Agrigento – Maddalusa senz’acqua, ma lei rivoterebbe Sodano: Chi è causa del suo male pianga se stesso. Ultime notizie da Agrigento e provincia: aggiornamenti in tempo reale su Sport.
Cosa sta succedendo

La lettera della cittadina di Maddalusa che dichiara di avere votato Michele Sodano merita rispetto. È uno scritto sincero, intelligente, perfino elegante nella sua costruzione.
Non arriva da una persona disinformata o incapace di comprendere ciò che accade attorno a lei. Parliamo di un’insegnante, madre di tre figli, donna di cultura, che ha trascorso quasi tutta la propria vita nella zona A di Maddalusa, dove ancora vivono i suoi genitori e dove hanno abitato i suoi nonni.
Non è, dunque, una cittadina estranea ai problemi della città. E non è certamente un’ignorante.
Proprio per questo la sua conclusione ci lascia ancora più perplessi.
La signora scrive di avere votato Michele Sodano, si “autodenuncia” e aggiunge che, ad oggi, lo voterebbe nuovamente. Subito dopo, però, descrive Agrigento come una città ridotta a colabrodo, invasa dai rifiuti e dai topi, attraversata da cantieri e problemi irrisolti. Racconta di un sindaco che le appare sempre meno sicuro, di una politica trasformata in una soap opera e, soprattutto, di Maddalusa ancora senz’acqua.
Allora una domanda diventa inevitabile: se tutto questo non basta neppure a mettere in discussione il proprio voto, cosa dovrebbe ancora accadere?
Non si può denunciare il male e annunciare che lo si sceglierebbe ancora
La signora ha tutto il diritto di votare chi vuole. Ci mancherebbe altro.
Ma anche noi abbiamo il diritto — e forse il dovere — di evidenziare una contraddizione politica enorme: non si può denunciare una città che cade a pezzi, raccontare il dramma quotidiano delle famiglie costrette a trasportare bidoni d’acqua e, nello stesso momento, annunciare che si voterebbe nuovamente chi quella città è stato chiamato ad amministrare senza avere ancora fornito risposte concrete.
Il proverbio, in questi casi, è antico ma conserva tutta la propria forza:
chi è causa del suo male pianga se stesso.
Può sembrare un’affermazione dura, ma la democrazia funziona così. Chi vota non consegna soltanto una preferenza: assume anche una parte della responsabilità politica per ciò che quella scelta produrrà.
Naturalmente un elettore può sbagliare. Tutti possiamo farlo. Può credere a una promessa, fidarsi di una persona, sperare nel cambiamento e poi riconoscere che i risultati non sono arrivati.
Ma continuare a concedere fiducia mentre si elenca tutto ciò che non funziona significa rinunciare proprio al principale strumento che un cittadino possiede: il giudizio.
La simpatia non porta l’acqua nelle case
Nella lettera viene raccontato l’incontro con Michele Sodano durante la campagna elettorale. Il candidato sindaco apparve simpatico, gentile, forse incerto nelle risposte, ma animato da buone intenzioni.
È comprensibile che un incontro personale possa suscitare fiducia. Ma una città non può essere amministrata con la simpatia e le buone intenzioni.
La simpatia non porta l’acqua a Maddalusa.
Le buone intenzioni non riparano le strade.
Le fotografie sui social non raccolgono i rifiuti, non eliminano i topi, non risolvono le emergenze e non restituiscono dignità alle famiglie.
Un sindaco non viene eletto perché sia simpatico. Viene eletto perché prenda decisioni, produca atti, affronti i problemi e si assuma responsabilità anche quando farlo significa scontrarsi con interessi, burocrazia e vecchi sistemi politici.
Se i “nonni” della politica lo stanno davvero fagocitando, come ipotizza la stessa elettrice, allora Sodano ha il dovere di dirlo pubblicamente, indicare nomi e circostanze e liberarsi da quella stretta.
Se invece ha scelto di convivere con quei sistemi, allora non è una vittima.
È parte del problema.
A Maddalusa non serve un Temporeggiatore
La signora paragona Michele Sodano a Quinto Fabio Massimo, il “Cunctator”, il Temporeggiatore che scelse la strategia dell’attesa contro Annibale.
Il paragone è colto, ma a Maddalusa non stanno studiando una tattica militare. A Maddalusa aspettano l’acqua.
La aspettano famiglie che vivono in quelle case da decenni. La aspettano anziani, bambini e persone fragili. La aspettano cittadini che pagano le tasse e che non possono continuare a essere trattati come colpevoli per avere ereditato un immobile o per essere nati in una determinata zona della città.
Contro Annibale si poteva temporeggiare per logorare il nemico. Ma qual è la strategia del temporeggiamento su Maddalusa? Chi dovrebbe essere logorato?
Il sospetto è che a essere logorati siano soltanto i cittadini, costretti ogni giorno a “carriari biduna da matina a sira”.
Non si può chiedere loro di avere ancora pazienza senza indicare una soluzione, una scadenza e un percorso amministrativo preciso.
Quelli che difendono l’indifendibile
C’è poi un’altra parte di questa storia che non può essere ignorata: quella di chi continua a difendere l’indifendibile.
Ogni volta che Report Sicilia pubblica documenti, pone domande o racconta fatti che riguardano l’amministrazione comunale, sui social parte il solito tiro al bersaglio. Non si entra nel merito. Non si esibiscono atti capaci di smentirci. Non si risponde alle domande.
Si insulta chi le pone.
Secondo questo curioso modo di intendere la democrazia, chi racconta quotidianamente ciò che accade ad Agrigento sarebbe il nemico della città, mentre chi amministra senza risolverne i problemi dovrebbe essere difeso sempre e comunque.
È il fan club del “va tutto bene”, anche quando l’acqua non arriva.
È il partito del “diamogli tempo”, anche quando a pagare l’attesa sono sempre gli stessi cittadini.
È la tifoseria che considera ogni documento pubblicato un’aggressione, ogni domanda un complotto e ogni inchiesta una macchina del fango.
Noi lo diciamo con chiarezza: insultare Report Sicilia o Giuseppe Di Rosa non farà comparire l’acqua nei rubinetti di Maddalusa e non trasformerà una domanda rimasta senza risposta in una risposta convincente.
Le offese sono soltanto il rifugio di chi non possiede argomenti.
Si è arrivati a difendere persino chi doveva controllare
Il paradosso diventa ancora più evidente quando questa tifoseria arriva a difendere persino chi, dentro l’amministrazione, avrebbe dovuto rappresentare il controllo, la trasparenza e la legalità.
Parliamo di chi aveva ricevuto deleghe politiche delicatissime e avrebbe dovuto garantire alla città il massimo rigore. Eppure, davanti alle questioni emerse e alle contraddizioni denunciate, c’è ancora chi preferisce prendersela con il giornale che ha pubblicato i documenti invece di pretendere spiegazioni da chi aveva il dovere istituzionale di fornirle.
È questo il punto politico più grave.
Chi avrebbe dovuto incarnare la trasparenza avrebbe finito, di fatto, per prendere in giro non soltanto gli elettori e la città, ma perfino i vertici e i leader del proprio movimento politico, che hanno poi dovuto prendere atto di una situazione della quale — stando alle loro stesse dichiarazioni — non sarebbero stati informati.
Eppure c’è ancora chi lo difende.
C’è chi minimizza.
C’è chi sposta l’attenzione.
C’è chi insulta coloro che hanno scoperto e raccontato i fatti.
Una domanda, allora, va rivolta anche a loro: che idea avete della legalità? Quella che vale soltanto contro gli avversari? Quella che viene invocata durante la campagna elettorale e riposta nel cassetto quando riguarda un amico, un amministratore o un compagno di movimento?
La legalità a giorni alterni non è legalità.
La trasparenza selettiva non è trasparenza.
E chi pretende silenzio dalla stampa non sta difendendo una persona: sta difendendo un sistema.
Chiedere tregua all’opposizione significa chiedere silenzio
Nella parte conclusiva della lettera viene rivolto un appello agli oppositori: «Date tregua».
Su questo non possiamo essere d’accordo.
L’opposizione non deve concedere tregue a nessuno. La stampa non deve concedere tregue a nessuno. I cittadini non devono concedere tregue a chi amministra mentre Agrigento soffre.
Controllare gli atti, porre domande, denunciare ritardi e mettere in evidenza le contraddizioni non significa creare fumo. Il fumo viene creato quando alle domande non si risponde, quando si sostituiscono gli atti amministrativi con le dirette social e quando ogni critica viene trasformata in un attacco personale.
Se oggi si parla ancora di Maddalusa, è anche perché qualcuno ha continuato ostinatamente a parlarne mentre altri avrebbero preferito voltare pagina.
Se sono emerse vicende politiche e amministrative imbarazzanti, non è colpa di chi le ha raccontate. La responsabilità appartiene eventualmente a chi le ha determinate e a chi non è stato capace di prevenirle.
Il giornalista non crea il fatto: lo racconta.
Il documento non offende: dimostra.
La domanda non destabilizza l’amministrazione: mette alla prova la sua credibilità.
Una tregua concessa alla politica sarebbe pagata dai cittadini. E noi non abbiamo alcuna intenzione di concederla.
Il consenso non può diventare un’assoluzione preventiva
La lettera rappresenta uno spaccato importante del rapporto tra una parte della città e Michele Sodano: si riconoscono problemi, incertezze, ritardi e risultati mancati, ma si continua comunque a giustificarlo.
Forse è inesperto.
Forse non ha avuto abbastanza tempo.
Forse la vecchia politica lo sta accerchiando.
Forse le opposizioni fanno troppo rumore.
Forse Report Sicilia pubblica troppi documenti.
C’è sempre un “forse” pronto a proteggerlo. Ma mentre si moltiplicano le giustificazioni, l’acqua continua a non arrivare.
Il consenso elettorale non può trasformarsi in un’assoluzione preventiva. Avere votato un sindaco non significa doverlo difendere a prescindere. Al contrario, proprio chi lo ha scelto dovrebbe pretendere da lui più rigore, più coraggio e più risultati.
Continuare ad annunciare che lo si voterebbe ancora, nonostante tutto, consegna invece al sindaco un messaggio politicamente devastante: puoi anche non risolvere i problemi, tanto la nostra fiducia rimarrà intatta.
E allora perché dovrebbe cambiare passo?
Il voto è libero, ma comporta responsabilità
Rispettiamo profondamente la signora, la sua storia familiare, il suo amore per Maddalusa e il suo appello affinché la politica torni a occuparsi dei bisogni reali.
Ma proprio perché non è un’ignorante, proprio perché è una donna colta e pienamente consapevole, non possiamo fingere di non vedere la contraddizione contenuta nelle sue parole.
Non basta gridare che la città cade a pezzi.
Non basta denunciare che Maddalusa è senz’acqua.
Non basta chiedere al sindaco di pensare finalmente ai cittadini.
Non basta neppure insultare chi racconta questi problemi, per poi continuare a difendere coloro che avevano promesso controllo, legalità e trasparenza e che oggi hanno lasciato dietro di sé interrogativi ancora pesantissimi.
Occorre essere disposti a trarre le conseguenze politiche di ciò che si vede e si denuncia.
Altrimenti continueremo a lamentarci del risultato, promettendo nello stesso momento di ripetere la scelta che lo ha prodotto.
La signora scrive: «Sindaco, in nome di chi l’ha votata, io per prima, pensi a noi».
Noi aggiungiamo: in nome di chi lo ha votato, il sindaco dovrebbe sentire ancora più forte la responsabilità di rispondere. Ma chi dichiara che lo rivoterebbe comunque, prima ancora di vedere quelle risposte, rinuncia in partenza alla forza del proprio richiamo.
La fiducia è una cosa seria. Non è eterna, non è cieca e non può essere gratuita.
Perché, alla fine, la politica presenta sempre il conto. E quando, pur conoscendo il problema, si decide consapevolmente di confermare chi non lo ha risolto, non rimane neppure il diritto di dichiararsi sorpresi.
Chi è causa del suo male pianga se stesso.
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Fonte: Report Sicilia
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