Agrigento – Maddalusa, Piparo: «Non chiediamo di cancellare i vincoli, ma di dimostrare quali esistono». Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Pubblichiamo il video dell’intervento del consigliere comunale nel corso della seduta aperta. Dal decreto del 1957 alla circolare regionale del 2010, la richiesta è precisa: verificare, particella per particella, natura, origine e fondamento scientifico dei vincoli della zona A.
AGRIGENTO – «Non chiediamo di cancellare un vincolo. Chiediamo di dimostrare quale vincolo esiste oggi, sulla base di studi certi e scientifici».
È questo il cuore dell’intervento del consigliere comunale Gerlando Piparo durante la seduta aperta dedicata all’emergenza idrica di Maddalusa e della zona A.
Dopo avere pubblicato il video dell’intervento di Giuseppe Di Rosa, Report Sicilia propone integralmente anche quello di Piparo. Un contributo lungo e documentato, nel quale il consigliere ha ricostruito quasi settant’anni di norme, decreti, perimetrazioni e scelte urbanistiche, sostenendo la necessità di fare finalmente chiarezza sul regime vincolistico delle diverse aree.
L’invito è a guardare il video fino alla fine, perché Piparo non si limita a chiedere l’acqua per Maddalusa. Pone una questione molto più ampia: è possibile negare un servizio essenziale richiamando genericamente l’abusivismo e l’inedificabilità assoluta, senza avere prima ricostruito, casa per casa e particella per particella, quale vincolo esista, da quale atto derivi e su quali verifiche tecniche sia fondato?
«Prima di parlare di abusivismo bisogna ricostruire la storia»
Piparo è partito da un presupposto:
«Prima di parlare di abusivismo, prima di parlare di inedificabilità assoluta, prima di negare servizi essenziali ai cittadini, dobbiamo ricostruire con precisione la storia urbanistica, normativa e vincolistica di questo territorio».
Secondo il consigliere, la storia della Valle dei Templi non può cominciare dal decreto Gui-Mancini del 1968 e neppure dalla perimetrazione del Parco del 1991.
Il primo atto richiamato è il decreto ministeriale del 12 giugno 1957, con il quale venne dichiarato il notevole interesse pubblico della Valle dei Templi e dei punti panoramici sulla Valle.
Piparo ha sostenuto che quel decreto non sia mai stato revocato e che mantenga efficacia anche alla luce dell’articolo 156 del decreto legislativo 42 del 2004, il Codice dei beni culturali e del paesaggio.
La delimitazione del 1957, secondo la ricostruzione proposta in aula, comprendeva il sito archeologico e la zona adiacente, ma non si estendeva fino ai territori oggi ricompresi nella zona A, tra cui Maddalusa, Centonze, Parco Oliva, Cugno Vela, Poggio Muscello e San Calogero Bianco.
Quale natura ha il decreto Gui-Mancini?
Da qui la prima grande domanda posta dal consigliere: quale natura giuridica possiede realmente la perimetrazione introdotta dal decreto Gui-Mancini del 16 maggio 1968?
Piparo ha richiamato la relazione del Piano regolatore generale e alcuni studi sul Parco, secondo i quali il sistema Gui-Mancini-Nicolosi avrebbe una funzione integrata di tutela urbanistica, idrogeologica e paesaggistica, senza coincidere necessariamente con un vincolo archeologico in senso stretto.
«Una tutela urbanistica, idrogeologica e un vincolo archeologico non sono giuridicamente la stessa cosa», ha affermato.
Il punto, secondo Piparo, è essenziale perché l’applicazione di un vincolo archeologico dovrebbe poggiare su verifiche dei luoghi, studi e accertamenti capaci di dimostrare l’effettivo interesse dell’area.
Da qui la domanda rivolta alle istituzioni: dove sono le verifiche archeologiche e gli scavi sui quali sarebbe stata fondata l’estensione delle restrizioni ai territori più distanti dal complesso monumentale?
Il sito Unesco non coincide con tutta la zona A
Nel proprio intervento Piparo ha distinto anche l’area archeologica riconosciuta dall’Unesco nel 1997 dall’intera estensione del Parco e della zona A.
Secondo la sua ricostruzione, il riconoscimento Unesco riguarderebbe circa 336 ettari nei quali si trova il complesso monumentale dei templi, non automaticamente l’intero territorio sottoposto alle successive discipline urbanistiche.
La tesi esposta non equivale a sostenere che, fuori dal perimetro Unesco, non esistano altri vincoli paesaggistici o urbanistici. Il consigliere ha chiesto, però, che le diverse categorie vengano finalmente separate e indicate con precisione.
Un sito Unesco, un’area archeologica, un parco, un vincolo paesaggistico e una zona urbanistica non sono necessariamente la stessa cosa. Da ciascuna classificazione possono derivare regole differenti, che non possono essere sovrapposte senza una puntuale ricostruzione normativa.
La suddivisione prevista dalla legge regionale del 2000
Piparo ha quindi ricordato il decreto del presidente della Regione del 1991 e la successiva legge regionale numero 20 del 3 novembre 2000, che prevedeva una suddivisione del Parco in tre ambiti:
- una zona di tutela integrale;
- una zona paesaggistica di rispetto;
- una zona naturale e attrezzata.
«Che fine ha fatto quella suddivisione?», ha chiesto il consigliere.
Secondo Piparo, lo studio sarebbe stato completato ma non si sarebbe giunti alla sua definitiva approvazione. Una situazione che avrebbe impedito di distinguere territori con caratteristiche diverse, lasciando irrisolto il problema della disciplina concreta delle singole aree.
Per il consigliere, quel silenzio deve essere spiegato: se il legislatore regionale aveva previsto livelli differenti di tutela, perché dopo oltre venticinque anni non è stata definitivamente chiarita la loro applicazione?
Nel 2010 la Regione chiese la riperimetrazione
Un passaggio decisivo dell’intervento riguarda la circolare regionale numero 5 del 1° ottobre 2010, già citata in aula da Giuseppe Di Rosa.
Piparo ha ricordato che non furono gli abitanti di Maddalusa a chiedere la revisione dei confini. Fu la stessa Regione Siciliana a disporre la riperimetrazione dei parchi archeologici, richiamando la definizione contenuta nell’articolo 101 del Codice dei beni culturali.
Secondo la tesi esposta in Consiglio, la Regione avrebbe quindi riconosciuto la necessità di adeguare i confini alle reali caratteristiche dei territori.
Nella zona A, ha ricordato Piparo, esistono da decenni numeri civici, indicazioni toponomastiche, fabbricati iscritti al catasto, abitazioni, attività commerciali, distributori di carburante, chiese, strutture sanitarie, reti pubbliche e fibra ottica.
L’urbanistica, secondo il consigliere, non può limitarsi a tracciare una linea sulla carta ignorando ciò che esiste materialmente all’interno di quel perimetro.
Dalla frana del 1966 allo spostamento dei vincoli
Piparo ha ricostruito anche la vicenda della frana del 1966, sostenendo che interessò una parte della città e non la Valle dei Templi delimitata nel 1957.
Ha quindi ricordato che nel 1967 la Soprintendenza dispose la sospensione dei lavori per la realizzazione di un edificio sulla Rupe Atenea, poiché sull’area gravavano tutele paesaggistiche e archeologiche.
Meno di un anno dopo arrivò il decreto Gui-Mancini.
Secondo l’interpretazione proposta dal consigliere, una parte del sistema di tutela sarebbe stata ridisegnata, spostando le restrizioni verso territori come Maddalusa, Centonze, Parco Oliva, Cugno Vela, Poggio Muscello e San Calogero Bianco.
Da qui una delle domande più forti del suo intervento:
«Qual è il presupposto tecnico, scientifico e archeologico che giustifica questo spostamento? Che cosa è successo, un gioco di prestigio?»
Una provocazione politica che chiama Regione, Comune, Soprintendenza e Parco a rendere pubblici studi, scavi e verifiche su cui si fondarono quelle scelte.
«Pressoché assoluto» non significa automaticamente «assoluto»
Nella seconda parte del proprio intervento Piparo si è concentrato sull’espressione «vincolo di natura pressoché assoluta», attribuita al decreto Gui-Mancini.
Il consigliere ha fatto notare che nel provvedimento sarebbe scritto «pressoché assoluto» e non semplicemente «assoluto».
«Qual è il limite giuridico tra pressoché assoluto e assoluto?», ha chiesto.
Per Piparo non si tratta di una sottigliezza lessicale. Un vincolo di inedificabilità assoluta, soprattutto se motivato dalla tutela di un interesse archeologico, dovrebbe essere sostenuto da una motivazione adeguata, da presupposti tecnici e da verifiche scientifiche controllabili.
È qui che ritorna la questione degli scavi: se l’interesse tutelato è archeologico, quali accertamenti furono compiuti nei territori oggi compresi nella zona A?
La risposta dovrà arrivare dagli atti e dalle autorità competenti. Il dato politico sollevato da Piparo è che non si può utilizzare la parola “assoluto” come una formula capace di chiudere ogni discussione, senza prima verificarne il fondamento e l’effettiva portata giuridica.
Cinquant’anni di tributi, residenze e servizi: perché oggi quelle famiglie diventano invisibili?
Il passaggio più direttamente legato all’emergenza idrica riguarda ciò che è accaduto nel territorio negli ultimi cinquant’anni.
Maddalusa e le altre contrade richiamate nell’intervento sono oggi aree ampiamente urbanizzate. Vi abitano stabilmente cittadini iscritti all’anagrafe comunale, titolari di fabbricati censiti, destinatari di utenze e soggetti da decenni al pagamento di tributi statali e comunali.
Da qui la domanda di Piparo:
«Com’è possibile che per cinquant’anni lo Stato, la Regione, il Comune e tutti gli apparati pubblici abbiano riconosciuto l’esistenza materiale di questi territori e oggi, quando si parla dell’acqua, improvvisamente quelle stesse famiglie diventino invisibili?»
Il consigliere non ha sostenuto che il pagamento dei tributi o il riconoscimento della residenza possano sanare eventuali irregolarità urbanistiche. Ha posto, invece, il problema della responsabilità accumulata dalle istituzioni che, per decenni, hanno registrato persone e immobili, riscosso tributi e consentito la realizzazione di servizi pubblici.
Queste contraddizioni non possono essere scaricate soltanto sulle famiglie nel momento in cui chiedono l’accesso a un bene essenziale.
«Tutela soltanto ciò che deve essere realmente tutelato»
Piparo ha respinto l’idea che la richiesta di fare chiarezza equivalga a voler cancellare la Valle dei Templi o sacrificarne il patrimonio archeologico.
«Nessuno vuole cancellare la storia e nessuno vuole cancellare la Valle dei Templi. Nessuno vuole sacrificare un millimetro quadrato del nostro patrimonio archeologico. Io voglio esattamente il contrario: voglio che sia tutelato esclusivamente ciò che deve essere tutelato».
Il consigliere ha chiesto di distinguere chiaramente ciò che è archeologico da ciò che è paesaggistico, urbanistico o idrogeologico e di accertare quando l’inedificabilità sia assoluta e quando abbia natura differente.
Secondo Piparo, governare un territorio significa conoscere queste distinzioni. La vicenda di Maddalusa non può essere affrontata soltanto attraverso una linea tracciata quasi sessant’anni fa e una parola ripetuta continuamente: «abusivi».
Dietro quella parola, ha ricordato, esistono una storia urbanistica complessa, norme, decreti, perimetrazioni differenti, una legge regionale, la circolare sulla riperimetrazione, migliaia di cittadini e un territorio ormai urbanizzato.
E oggi esiste soprattutto un problema concreto: l’acqua.
Tutti gli atti sul tavolo, particella per particella
Per Piparo, la battaglia per l’acqua deve diventare l’occasione per compiere ciò che Agrigento non avrebbe mai fatto fino in fondo: raccogliere e confrontare tutti gli atti.
Il consigliere ha indicato:
- il decreto ministeriale del 1957;
- il decreto Gui-Mancini del 1968;
- il decreto presidenziale regionale del 1991;
- la legge regionale numero 20 del 2000;
- il decreto legislativo 42 del 2004;
- la circolare regionale del 2010;
- il Piano del Parco;
- il Piano regolatore generale;
- le cartografie;
- le verifiche archeologiche e gli eventuali scavi;
- le sovrapposizioni tra i diversi perimetri.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di dire finalmente ai cittadini, particella per particella e casa per casa, quale vincolo esista, da quale provvedimento derivi, quale natura possieda e sulla base di quale verifica scientifica sia stato imposto.
«Dopo quasi sessant’anni Agrigento ha diritto alla certezza, alla verità e all’onestà. Maddalusa e tutta la zona A hanno diritto alla verità».
«Non chiediamo di cancellare la storia, chiediamo di leggerla tutta»
La conclusione dell’intervento riassume l’intera posizione di Piparo:
«Non chiediamo di cancellare un vincolo, chiediamo di dimostrare quale vincolo esiste oggi secondo studi certi e scientifici. Non chiediamo di investire la storia della Valle dei Templi, chiediamo di leggerla tutta, dal 1957 a oggi, senza zone grigie».
Il consigliere ha quindi citato una frase attribuita all’ex presidente del Consiglio comunale Mario Messina: «Quando la materia grigia va via, la zona grigia resta».
Una frase utilizzata per rappresentare decenni di incertezze, contraddizioni e scelte mai definitivamente chiarite.
«Fino a quando questa chiarezza non verrà fatta, non ritengo accettabile che siano i cittadini e le loro famiglie a dover pagare il prezzo di sessant’anni di contraddizioni urbanistiche, amministrative e normative».
Infine, l’appello ai colleghi:
«Una città che rinuncia a difendere i propri cittadini rinuncia a una parte di se stessa. La storia giudicherà ciascuno di noi non per le parole pronunciate, ma per il coraggio dimostrato nel momento delle scelte».
Secondo Piparo, le alternative sono due: voltarsi dall’altra parte oppure stare con Agrigento, con i suoi cittadini e con il loro futuro.
Il consigliere ha dichiarato di avere già scelto.
Di seguito pubblichiamo integralmente il video dell’intervento di Gerlando Piparo nel Consiglio comunale aperto su Maddalusa e la zona A. Invitiamo i lettori a guardarlo e ad ascoltare direttamente documenti, domande e argomentazioni portati in aula.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

