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Agrigento – Il carisma e la spazzatura: analisi critica di una stagione politica

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Agrigento – Il carisma e la spazzatura: analisi critica di una stagione politica. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.

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Un giovane sindaco viene eletto al ballottaggio con il 70% dei voti espressi da circa la metà degli aventi diritto. Da allora una parte della città lo difende da ogni critica, mentre i servizi essenziali continuano a funzionare male. Lo scontro si consuma sui social, tra due tifoserie speculari. Il sindaco governa con diciannove consiglieri su ventiquattro contrari. Questo saggio legge la situazione con gli strumenti della Scuola di Francoforte: non per stabilire chi abbia ragione, ma per mostrare come una controversia politica si sia trasformata in una questione di appartenenza — e cosa occorra per riportarla al piano del giudizio.


1.La teoria critica nasce da un’anomalia storica: il fatto che gli oppressi possano amare le condizioni della propria oppressione. Horkheimer, Adorno, Marcuse, poi Habermas e Honneth, hanno costruito un lessico per pensare quel paradosso — il fatto che la razionalità dei mezzi possa convivere con l’irrazionalità dei fini, e che il consenso possa essere insieme autentico e prodotto. È un lessico calibrato su Weimar e sulla società di massa americana; applicarlo a un comune siciliano richiede cautela e proporzione. Ma la struttura del fenomeno è la stessa: un legame affettivo con una figura che promette redenzione, e una sospensione del giudizio su ciò che quella figura effettivamente produce.

2. L’aritmetica del plebiscito

Il primo dato è matematico prima che filosofico. Il settanta per cento della metà è il trentacinque per cento del tutto. Il sindaco è legittimo — nessun dubbio giuridico — ma la sua investitura poggia su poco più di un terzo del corpo elettorale, mentre il linguaggio pubblico la traduce in «la città ha scelto». Qui si consuma la prima operazione ideologica, nel senso preciso che Adorno dava al termine: non una menzogna, ma una verità parziale spacciata per totalità.

Weber distingueva la legittimità legale-razionale da quella carismatica. L’elezione diretta del sindaco, in Italia, ha prodotto un ibrido: l’ufficio è legale, l’investitura è vissuta come carismatica. Non è un’anomalia locale ma una tendenza documentata: venticinque anni di elezione diretta hanno progressivamente personalizzato la figura del sindaco, spostando il baricentro dal partito alla persona . Il carisma, però, non ammette verifica: si conferma nei successi e si difende dai fallimenti attribuendoli ai nemici. È strutturalmente immune alla smentita.

3. L’anatra zoppa come categoria filosofica

Il dato istituzionale è decisivo e va detto con precisione, perché è il nucleo razionale dell’argomento «dategli tempo». Il sistema elettorale siciliano prevede che alle liste collegate al sindaco eletto spetti il sessanta per cento dei seggi; ma il premio non scatta quando le liste non collegate al sindaco eletto hanno già superato il cinquanta per cento dei voti validi. Si produce allora la cosiddetta «anatra zoppa»: il sindaco convive con un consiglio la cui maggioranza sosteneva un altro candidato, e statisticamente quelle amministrazioni hanno vita breve.

Diciannove su ventiquattro non è dunque un incidente: è l’esito di una regola. E qui la teoria critica impone onestà intellettuale verso la parte che si vorrebbe criticare. Chi difende il sindaco dicendo che non ha i numeri dice qualcosa di vero. L’errore non sta nella premessa ma nell’uso: un vincolo istituzionale reale viene convertito in immunità permanente. La differenza tra una spiegazione e una scusa è che la prima è falsificabile — indica cosa si potrebbe fare nonostante il vincolo, e cosa no.

4. La sfera pubblica rifeudalizzata

Habermas descrisse in Storia e critica dell’opinione pubblica (1962) il passaggio da una sfera pubblica discorsiva, dove gli argomenti competono, a una sfera «rifeudalizzata», dove il potere si mette in scena davanti a un pubblico che acclama o fischia. La corte medievale non discuteva: assisteva. Il social network locale è la forma tecnologicamente aggiornata di quella corte.

Nell’ultimo Habermas (2022) la diagnosi si aggiorna: la piattaforma digitale ha abolito il filtro editoriale senza sostituirlo con alcuna procedura discorsiva, e ha reso ciascuno autore senza renderlo responsabile. Le ricerche empiriche confermano solo in parte la tesi delle camere d’eco — l’effetto varia molto per piattaforma (Cinelli et al., 2021) e va ridimensionato rispetto alle versioni divulgative. Ciò che invece è robusto è la polarizzazione affettiva: la distanza non è tra opinioni ma tra affetti, e si misura come antipatia verso l’altro gruppo, non come disaccordo sui contenuti .

È esattamente ciò che descrive lo scenario in esame. Le due parti non discutono di appalti, piani finanziari o tempi di gara: discutono di chi sei tu che parli. La domanda «l’acqua arriva?» viene immediatamente ritradotta in «da che parte stai?». Questa traduzione è la reificazione: un rapporto tecnico-amministrativo si presenta come rapporto di fedeltà.

5. Il pensiero a una dimensione e la formula del tempo

Marcuse  chiamava unidimensionale il pensiero che ha perso la facoltà del negativo: quello che sa dire come le cose stanno, non come potrebbero essere. La formula «prima non criticavate nessuno» è un capolavoro di unidimensionalità. È vera come constatazione storica — l’inerzia civica di decenni è documentata dallo stato materiale della città — ma opera come dispositivo di chiusura: sposta l’oggetto dal presente al passato e trasforma ogni obiezione in ipocrisia biografica. Il predecessore fallimentare diventa così la risorsa politica più preziosa del successore.

Adorno chiamava Verblendungszusammenhang, nesso di accecamento, la trama in cui ogni elemento conferma gli altri e nessuna esperienza può contraddire il quadro. In quella trama  di sacchetti della spazzatura per strada non sono un dato ma un test di lealtà: se li fotografi sei nemico, se li ignori sei amico. La percezione si politicizza fino a diventare inutilizzabile come percezione.

6. Sociologia del rancore: il cassonetto come domanda di riconoscimento

Honneth ha spostato il baricentro della teoria critica dallo sfruttamento al riconoscimento: le patologie sociali nascono dall’esperienza del disprezzo, cioè dal sentirsi trattati come irrilevanti. Da qui una lettura non tecnica del disservizio.

Chi protesta per la strada dissestata non chiede asfalto: chiede di contare. E chi difende il sindaco a oltranza non difende un’amministrazione: difende la propria decisione di aver sperato. Ammettere che il voto non ha cambiato nulla significherebbe riconoscere la propria impotenza politica — un costo psichico che Fromm  descriveva come motore della sottomissione volontaria. La fedeltà accanita non è servilismo: è autodifesa. Chi ha investito speranza in un uomo non può criticarlo senza criticare se stesso.

Le due tifoserie condividono dunque la stessa struttura: entrambe cercano nel sindaco la soluzione di un problema che non è personale ma strutturale — la fragilità amministrativa di un ente locale sottofinanziato, sotto-organico, con un consiglio ostile e un tessuto sociale che ha smesso da tempo di praticare forme di autorganizzazione. Personalizzare il conflitto, in entrambe le direzioni, significa proteggere quella struttura dall’analisi.

7. La critica che diventa tifoseria

La teoria critica sarebbe autoritaria se esentasse sé stessa. L’opposizione che utilizza ogni buca come prova di incapacità congenita compie la stessa operazione dei suoi avversari a segno invertito: rende il giudizio indipendente dai fatti. Se qualunque esito conferma la tesi, la tesi non è più una tesi.

Adorno opponeva a questo la critica immanente: giudicare una cosa secondo la sua stessa promessa. Non «il sindaco è incapace», ma: quali obiettivi ha dichiarato, in quali tempi, con quali risorse, e cosa risulta dagli atti. È una forma di critica più esigente perché richiede la lettura dei bilanci, delle determine, dei contratti di servizio — cioè lavoro, non indignazione. Ed è precisamente ciò che nessuna delle due tifoserie desidera, perché il documento amministrativo ha il difetto di poter dare torto anche a chi lo invoca.

8. Conclusione filosofica: dalla fede al giudizio

La domanda politica corretta non è «sei pro o contro il sindaco». È: quali fatti conterebbero come smentita?

Chi non sa rispondere — in entrambi gli schieramenti — non ha una posizione politica ma un’appartenenza. Habermas ha formulato la condizione minima del discorso razionale: ogni asserzione avanza pretese di validità (verità dei fatti, giustezza normativa, veridicità del parlante) che devono restare, in linea di principio, criticabili. Una comunità che sospende quelle pretese non è più un pubblico: è un tifo.

Da qui una proposta minima, e volutamente modesta. L’argomento del tempo va accettato e insieme politicizzato: se serve tempo, si dica quanto, per cosa, con quali indicatori verificabili e pubblici — metri di rete idrica sostituiti, percentuale di raccolta differenziata, giorni medi di pagamento dei fornitori, chilometri di manutenzione. Il tempo concesso senza scadenza non è fiducia, è delega in bianco. Il tempo negato in partenza non è vigilanza, è pregiudizio.

La teoria critica non promette la buona amministrazione. Promette qualcosa di più piccolo e più difficile: restituire ai cittadini la capacità di distinguere ciò che credono da ciò che possono verificare. In una città che ha imparato a tifare, questa è già una rivoluzione — e l’unica realmente disponibile.

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Fonte: Report Sicilia

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