue sollevando un bidone.
Resta che il bidoncino è il simbolo del fallimento della politica ad Agrigento nel senso più severo del termine. Non perché il problema non sia stato risolto: perché in centotrent’anni si è prodotto un linguaggio pubblico in cui quel problema è dicibile soltanto attraverso un oggetto che si comprende in un istante e che, proprio per questo, dispensa dal capire. Il giorno in cui i bidoni torneranno a essere soltanto bidoni sarà il segno che qualcosa, finalmente, è cambiato
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Fonte: Report Sicilia
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