Agrigento Capitale della Cultura 2025. Il parere del Collegio dei Revisori: debiti e perdite dietro il miraggio dei 400 mila.. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Chi ha navigato lo Stretto conosce la Fata Morgana: quel miraggio che sospende sul mare castelli e città intere, e che svanisce appena la barca si avvicina. Ad Agrigento, in queste settimane, il miraggio ha una cifra tonda — quattrocentomila euro — e un nome tecnico: Fondazione Agrigento 2025. Tutti la vedono all’orizzonte, la addittano, la vogliono spendere. Peccato che chi ha in mano il cannocchiale contabile, il Collegio dei Revisori, descriva tutt’altro paesaggio.
Il racconto: un tesoretto da restituire alla città
La sequenza è nota. La capogruppo di ControCorrente–Ismaele Presidente, Elvira Mangione, chiede da settimane che il Consiglio deliberi lo scioglimento senza altri rinvii: per statuto — ricorda — le somme non utilizzate dall’ente rientrano nelle casse comunali soltanto dopo l’approvazione dello scioglimento, e sarebbero risorse da destinare a decoro urbano, eventi, sostegno alle associazioni culturali. Dall’altra parte il sindaco Michele Sodano preme per la liquidazione immediata e per impiegare in fretta quei fondi. Nel mezzo, la stampa locale ha compiuto un passaggio decisivo: da «somme non utilizzate» a «giacenza di circa 400 mila euro» presente «nelle casse dell’ente», da destinare «rapidamente a nuove finalità». Il condizionale di Mangione è diventato una cassaforte piena.
Il parere n. 37/2026: economia di spesa, non contante
Il documento che nessuno cita per esteso esiste, è firmato e datato: Parere n. 37/2026 del Collegio dei Revisori (Vetrano presidente, Lonero e Robino componenti), 11 maggio 2026. Il Collegio dà sì parere favorevole allo scioglimento e alla messa in liquidazione. Ma la cifra magica, letta alla fonte, cambia natura. I 402.447,46 euro sono qualificati come «economia di spesa complessiva» al 31 marzo 2026: non denaro depositato e pronto all’uso, bensì la differenza tra quanto era stato programmato e quanto è stato effettivamente speso. Un minor esborso, non un incasso.
E il quadro patrimoniale, quello vero, va nella direzione opposta. Sempre al 31 marzo il Collegio prende atto di attività per 724.333,89 euro contro passività per 761.955,72: le seconde superano le prime, con una perdita di periodo di 37.621,83 euro. Patrimonio netto negativo. Il passivo comprende debiti verso fornitori per circa 550 mila euro, debiti tributari per oltre 62 mila, debiti previdenziali e debiti verso i soci fondatori per finanziamenti per 267 mila: sommati, ben oltre 850 mila euro di esposizione da onorare prima di parlare di residui.
Il dettaglio che ribalta il titolo: paga il Comune
C’è di più, ed è il punto che il racconto del tesoretto omette con cura. Dal prospetto della convenzione Comune–Fondazione risulta una differenza di 316.619,89 euro tra gli impegni assunti dal Comune e le erogazioni effettivamente disposte. Tradotto: non è la Fondazione che deve restituire denaro alla città, è il Comune che deve ancora versarne. In una liquidazione con netto negativo, questa è la posta destinata a coprire i creditori, non un risparmio da reinvestire.
Non è una lettura di parte: è il Collegio a scriverlo. La quarta raccomandazione chiede al Settore Finanziario una ricognizione delle partite contabili per rappresentare in bilancio «gli eventuali oneri residui a carico dell’Amministrazione comunale». Oneri a carico del Comune, si badi — non risorse a sua disposizione. E il vincolo generale è netto: la liquidazione dovrà garantire «l’integrale soddisfacimento dei creditori sociali», evitando «l’insorgere di ulteriori oneri a carico del bilancio comunale». Prima i creditori. Poi, se resta qualcosa, la città.
Il ballo delle cifre: da buco a tesoro in sei settimane
Vale la pena tenere insieme le date, perché la stessa vicenda ha cambiato colore contabile più volte. A metà marzo, sciogliendo l’ente, l’assemblea dei soci metteva a verbale — così hanno riferito le cronache — un «disavanzo di quasi 600 mila euro». L’11 maggio i revisori parlano di economia di spesa per 402 mila e di perdita di periodo. A fine luglio la narrazione pubblica promuove quei numeri a «tesoretto» di 400 mila da spendere subito. Come si passi, in sei settimane, da un buco di seicento a un tesoro di quattrocento è una domanda che merita una risposta pubblica, non un comunicato. Perché si tratta di grandezze diverse — un disavanzo, un’economia di programma, una presunta giacenza — che il dibattito ha impastato in un’unica, comoda cifra tonda.
Conclusione
Lo scioglimento della Fondazione è legittimo, dovuto e persino tardivo: su questo i revisori non hanno dubbi. Ma i 400 mila euro non sono una borsa da aprire: sono l’etichetta ottimistica su un’operazione di chiusura dei conti che parte in rosso, con quasi 880 mila euro di debiti verso terzi e 316 mila che il Comune deve ancora tirare fuori. La Fata Morgana, ad avvicinarsi, mostra la sua natura: non un castello sospeso sul mare, ma un cantiere di liquidazione da presidiare voce per voce. Chi promette di spenderla, quella somma, dovrebbe prima dire ai cittadini quanto ne resta davvero — e a chi tocca pagare il conto.
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Fonte: Report Sicilia
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