La lezione del procuratore: ad Agrigento il vero problema non è la legge, ma chi dovrebbe amministrare. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo
Ci sono interventi istituzionali che meritano di essere ascoltati oltre la cronaca del giorno. Quello del procuratore capo di Agrigento, Giovanni Di Leo, è uno di questi. Non soltanto perché affronta temi incandescenti come abusivismo, acqua, appalti e pubblica amministrazione, ma soprattutto perché mette il dito su una ferita che da troppo tempo attraversa la provincia di Agrigento: la distanza tra amministrare e fare politica.
È forse questo il passaggio più significativo dell’intera riflessione del procuratore capo. Un sindaco, un consigliere comunale, un dirigente pubblico – dice Di Leo – non dovrebbero essere chiamati a inseguire il consenso, ma ad amministrare la cosa pubblica applicando le leggi e perseguendone le finalità. Una considerazione apparentemente elementare, ma che in una terra abituata da decenni alla cultura della mediazione e della deroga assume un peso tutt’altro che ordinario.
E qui sta probabilmente il punto. Agrigento ha conosciuto per troppo tempo una politica incline alla prudenza quando serviva coraggio, alla promessa quando serviva programmazione, alla ricerca del consenso quando serviva assumere decisioni magari impopolari. Di Leo parla di una politica che rischia di guardare più a ciò che serve per ottenere consenso che a ciò di cui la città ha realmente bisogno. E soprattutto separa con nettezza due concetti che troppo spesso vengono confusi: fare politica e amministrare.
È una distinzione che dovrebbe essere scolpita sulla porta di ogni municipio. Perché amministrare significa anche dire dei “no”. Significa applicare una norma anche quando quella norma scontenta qualcuno. Significa assumersi la responsabilità delle decisioni invece di rinviarle all’infinito nella speranza che il problema venga risolto da qualcun altro.
Il risultato della politica del “quieto vivere”, invece, lo abbiamo sotto gli occhi: abusivismo consolidato, territori privi di pianificazione adeguata, infrastrutture che attendono per anni, servizi che funzionano male e una cittadinanza spesso costretta a convivere con emergenze che emergenze non sono più.
Il caso Maddalusa, nelle parole del procuratore, diventa qualcosa di molto più grande della semplice contrapposizione tra demolizioni e diritto all’acqua. Di Leo ricorda che l’abusivismo non nasce ieri e che il problema non può essere circoscritto a una singola contrada. Parla di un fenomeno quarantennale e di una tolleranza che avrebbe prodotto costi sociali enormi per l’intera collettività.
È una prospettiva interessante perché sposta finalmente la discussione dal singolo proprietario alla responsabilità collettiva. Per anni abbiamo discusso dell’abusivo come vittima o come carnefice, della casa da demolire o da salvare, del vincolo da rispettare o da rimuovere. Molto meno, invece, ci siamo interrogati su chi abbia consentito che determinate situazioni diventassero permanenti. E soprattutto su chi abbia amministrato il territorio mentre tutto questo accadeva.
Ancora più forte è il ragionamento sull’emergenza idrica e sulle autobotti. Il procuratore non si limita a ricordare l’obbligo di garantire acqua potabile certificata. Solleva interrogativi sulla provenienza dell’acqua distribuita attraverso determinati canali e riferisce di controlli che avrebbero portato ad accertare casi di acqua contaminata. Se questo dato sarà confermato nelle sedi competenti, siamo davanti a qualcosa che va ben oltre la polemica politica.
Perché l’acqua non è uno slogan. È salute pubblica. Ed è proprio qui che la politica dovrebbe smettere di rincorrere l’emergenza e cominciare a governarla. Non basta invocare il diritto all’acqua: occorre garantire che quell’acqua sia effettivamente potabile, sicura e conforme alla legge.
C’è poi un’altra frase che dovrebbe far riflettere molto più delle polemiche quotidiane. Agrigento potrebbe avere una rete idrica nuova finanziata addirittura dal 2015. Eppure, a distanza di undici anni, quell’opera non sarebbe ancora stata realizzata. Undici anni. È difficile trovare una fotografia più efficace delle difficoltà amministrative di questa provincia.
Perché mentre si discute di autobotti, perdite, turnazioni, proteste e ordinanze, la domanda fondamentale dovrebbe essere un’altra: perché un’opera finanziata non è stata completata in tempi ragionevoli? È qui che la politica dovrebbe rispondere. Non alla Procura. Ai cittadini.
Forse la conclusione più dura, e proprio per questo più condivisibile, riguarda il modo in cui viene percepito il denaro pubblico. Di Leo usa un’immagine volutamente ruvida: il denaro pubblico non può essere considerato una “greppia” alla quale attingere, perché appartiene alla collettività e deve produrre un beneficio per la società. È un concetto che dovrebbe essere patrimonio comune.
E sarebbe sbagliato leggerlo come un attacco indistinto alla politica. Il procuratore stesso precisa che un’indagine non nasce per “colpire” qualcuno, ma per accertare fatti e verificare l’eventuale esistenza di reati. Il problema, dunque, non è la politica in quanto tale. Il problema è quando la politica smette di amministrare. Quando il consenso diventa più importante della decisione. Quando una pratica viene rinviata perché decidere significa scontentare qualcuno. Quando una demolizione diventa una questione elettorale anziché urbanistica. Quando un’opera pubblica resta ferma per anni e nessuno sente il bisogno di spiegare perché.
Le parole del procuratore capo possono piacere o non piacere. Possono risultare dure, persino provocatorie. Ma hanno un merito indiscutibile: obbligano Agrigento a guardarsi allo specchio. E lo specchio restituisce un’immagine che non dovrebbe piacere a nessuno. Una provincia che ha bisogno di più infrastrutture, più servizi, più acqua, più legalità e più efficienza amministrativa non può continuare a confondere la tutela del consenso con la tutela dei cittadini. La vera sfida, allora, non è tra politica e magistratura. È molto più semplice e molto più seria: tra chi vuole continuare a gestire i problemi e chi vuole finalmente risolverli. E, forse, per una volta sarebbe utile che la politica non si sentisse attaccata da queste parole, ma chiamata in causa.
Perché se un procuratore arriva a dire che, amministrando di più e facendo meno politica, questa provincia probabilmente starebbe meglio, la risposta migliore non è una polemica. È dimostrare, con i fatti, che questa provincia può avere un futuro migliore.
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Fonte: Scrivo Libero
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