Agrigento – AICA, chi tiene Danila Nobile al suo posto? Il conto dell’acqua pubblica continua a ricadere sui cittadini. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Debiti milionari, disservizi, 20 milioni anticipati dalla Regione da restituire, scontro con Siciliacque, dubbi sollevati sui requisiti della presidente e la Consulta degli utenti azzerata. Ma la domanda adesso è un’altra: chi continua a sostenere questa governance? La risposta, almeno negli atti pubblici, porta direttamente ai sindaci proprietari di AICA.
Editoriale di Report Sicilia
C’è una domanda che, dopo mesi di disservizi, polemiche, emergenze, debiti e interventi straordinari della Regione, non può più essere evitata:
chi tiene ancora Danila Nobile alla presidenza di AICA?
Non intendiamo evocare misteriosi protettori, padrini politici occulti o costruire teorie che non possiamo documentare.
Non ne abbiamo bisogno.
Perché la risposta più importante è già contenuta negli atti pubblici.
Danila Nobile non si è autonominata. È stata nominata dall’Assemblea dei sindaci. E sono stati gli stessi sindaci, almeno in diverse occasioni, a difenderne pubblicamente la permanenza alla guida dell’azienda.
Il nuovo CdA si è insediato il 30 luglio 2025 e la stessa AICA certifica che il Consiglio di amministrazione presieduto da Nobile era stato nominato dall’Assemblea dei sindaci.
Questo è il punto politico dal quale bisogna partire.
Perché AICA non appartiene alla presidente.
AICA appartiene ai Comuni.
E i Comuni appartengono ai cittadini.
I sindaci non sono spettatori: sono i proprietari
Per troppo tempo si è consentito che intorno ad AICA si costruisse una rappresentazione quasi surreale.
Quando bisogna scegliere il CdA, la politica c’è.
Quando bisogna nominare il presidente, la politica c’è.
Quando bisogna riunire l’Assemblea, la politica c’è.
Quando bisogna difendere la governance, la politica c’è.
Quando invece arrivano i debiti, i disservizi, le autobotti, le proteste degli utenti, i problemi finanziari e il rischio di vedere compromesso il servizio, improvvisamente sembra che AICA sia un soggetto completamente autonomo dai Comuni.
Non è così.
AICA è interamente pubblica ed è partecipata dai Comuni soci. La stessa Assemblea dei sindaci, nell’ottobre 2025, ricordava che l’azienda era partecipata da 33 Comuni dell’ATO AG9.
Quei Comuni hanno quote differenti, ma sono loro i proprietari dell’azienda.
E quindi la politica non può intestarsi le nomine e scaricare sui cittadini i fallimenti.
25 milioni di debito. Più altri 4 milioni
Poi ci sono i numeri.
E sui numeri non servono editoriali.
Il 28 febbraio 2026 Siciliacque ha scritto ufficialmente che il debito di AICA era salito a 25 milioni di euro per sorte capitale, ai quali si aggiungevano circa 4 milioni di interessi e mora.
Siciliacque aggiungeva che l’ultima fattura relativa alla parte corrente pagata da AICA risaliva all’ottobre 2025 e che si trattava peraltro di un acconto.
Quasi 29 milioni considerando capitale, interessi e mora secondo la ricostruzione del principale fornitore.
E allora una domanda dovrebbe essere obbligatoria per ogni sindaco socio:
se questi fossero i conti di una vostra azienda privata, manterreste al vertice la stessa governance?
Perché qui stiamo parlando dell’acqua.
Del servizio pubblico essenziale per eccellenza.
E soprattutto stiamo parlando dei soldi dei cittadini.
La Regione ha dovuto mettere 20 milioni. Ma non sono un regalo
A un certo punto la situazione è diventata talmente grave da richiedere l’intervento della Regione Siciliana.
Il governo Schifani ha previsto un fondo di rotazione di 20 milioni di euro, 10 milioni nel 2026 e altri 10 nel 2027, vincolati al pagamento del debito verso Siciliacque.
Qualcuno potrebbe raccontarla come una vittoria.
Noi la vediamo diversamente.
Se un’azienda pubblica ha bisogno di 20 milioni di euro della Regione per affrontare i propri debiti verso il fornitore dell’acqua, c’è poco da festeggiare.
Soprattutto perché quei soldi devono essere restituiti.
Il decreto regionale del 20 febbraio 2026 stabilisce esattamente il piano: 10 milioni dell’anticipazione 2026 da restituire attraverso rate annuali da un milione dal 2029 al 2038 e altri 10 milioni dell’anticipazione 2027 da restituire dal 2030 al 2039. Complessivamente 20 milioni di euro che AICA dovrà restituire alla Regione.
E allora traduciamolo in una lingua comprensibile a tutti.
Il cittadino ha pagato la bolletta dell’acqua.
AICA ha comunque accumulato un gigantesco debito verso Siciliacque.
La Regione interviene anticipando 20 milioni.
AICA dovrà restituire quei 20 milioni.
E da dove arriveranno, direttamente o indirettamente, le risorse dell’azienda?
Sempre dal sistema pubblico e dalle entrate del servizio.
E quindi ancora una volta dagli utenti e dai territori.
Il rischio politico ed economico è evidente: chi ha già pagato regolarmente l’acqua finisce per sostenere anche il costo del risanamento del sistema che avrebbe dovuto amministrare quei pagamenti.
Persino il presidente della Regione Renato Schifani, annunciando l’intervento, parlò esplicitamente della necessità di impedire che fossero i cittadini agrigentini a pagare gli errori dei loro amministratori e chiese un piano di rientro per i Comuni morosi.
Parole che oggi assumono un significato ancora più pesante.
E mentre arrivavano i milioni pubblici, il debito continuava a crescere
C’è un particolare che rende tutto ancora più difficile da spiegare.
L’intervento regionale era stato annunciato nel novembre 2025.
Eppure il 28 febbraio 2026 Siciliacque sosteneva che il debito fosse salito a 25 milioni di capitale più 4 milioni di interessi e mora e affermava che la situazione fosse peggiorata.
Dunque non basta dire: “La Regione ci ha salvati”.
Bisogna spiegare:
come si è formato questo debito?
Quanto deriva dalle precedenti gestioni?
Quanto è maturato successivamente?
Quanto incassa AICA?
Quanto non riesce a riscuotere?
Quanto devono i Comuni?
Quanto costa realmente il servizio?
Quali azioni di recupero sono state avviate?
E soprattutto: il prestito regionale risolve strutturalmente il problema oppure sposta semplicemente il debito in avanti nel tempo?
Queste sono le domande che dovrebbe porre un’Assemblea dei soci prima ancora dei giornali.
E invece i sindaci hanno difeso la presidente
Ed eccoci alla domanda iniziale.
Chi protegge politicamente Danila Nobile?
Non dobbiamo inventarlo.
Basta leggere quello che AICA stessa pubblicò il 10 ottobre 2025.
L’Assemblea dei sindaci espresse una «ferma e unanime condanna» nei confronti di articoli pubblicati da Report Sicilia e dichiarò la propria «piena solidarietà» alla presidente Danila Nobile, riconoscendole impegno, correttezza e dedizione.
Quindi almeno in quel momento la protezione politica era chiarissima.
Era l’Assemblea dei sindaci.
Sono loro che l’avevano nominata.
Ed erano loro che pubblicamente la difendevano.
E questo cambia completamente il livello delle responsabilità.
Perché da quel momento non è più sufficiente chiedere conto soltanto alla presidente.
Bisogna chiederlo ai proprietari dell’azienda che hanno scelto di sostenerla.
E allora vogliamo sapere chi c’era
Adesso però vogliamo andare oltre i comunicati collettivi.
Perché dietro la formula “Assemblea dei sindaci” ci sono persone.
Ci sono nomi.
Ci sono Comuni.
Ci sono voti.
E ci sono responsabilità politiche.
Vogliamo sapere quali sindaci votarono la nomina di Danila Nobile.
Chi votò a favore.
Chi votò contro.
Chi si astenne.
Chi era assente.
Vogliamo conoscere il verbale integrale della seduta e gli atti dell’istruttoria sulle candidature.
E vogliamo sapere chi partecipò alla riunione dalla quale uscì, nell’ottobre 2025, quella proclamata posizione “unanime” in difesa della presidente.
Unanime fra chi?
Tutti i 33 sindaci?
Oppure unanimemente fra quelli presenti?
Sono domande semplicissime.
E quando si parla di un’azienda interamente pubblica non dovrebbe esserci alcuna difficoltà a rispondere.
Rimane poi la questione dei requisiti
C’è un’altra questione che Report Sicilia aveva sollevato già al momento della nuova governance: i requisiti richiesti dall’avviso per la nomina del CdA.
Non intendiamo trasformare un dubbio amministrativo in una sentenza giornalistica.
Facciamo qualcosa di molto più semplice.
Chiediamo ai sindaci di pubblicare la documentazione e spiegare definitivamente attraverso quali incarichi, per quali periodi e sulla base di quale istruttoria sia stato verificato il possesso, da parte della presidente, dei requisiti professionali richiesti dall’avviso.
Se tutto è regolare, bastano gli atti per chiudere la questione.
Ma proprio perché parliamo di un’azienda che pretende rigore dagli utenti e dalle associazioni, quello stesso rigore deve valere innanzitutto per chi viene chiamato a guidarla.
Per le associazioni, invece, requisiti e documenti non mancavano
Ed eccoci alla vicenda forse politicamente più significativa di tutte.
La Consulta delle associazioni prevista dall’articolo 48 dello Statuto.
L’organismo che rappresentava gli utenti.
L’organismo che poteva controllare.
L’organismo che poteva contestare.
L’organismo che, guarda caso, dava fastidio.
La precedente Consulta venne di fatto azzerata attraverso l’esclusione delle associazioni che ne facevano parte, decisione che la presidente e AICA hanno sempre rivendicato come legittima e coerente con un indirizzo dell’Assemblea dei sindaci. Proprio nella nota del 10 ottobre 2025 AICA sostenne che gli atti relativi alla Consulta fossero stati adottati nel rispetto dello Statuto e sulla base dei deliberati dei sindaci.
Noi continuiamo a ritenere quell’estromissione illegittima.
Ma c’è un fatto incontestabile: dopo quell’operazione venne pubblicato un nuovo avviso per ricostituire la Consulta.
E basta leggerlo.
Alle associazioni furono richiesti documenti, dichiarazioni sostitutive, requisiti di onorabilità, assenza di conflitti di interesse, indicazione di finanziamenti e contributi ricevuti e persino il certificato del casellario giudiziale aggiornato. L’avviso prevedeva inoltre l’esclusione per chi non avesse prodotto la documentazione richiesta.
Benissimo.
Massimo rigore.
Ma allora torniamo alla domanda:
lo stesso livello di rigore utilizzato per controllare le associazioni degli utenti è stato utilizzato per verificare i requisiti di chi avrebbe guidato AICA?
Pubblicate gli atti e toglieteci ogni dubbio.
Qualcosa, però, nel muro dei sindaci ha cominciato a rompersi
Non tutti i sindaci sembrano ormai disponibili a continuare su questa strada.
Nel luglio 2026 il sindaco di Canicattì Vincenzo Corbo è arrivato pubblicamente a chiedere le dimissioni di Danila Nobile, contestando alla presidente anche scelte che, secondo la sua posizione, sarebbero state assunte senza un adeguato coinvolgimento dei sindaci.
AICA ha respinto quelle accuse, sostenendo di non avere compiuto atti unilaterali e di avere semplicemente applicato la normativa.
Ed è esattamente così che dovrebbe funzionare il confronto pubblico.
Un sindaco contesta.
AICA risponde.
Gli atti vengono messi sul tavolo.
Poi i cittadini giudicano.
Ma adesso vogliamo sapere cosa pensano gli altri sindaci.
Perché non è più sufficiente nascondersi dietro una sigla collettiva.
AICA non ha bisogno di influencer. Ha bisogno di un manager
Nel gennaio 2026 AICA annunciava quella che definiva una “svolta storica nella governance”, con approvazione dei bilanci, piano industriale e persino una nuova identità aziendale e un nuovo logo.
Benissimo il logo.
Benissimo la comunicazione.
Benissimo Facebook, fotografie, comunicati, conferenze e narrazione.
Ma l’acqua non esce dai rubinetti grazie a un logo.
E i debiti non scompaiono con un post.
AICA non ha bisogno di un influencer o di un’influencer.
Ha bisogno di un manager.
Un vero manager.
Qualcuno capace di prendere un’azienda con enormi problemi strutturali e risanarla.
Qualcuno che sappia leggere un bilancio prima di scrivere un comunicato.
Qualcuno che sappia recuperare crediti, controllare costi, organizzare il personale, programmare investimenti, affrontare le perdite di rete, gestire i rapporti con Siciliacque e garantire agli utenti un servizio degno di questo nome.
Perché alla fine la misura di un gestore idrico è terribilmente semplice:
quando il cittadino apre il rubinetto, l’acqua deve arrivare.
E quando paga la bolletta, deve avere la certezza che quei soldi vengano amministrati correttamente.
Adesso la domanda non è più soltanto “cosa ha fatto Nobile?”
La domanda politica è diventata un’altra:
perché i sindaci continuano a tenerla lì?
Perché dopo i disservizi?
Perché dopo lo scontro con Siciliacque?
Perché dopo un’esposizione che Siciliacque quantificava a 25 milioni di capitale più 4 milioni tra interessi e mora?
Perché dopo la necessità di un intervento regionale da 20 milioni?
Perché dopo l’azzeramento della Consulta?
Perché dopo le contestazioni sui requisiti?
Perché dopo che persino un sindaco socio ha pubblicamente chiesto le sue dimissioni?
A questo punto la responsabilità non può essere scaricata soltanto sul CdA.
La responsabilità diventa politica e appartiene ai sindaci che hanno il potere di decidere la governance di AICA.
Sindaci, assumetevi finalmente la responsabilità
Per questo Report Sicilia rivolge una richiesta chiarissima all’Assemblea dei sindaci.
Mettete la presidente alla porta, utilizzando naturalmente gli strumenti previsti dallo Statuto e dalla legge, e aprite una nuova fase.
E questa volta non cercate il nome più conveniente agli equilibri politici.
Cercate il curriculum migliore.
Se necessario nominate persino uno dei sindaci, purché abbia competenze, esperienza e capacità manageriale vere.
Ma mettete alla guida dell’azienda qualcuno che sappia amministrare un sistema complesso da decine di milioni di euro.
Un manager, non un influencer.
E contemporaneamente restituite agli utenti ciò che è stato loro tolto: una Consulta realmente autonoma, libera e capace di controllare e contestare la governance senza il timore di essere eliminata quando diventa scomoda.
Perché quella Consulta non era il problema di AICA.
Forse era semplicemente il problema per chi non voleva essere controllato.
E soprattutto ricordate una cosa.
I debiti di AICA non appartengono a un’entità astratta.
AICA appartiene ai Comuni.
I Comuni sono i soci.
I sindaci ne rappresentano politicamente le comunità.
E alla fine, quando i conti non tornano, il denaro arriva sempre dalle stesse tasche.
Quelle dei cittadini.
Cittadini che hanno già pagato l’acqua.
Cittadini che sopportano i disservizi.
Cittadini ai quali viene chiesto di rispettare regole, termini, bollette e requisiti.
E cittadini che adesso rischiano di dover sostenere per anni anche il costo del risanamento.
Per questo la domanda finale non la rivolgiamo più a Danila Nobile.
La rivolgiamo ai sindaci:
che cosa deve ancora accadere prima che decidiate di cambiare la guida di AICA?
E soprattutto:
chi, tra voi, continua a sostenerla e perché?
Su questo Report Sicilia continuerà a cercare nomi, verbali, voti e atti.
Perché sull’acqua pubblica non servono protettori.
Serve trasparenza.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

