Agrigento – Maddalusa, Di Rosa chiama il Consiglio alle proprie responsabilità: «Entro due settimane un atto per avviare la riperimetrazione». Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Politica.
Cosa sta succedendo

Dopo la mozione rimasta senza gli effetti richiesti e il Consiglio comunale aperto, il presidente di Mani Libere lancia un appello a Piparo e a tutti i consiglieri: «Le parole diventino una deliberazione». La circolare regionale del 2010 definiva “necessaria e urgente” la revisione dei confini dei parchi archeologici. Ma l’emergenza idrica deve essere affrontata subito, senza aspettare i tempi della procedura urbanistica.
AGRIGENTO – Entro due settimane il Consiglio comunale di Agrigento torni in aula e approvi un atto formale per avviare la verifica della perimetrazione del Parco archeologico, acquisire tutti i documenti e impegnare gli enti competenti ad aprire il procedimento.
È la proposta lanciata da Giuseppe Di Rosa, presidente del movimento civico Mani Libere e già candidato sindaco di Agrigento, dopo la seduta consiliare aperta dedicata all’emergenza idrica di Maddalusa e della zona A.
Una proposta che arriva al termine di settimane di proteste, confronti istituzionali e interventi pubblici, mentre una parte dei residenti continua a chiedere una soluzione per l’approvvigionamento idrico.
Di Rosa chiama direttamente in causa il presidente del Consiglio comunale Giovanni Civiltà, il consigliere Gerlando Piparo, i capigruppo, i diciannove rappresentanti del centrodestra e i consiglieri che sostengono il sindaco Michele Sodano.
Il suo messaggio è netto: la fase dell’ascolto è terminata; adesso servono gli atti.
La mozione unanime e il risultato che non è arrivato
Il punto di partenza della presa di posizione è la mozione approvata dall’intero Consiglio comunale sull’emergenza di Maddalusa.
Il documento aveva raccolto il voto favorevole di tutta l’aula, compresi i consiglieri politicamente vicini al sindaco. Secondo Di Rosa, però, quell’indirizzo non avrebbe prodotto la soluzione richiesta dai residenti.
È stato questo uno dei passaggi centrali del suo intervento durante il Consiglio comunale aperto.
«Se una mozione votata circa un mese e mezzo fa da tutto il Consiglio comunale, anche dai consiglieri che fanno riferimento al sindaco, non ha sortito alcun effetto, non so quale effetto possa sortire un’altra serata dedicata soltanto alle opinioni», aveva affermato in aula.
La nuova iniziativa nasce proprio da questa valutazione: una seconda mozione generica non sarebbe sufficiente. Occorrerebbe invece un atto corredato da richieste precise, tempi definiti, acquisizione dei documenti e un cronoprogramma per gli uffici.
Di Rosa: «Il sindaco non assume l’iniziativa, intervenga il Consiglio»
La critica politica nei confronti di Michele Sodano resta molto dura.
Secondo Di Rosa, il sindaco continuerebbe a rappresentare l’impossibilità di intervenire senza assumere una chiara iniziativa politica e amministrativa per Maddalusa e per tutta la zona A.
«Non possiamo convocare sedute, ascoltare interventi, approvare mozioni e poi tornare ogni volta al punto di partenza», afferma il presidente di Mani Libere.
Da qui la richiesta al Consiglio comunale di assumere il ruolo che gli compete nella pianificazione urbanistica.
Il Consiglio non può modificare autonomamente il perimetro del Parco archeologico né sostituirsi alla Regione, al Parco o alla Soprintendenza. Può però adottare gli atti urbanistici di competenza comunale, esprimere formalmente la volontà politica della città, chiedere l’apertura del procedimento e obbligare l’amministrazione a fornire risposte e documenti.
La proposta di Di Rosa è quindi quella di convocare, entro il termine massimo di quattordici giorni, una seduta per deliberare:
- la volontà del Comune di promuovere la verifica e la riperimetrazione del Parco;
- l’avvio degli eventuali procedimenti urbanistici di competenza comunale;
- l’acquisizione dell’intero dossier storico, tecnico e amministrativo;
- una richiesta formale al Parco, alla Soprintendenza e al Dipartimento regionale dei Beni culturali;
- un cronoprogramma degli adempimenti;
- l’impegno del sindaco a individuare, insieme ad Ati e Aica, una soluzione immediata per l’approvvigionamento dei residenti.
La circolare regionale numero 5 del 2010
La proposta viene collegata alla circolare numero 5 del 1° ottobre 2010, protocollo 223/D, emanata dal Dipartimento regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana.
Il documento, firmato dall’allora dirigente generale Gesualdo Campo, aveva per oggetto le perimetrazioni dei parchi archeologici e le disposizioni rivolte ai servizi del Dipartimento.
Il passaggio principale recita:
«Le perimetrazioni di tutti i parchi archeologici siciliani sono da determinare o rideterminare alla luce della definizione interdisciplinare attribuita al parco archeologico dall’articolo 101, comma 2, lettera e), del Codice dei beni culturali e del paesaggio».
La circolare aggiungeva che queste attività erano «necessarie e urgenti» per definire l’ambito territoriale di competenza di ciascun Parco e consentire la piena operatività del sistema.
Per Agrigento, disciplinata dal Titolo I della legge regionale numero 20 del 2000, il documento disponeva che il Servizio Parco archeologico e paesaggistico, in stretto collegamento funzionale con la Soprintendenza competente, presentasse al Dipartimento regionale una proposta di riperimetrazione «inclusiva dei valori storici e ambientali del territorio di riferimento».
La circolare assegnava un termine di novanta giorni. In caso di mancato riscontro da parte della Soprintendenza, prevedeva che il Servizio Parco procedesse autonomamente all’inoltro.
Per gli altri parchi regolati dal Titolo II della stessa legge veniva prevista anche l’audizione dei Comuni interessati, chiamati a pronunciarsi entro quarantacinque giorni dalla richiesta.
Questo dettaglio è importante: la circolare non attribuisce al Consiglio comunale di Agrigento il potere di riperimetrare direttamente il Parco. Attribuisce l’iniziativa tecnica e amministrativa al sistema regionale formato da Parco, Soprintendenza, Dipartimento e assessore regionale.
Il Comune, tuttavia, può assumere una posizione urbanistica formale, esercitare le competenze che gli appartengono, chiedere la riapertura del procedimento e pretendere di conoscere quale seguito sia stato dato alla disposizione del 2010.
La rettifica del dicembre 2010
Al documento del 1° ottobre seguì la circolare numero 11 del 2 dicembre 2010, che rettificò la decorrenza dei termini.
La Regione chiarì che i centottanta giorni previsti per alcuni parchi dovessero decorrere dalla notifica del decreto di nomina ai rispettivi direttori. Analogamente, per l’eventuale riperimetrazione del Parco di Agrigento, i novanta giorni avrebbero dovuto decorrere dalla notifica all’interessato della deliberazione di nomina.
La seconda circolare non cancellò, dunque, la necessità di determinare o rideterminare i confini. Intervenne sui tempi e sul momento dal quale farli decorrere.
È da qui che nasce una delle domande poste da Di Rosa: che cosa accadde dopo?
Fu predisposta una proposta? Venne inviata al Dipartimento? Esiste uno studio tecnico? La Soprintendenza si pronunciò? Il procedimento venne archiviato, sospeso o semplicemente dimenticato?
Sono interrogativi ai quali, dopo sedici anni, occorre rispondere attraverso gli atti.
Il dossier che Di Rosa vuole acquisire
La richiesta al Consiglio comunale non si limita a una dichiarazione politica sulla riperimetrazione.
Di Rosa propone che venga acquisito e analizzato l’intero quadro documentale richiamato durante la seduta aperta, in particolare negli interventi dell’avvocato Salvatore Pennica e del consigliere Gerlando Piparo.
Il dossier dovrebbe comprendere:
- il decreto ministeriale del 12 giugno 1957 sulla dichiarazione di notevole interesse pubblico della Valle dei Templi e dei relativi punti panoramici;
- il decreto Gui-Mancini del 16 maggio 1968;
- il decreto del presidente della Regione del 1991;
- la legge regionale numero 20 del 3 novembre 2000;
- il decreto legislativo numero 42 del 2004;
- le circolari regionali numero 5 e numero 11 del 2010;
- il Piano del Parco archeologico e paesaggistico;
- il Piano regolatore generale di Agrigento;
- le cartografie relative ai differenti perimetri;
- le eventuali sovrapposizioni tra vincoli archeologici, paesaggistici, urbanistici e idrogeologici;
- gli studi e le verifiche archeologiche;
- la documentazione sugli eventuali scavi;
- gli atti prodotti dal Parco e dalla Soprintendenza dopo le disposizioni del 2010.
L’obiettivo indicato da Di Rosa coincide con la richiesta formulata da Piparo in aula: stabilire «particella per particella e casa per casa» quale vincolo esista, da quale provvedimento derivi, quale natura possieda e su quali verifiche tecniche o scientifiche sia stato imposto.
Nessuna richiesta di cancellare la Valle dei Templi
Di Rosa respinge preventivamente l’accusa di voler ridurre la tutela del patrimonio archeologico o promuovere una sanatoria indiscriminata.
«Non chiediamo di cancellare la Valle dei Templi e non chiediamo di toccare neppure un millimetro del patrimonio archeologico che deve essere tutelato», precisa.
La richiesta è di distinguere ciò che è realmente archeologico da ciò che è sottoposto a tutela paesaggistica, urbanistica o idrogeologica.
La ricostruzione sostenuta durante il Consiglio comunale aperto parte dal decreto ministeriale del 1957 e arriva al decreto Gui-Mancini del 1968, alla delimitazione del 1991 e alla legge regionale del 2000.
Piparo aveva inoltre posto una questione interpretativa sull’espressione «vincolo di natura pressoché assoluta», domandando se e in quale misura possa essere assimilata a un’inedificabilità assoluta.
Si tratta di tesi giuridiche che richiedono una verifica nelle sedi competenti. Il punto politico, però, è ormai sul tavolo: non è sufficiente pronunciare la parola “abusivi” per chiudere ogni confronto sulle condizioni di un territorio trasformato e riconosciuto dagli apparati pubblici per decenni.
Residenze, tributi e servizi: le contraddizioni accumulate
Maddalusa e le altre contrade della zona A non sono territori privi di presenza umana.
Vi risiedono famiglie iscritte all’anagrafe comunale. Esistono numeri civici, immobili censiti, strade, chiese, attività, reti tecnologiche e servizi. I cittadini pagano tributi comunali e statali e partecipano alla vita sociale ed economica di Agrigento.
Il riconoscimento della residenza, l’iscrizione catastale o il pagamento dei tributi non sanano automaticamente un’eventuale irregolarità edilizia. Ma documentano l’esistenza di una realtà che le istituzioni hanno riconosciuto e amministrato per decenni.
È il paradosso indicato da Piparo durante il proprio intervento: come possono Stato, Regione e Comune riconoscere per cinquant’anni l’esistenza materiale di queste famiglie e renderle improvvisamente invisibili quando chiedono l’acqua?
Secondo Di Rosa, le contraddizioni urbanistiche e amministrative accumulate non possono essere scaricate soltanto sui residenti nel momento in cui chiedono l’accesso a un servizio essenziale.
Due percorsi distinti: riperimetrazione e acqua subito
La posizione di Di Rosa si muove su due piani che devono restare distinti.
Il primo è quello urbanistico: avviare la verifica e l’eventuale riperimetrazione, raccogliere gli atti e chiedere a Regione, Parco e Soprintendenza di assumere le determinazioni di loro competenza.
Il secondo è quello emergenziale: garantire nell’immediato l’approvvigionamento idrico ai residenti attraverso tutte le modalità consentite dalla legge.
Una deliberazione del Consiglio comunale non cambierebbe automaticamente i confini del Parco e non trasformerebbe immediatamente la situazione urbanistica dei singoli immobili. Non produrrebbe neppure, da sola, un obbligo generalizzato di allaccio alla rete.
Per Di Rosa, tuttavia, l’atto avrebbe una rilevanza politica e amministrativa decisiva: il Comune dichiarerebbe formalmente che l’attuale perimetrazione deve essere verificata e chiamerebbe tutti gli organismi competenti ad assumersi la responsabilità di una risposta.
Contemporaneamente, il Consiglio dovrebbe impegnare il sindaco, quale autorità sanitaria locale e autorità comunale di protezione civile, a individuare insieme ad Ati e Aica una soluzione temporanea per le famiglie.
La domanda rimasta senza risposta: quale norma vieta la fornitura?
Durante la seduta aperta Di Rosa aveva rivolto al sindaco, all’Ati e ad Aica una domanda precisa:
«In base a quale disposizione di legge oggi non viene data l’acqua a una parte di Agrigento?»
Il presidente di Mani Libere aveva chiesto di indicare l’articolo applicato e di chiarire anche le restrizioni imposte alle forniture tramite autobotti.
Secondo la sua ricostruzione, in passato gli autobottisti potevano acquistare regolarmente acqua da Voltano, con prelievi contabilizzati e pagati, senza che il fornitore verificasse la destinazione finale di ogni carico.
Di Rosa aveva inoltre evidenziato le differenze esistenti all’interno dello stesso territorio: immobili serviti dalla rete accanto ad altri privi di fornitura e residenti ai quali sarebbe impedito perfino l’acquisto tramite autobotte.
Adesso chiede che Comune, Ati e Aica rispondano per iscritto, indicando:
- quali modalità di approvvigionamento ritengano consentite;
- quali escludano;
- su quale norma fondino ogni esclusione;
- quali soluzioni alternative abbiano concretamente valutato;
- quali responsabilità ritengano possano derivare dall’erogazione emergenziale.
«Non è più accettabile nascondersi dietro un generico “non si può”», afferma Di Rosa.
Il richiamo al ruolo del sindaco
Il confronto riguarda direttamente anche le responsabilità del primo cittadino.
Durante il Consiglio aperto diversi interventi hanno richiamato il ruolo del sindaco come autorità sanitaria locale e responsabile comunale di protezione civile.
Di Rosa contesta a Sodano di non avere assunto una posizione adeguatamente incisiva e di essersi limitato a rappresentare l’impossibilità di intervenire.
La richiesta non è quella di violare un provvedimento giudiziario o ignorare le norme urbanistiche. È quella di indicare quali poteri siano stati esercitati, quali interlocuzioni formali siano state avviate e quali alternative siano state sottoposte agli enti competenti.
Per Di Rosa, la politica non può trasformarsi in semplice assistente della magistratura. La Procura deve accertare eventuali reati; Comune, Consiglio, Ati e Aica devono assumere le decisioni amministrative di loro competenza e risponderne ai cittadini.
L’appello diretto a Piparo
La nota contiene infine un appello personale al consigliere Gerlando Piparo, protagonista di uno degli interventi più articolati della seduta.
Piparo aveva concluso dichiarando che la storia avrebbe giudicato ciascun consigliere non per le parole pronunciate, ma per il coraggio dimostrato nel momento delle scelte.
Di Rosa riparte proprio da quella frase:
«Consigliere Piparo, raccolga le firme, coinvolga i colleghi, presenti la proposta e chieda che venga discussa entro due settimane. Entrate nella storia di Agrigento. È il momento di fare gli uomini, di assumersi la responsabilità delle proprie parole e scegliere da quale parte stare».
L’appello è rivolto anche a Giovanni Civiltà e a tutti i gruppi consiliari.
Il centrodestra dispone di diciannove consiglieri. I rappresentanti vicini al sindaco hanno già votato la mozione su Maddalusa. I numeri per assumere un indirizzo politico forte, dunque, esistono.
Adesso, secondo Di Rosa, bisogna verificare se esista anche la volontà di farlo.
Quattordici giorni per passare dalle parole agli atti
La scadenza politica indicata è precisa: due settimane.
Entro quattordici giorni Di Rosa chiede la convocazione del Consiglio comunale per approvare un atto che avvii il percorso, acquisisca il dossier, coinvolga formalmente gli enti regionali e definisca le attività degli uffici comunali.
Non si tratterebbe della riperimetrazione definitiva, che richiede l’intervento degli organismi competenti, ma dell’apertura formale di una battaglia amministrativa che la stessa Regione aveva indicato come necessaria e urgente già nel 2010.
Nel frattempo, l’emergenza idrica non può essere congelata in attesa di un procedimento inevitabilmente complesso.
Il sindaco, Ati e Aica devono indicare una soluzione immediata e legalmente praticabile per garantire l’acqua ai residenti, distinguendo la tutela delle persone dalla definizione urbanistica degli immobili.
La sfida lanciata da Di Rosa è dunque rivolta all’intero Consiglio comunale:
la mozione è stata votata, gli interventi sono stati pronunciati e i documenti sono stati indicati. Ora ciascun consigliere dovrà decidere se limitarsi alla solidarietà oppure assumersi la responsabilità di deliberare.
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Fonte: Report Sicilia
News Agrigento continua a seguire la vicenda e fornirà aggiornamenti in tempo reale.

